Il rischio di contrarre un’infezione nello studio odontoiatrico, anche se minimo, con i sistemi di disinfezione messi a punto dalle case produttrici di riuniti, va prevenuto.
È questo il messaggio di un intervento apparso recentemente sul Journal of the Canadian Dental Association che, riportando il caso di un processo intentato da una paziente nei confronti del proprio odontoiatra in seguito al verificarsi di un’infezione oculare da Acanthamoeba, raccomanda l’adozione di tutte le precauzioni disponibili da parte del personale dello studio e in particolare l’utilizzo, non ancora entrato nell’uso comune, degli occhiali protettivi per il paziente.
“Il fatto che il rischio di un’infezione oculare sia minimo, come finora dimostra la letteratura scientifica in proposito, non deve portare a tralasciare i comportamenti di prevenzione che possono essere messi in atto soprattutto se essi sono semplici e comportano un minimo dispendio di tempo e di materiali” afferma Jean Barbeau, autore dell’intervento sulla rivista e docente di microbiologia presso la Facoltà di odontoiatria della University of Montreal in Quebec, Canada.
“Il caso descritto riguarda una paziente che normalmente porta lenti a contatto, ma che le aveva rimosse prima di sottoporsi a un trattamento odontoiatrico: per un errore dell’assistente, che ha attivato la strumentazione prima che questo si trovasse nel cavo orale, un getto d’acqua ha colpito l’occhio della paziente. Da qui, secondo la denuncia della donna, hanno avuto inizio complessi problemi di salute: durante la notte la paziente ha avvertito forti dolori e il giorno seguente uno specialista ha diagnosticato una congiuntivite acuta e ha prescritto farmaci a base di corticosteroidi e gentamicina. Dopo un iniziale miglioramento, il riacutizzarsi del dolore ha portato la paziente a recarsi nuovamente da uno specialista che ha rilevato la presenza di tre piccole abrasioni sulla cornea e una diminuzione della capacità visiva. Due settimane dopo l’incidente si è sviluppata anche un’infiammazione dell’iride e gli esami di laboratorio effettuati nel mese successivo hanno provato la presenza di Acanthamoeba, un microrganismo che può provocare cheratiti e ulcerazioni corneali.”
Il giudice, tuttavia, non ha ritenuto che vi fosse un nesso causale tra l’acqua spruzzata accidentalmente nell’occhio e l’infezione da Acanthamoeba. “Benché sia provato che l’Acanthamoeba possa essere presente nel sistema idrico della strumentazione degli studi odontoiatrici, la probabilità che il microrganismo sia passato dallo strumento all’occhio della paziente è stata considerata pari alla probabilità che esso sia arrivato nell’occhio tramite le lenti a contatto che, per ammissione della paziente, erano solitamente pulite con semplice acqua di rubinetto” racconta il docente.
“Il punto però è che, pur non essendo dimostrabile il legame con l’incidente in un caso come questo, io ritengo che la paziente avrebbe dovuto indossare gli occhiali protettivi. È giusto infatti ignorare un rischio solo perché esso è considerato minimo?”
Ed è giusto, poiché il rischio è minimo, non prendere precauzioni quando esse sono semplici e a portata di mano?
“La storia della protezione dalle infezioni in odontoiatria è recente: negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso il timore della trasmissione dell’epatite B ha incoraggiato l’utilizzo dei guanti da parte dei professionisti, e la scoperta dell’Hiv nel 1981 ha portato alla diffusione di una serie di comportamenti oggi ritenuti indispensabili come la sterilizzazione della strumentazione” conclude Barbeau; “spesso i comportamenti precauzionali sono davvero semplici: è provato, per esempio, che fare scorrere l’acqua del sistema idrico della strumentazione dello studio per diversi minuti prima di iniziare la giornata lavorativa e per 30-45 secondi tra un paziente e il successivo riduce la concentrazione di batteri e amebe presenti nelle tubature rispettivamente del 96 e del 66 per cento, e quindi riduce anche il rischio di infezione. Anche l’utilizzo di occhiali protettivi va in questa direzione, e può servire a proteggere il paziente da un rischio che oggi è considerato minimo, ma che in futuro potrebbe trovare un riscontro differente in nuovi e più numerosi studi scientifici sull’argomento”.
GdO 2007; 16
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