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22 Febbraio 2008

Il tarlo dei denti

di Adamo Calatroni


Peculiare romanzo storico sulla professione al tempo dei cavadenti.
Il volume viene esposto in vendita sugli scaffali con una fascetta accattivante e categorica: “il libro che tutti i dentisti dovrebbero leggere”, come se non bastasse il titolo, “Il tarlo dei denti” a catturare l’attenzione di tutti gli appartenenti alla categoria.
L’autore, il peruviano Fernando Iwasaki, dentista non è, ma storico, romanziere, saggista e critico, di poderosa erudizione e fantasia immaginifica. In questo romanzo, pubblicato in Italia dalla Bollati Boringhieri, si lascia trascinare da alcune ossessioni: l’inquisizione, la malattia, il dolore fisico, i libri, la religione e soprattutto i denti, presenti come argomento centrale ma anche sotto forma di innumerevoli richiami, metafore e citazioni. 
La storia del romanzo si svolge all’inizio del Seicento tra la Spagna e il Perù, tra il carcere di Siviglia, dove è in corso una rocambolesca e cruenta evasione, e una piazza di Lima, dove un cavadenti esibisce alla folla la sua arte chirurgica. L’autore è interessato ai personaggi epici e grotteschi, alla ricostruzione dell’ambiente storico e più ancora al gusto per l’eccesso, l’ironia e l’orrore.
Il libro è un dichiarato omaggio a Cervantes e la quarta di copertina cita il cavaliere della Mancha che istruisce il suo scudiero: “Perché devi sapere, Sancho, che la bocca senza molari è come un maialino senza macina, e bisogna dar molto più valore a un dente che a un diamante”. E i personaggi descritti sarebbero perfettamente a loro agio nelle vicende del Don Chisciotte, anche se il tono di Iwasaki non è né sognante né lunare, ma si nutre di carni piagate e lacerate, di corpi mutilati e orribili torture, inflitte tanto dagli inquisitori quanto dai medici.
Il giovane barbiere Gregorio de Utrilla farà della chirurgia una professione, dedicandosi alla ricerca dei vermi che ritiene generati dall’organismo umano e soprattutto al favoleggiato e mai scoperto tarlo dei denti. Nonostante la presenza di “rogna, piaghe, tumori” e ogni genere di malattia, l’inafferrabile tarlo era il nemico più pericoloso, infatti “se persino per i mali peggiori c’era rimedio, il mal di denti e la corruzione della bocca erano per tutta la vita”. Inoltre, “per quanto si estirpassero i molari marci, infetti, i bachi avrebbero continuato a rodere i denti vicini. E per ciò al peccatore e alla bella donna, al sant’uomo e al bambino innocente la bocca puzzava di liquami di cadavere insepolto.”
Molti secoli prima che l’anestesia entrasse in uso, gli strumenti del chirurgo e quelli del torturatore erano difficili da distinguere. Iwasaki attinge alle sue ricerche storiche e si dilunga a illustrare punteruoli e tenaglie, scarnatoi, ceselli e martelletti, fino al terribile Pellicano, che ben pochi avevano il coraggio di affrontare. La pervasività di una religione intrisa di superstizione e di violenza offriva dunque una forma di consolazione alla sofferenza e insieme una sua esaltazione: “dopo tutto una bocca sdentata non commetterebbe mai peccati di gola, riderebbe con maggior verecondia, si terrebbe alla larga dall’adulterio e non potrebbe addentare i frutti venefici del piacere. Una bocca sdentata spianerebbe la via della salvezza per il tramite di una vita contemplativa, mistica e anacoretica. Una bocca sdentata, insomma, ritarderebbe la morte, perché la corruzione della carne comincia nelle paludi della dentatura”.

 
 

GdO 2008; 2

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