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05 Maggio 2008

In tema di ricerca odontoiatrica in Italia

di Margherita Bovari


Roberto Weinstein, direttore della Clinica odontoiatrica dell’Irccs Istituto ortopedico Galeazzi, è una figura di riferimento per l’odontoiatria milanese e italiana che non ha bisogno di presentazioni.
Lo abbiamo interpellato per sentire la sua opinione sullo stato della ricerca nel settore odontoiatrico in Italia, partendo dall’occasione della recente inaugurazione presso l’Istituto Galeazzi di un nuovo centro dedicato alla ricerca nel campo dell’implantologia, diretto dal professor Luca Francetti.

Professore, si può dire che a oggi lo stato della ricerca nel settore odontoiatrico in Italia sia fiorente oppure no?
Possiamo dire che negli ultimi vent’anni, in coincidenza con la creazione dei corsi di laurea in odontoiatria, c’è stato un incremento di ricerche da parte delle nuove generazioni di ricercatori, la cui qualità è testimoniata dalla pubblicazione su riviste internazionali, sulle quali passano il vaglio di personalità scientifiche di alto livello; ciò testimonia quindi un miglioramento della qualità delle ricerche in generale. Non siamo però ancora in una situazione ideale: se analizziamo i due filoni in cui la ricerca può essere suddivisa, quello della ricerca e quello delle sue applicazioni, vediamo che c’è uno sbilanciamento a favore di quest’ultima. Questo porta per esempio ad avere pochi brevetti, e se è vero che comunque migliora il livello delle conoscenze scientifiche, tuttavia non si tramuta in un valore per l’impresa paese, che porti a risultati innovativi. Basti pensare che le più importanti aziende multinazionali produttrici di impianti non sono italiane; in Italia si fa implantologia di altissimo livello e si fanno validissime ricerche sull’utilizzo di impianti, ma non viene inventato nulla, non si fanno scoperte. Un ritorno economico sarebbe invece indispensabile, dal momento che lo stato italiano spende pochissimo per la ricerca.

La collaborazione tra Università e aziende è la strada giusta per reperire i fondi necessari alla ricerca?

E' capitato che, con molto sussiego, un gruppo di intellettuali accusasse il precedente Ministro dell’Università e della Ricerca, Letizia Moratti, di favorire l’applicazione della ricerca clinica a scapito della ricerca di base. Ma io credo che quando ci sono pochi fondi si deve scegliere con cura dove indirizzarli: se si investe solo nella ricerca pura cosiddetta blu sky (che richiede grandi investimenti), può accadere che i risultati manchino e che venga a interrompersi il collegamento con il sistema produttivo mentre, investendo nell’applicazione della ricerca, che è meno costosa, si attirano capitali provenienti dall’industria, che possono essere poi utilizzati anche per la ricerca di base. Questo tipo di gestione della ricerca è stata accusata di asservire la ricerca al capitalismo; l’attuale ministro invece si è tenuto fuori dalle polemiche semplicemente non facendo nulla per la ricerca.
Tutto ciò non contraddice la risposta alla precedente domanda: semplicemente non si è ancora riusciti a raggiungere, con la ricerca applicata, una massa critica di finanziamenti atti a sostenere anche la ricerca cosiddetta “pura”.
In realtà la strada della collaborazione con le aziende può e deve portare l’Università a disporre di fondi proprio per condurre ricerca indipendente: oltre a svolgere ricerca per i settori in cui l’azienda è interessata, l’Università deve poter mantenere una quota da destinare a ciò che le interessa. Lo Stato, che ha investito nella formazione dei ricercatori e nell’allestimento delle strutture, deve averne infatti un ritorno di carattere economico.

Ci sono settori della ricerca più attivi rispetto ad altri?
In Italia ci sono molti settori nei quali si fa della valida ricerca; l’implantologia è oggi però il settore trainante perché ha cambiato la storia dell’odontoiatria. L’implantologia, che in sé non è una disciplina ma una tecnica per sostituire denti persi per varie cause, ha modificato completamente l’approccio terapeutico di tutte le altre discipline odontoiatriche. Al momento ci sono a disposizione degli odontoiatri sistemi di terapia del tutto diversi rispetto al passato, che devono influenzare la logica dell’approccio ai piani di trattamento; non è più possibile pensare come in passato e non tenere conto dei progressi scientifici: a nessuno verrebbe in mente per esempio di utilizzare un i-pod per ascoltare vecchi dischi di vinile…
L’implantologia ha determinato una modifica epocale in odontoiatria, fatto che deve influenzare non solo la ricerca ma anche la clinica: non è possibile utilizzare gli impianti per risolvere situazioni cliniche utilizzando ancora la logica di quando gli impianti non c’erano. Quando il professor Guastamacchia inventò il riunito che consentiva di lavorare seduti, molti dentisti cominciarono a farlo senza però adattare tutta la tecnica operativa alla nuova posizione di lavoro; ciò che voglio dire è che i problemi terapeutici in realtà restano gli stessi, ma l’approccio deve cambiare completamente.

Quali sono a suo avviso i mezzi che bisognerebbe potenziare?
Secondo me bisogna fare in modo che la ricerca si occupi del cambiamento dei sistemi; bisogna tenere conto per esempio del fatto che la gente dispone sempre meno di soldi dal momento che la forbice tra ricchi e poveri si va allargando. La soluzione, vorrei dire un po’ polemicamente, non sta nel fatto che il presidente dell’Andi vada dal Ministro della Salute a concordare tempi e tariffe per gli odontoiatri come è successo. Credo invece che le soluzioni vengano prima di tutto dall’occuparsi seriamente di prevenzione, attingendo dalla ricerca sistemi sempre più efficaci per tutta la popolazione. Inoltre non credo che sia necessario che i dentisti diventino servi dello Stato, ma che i problemi si risolvano cercando sistemi di cura più semplici e meno costosi. Perché nel settore dell’elettronica di consumo ogni anno i prezzi scendono mentre in odontoiatria la complessità che aumenta va di pari passo con un aumento dei costi dei materiali? La tecnologia deve rendere l’uomo libero, non schiavo; non è la remunerazione del dentista che deve essere ridotta, ma i prezzi dei materiali. Questo è un altro filone della ricerca, che però non viene adeguatamente sviluppato probabilmente per mancanza di fondi da parte dello Stato; la scelta politica di privilegiare la distribuzione di fondi a pioggia e non secondo criteri di merito fa sì che nessuno abbia davvero a disposizione i mezzi necessari per fare ricerca indipendente.
Vorrei spendere infine una parola sul problema dei ricercatori italiani che vanno all’estero: mi fanno molto arrabbiare le lamentazioni sull’esodo dei “cervelli” italiani, perché, al di là di alcune situazioni di vessazione che sono però molto poche, non riesco a credere che chi è un grande ricercatore non trovi i fondi per fare ricerca in Italia, dal momento che io che sono un modesto ricercatore (sic) li ho trovati. In più credo che si debba considerare che quando un grande ricercatore va all’estero porta con sé il bagaglio di conoscenze acquisito qui in Italia, e che spesso gli studi all’estero sono pagati dallo Stato italiano. Perciò chi va all'estero innesca in realtà un meccanismo di connessione con il suo paese di origine, aprendo un canale di collaborazione che potrà essere utile per l’Italia; se lo guardiamo in senso positivo possiamo dire un po’ provocatoriamente che un ricercatore che va all’estero non è una perdita ma un arricchimento.

Crede che potranno nascere altri centri di ricerca sul modello di quello del Galeazzi?

Penso che Italia ci siano molte altre sedi universitarie che possono avere i nostri risultati; qui al Galeazzi i lavori dei ricercatori, pubblicati su riviste internazionali hanno attirato l’attenzione di Nobel Biocare che ha sponsorizzato il Centro di ricerca diretto dal professor Francetti. Allo stesso modo potrebbero farlo altre sedi universitarie, basta avere la determinazione di confrontarsi con realtà internazionali per essere concorrenziali e anche superare il pregiudizio sui fondi provenienti dalle aziende. Sicuramente in Italia c’è chi è più bravo di noi, ma ciò che porta risultati è la voglia di confrontarsi con la realtà odierna e di uscire dalla porta dell’Università per riportare in essa tutte le forze migliori disponibili; se, come ho già detto in precedenza, si sono stipulati patti precisi con il mondo delle aziende si avranno benefici da entrambe le parti.

 
 

GdO 2008; 7

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