I Fis: una bussola per orientarsi tra vantaggi e svantaggi
di Luca Massimo Accialini
Da qualche tempo, ha iniziato ad affermarsi il principio che il professionista deve farsi pubblicità e che il bilancio dello studio debba prevedere una nuova voce dedicata a questo. In linea di massima, chi fa comunicazione sostiene che un professionista dovrebbe investire circa il 3% del fatturato in pubblicità. La pubblicità è un costo certo, da sostenere in anticipo e i cui benefici possono arrivare solo dopo tempi lunghi. Un aspetto positivo dei Fis è che il gestore si fa carico di un’attività promozionale gratuita a favore dello studio. Nel caso di un Fis “chiuso” (rivolto a una specifica categoria di persone, per esempio ai dipendenti di una grande azienda automobilistica), il messaggio è centrato su un gruppo di persone omogenee per cultura, disponibilità economica e, in alcuni casi, anche per provenienza geografica. Al contrario, un Fis “aperto”, cioè rivolto all’intera cittadinanza, destinatario molto eterogeneo. I costi di tale promozione sono a carico del gestore e saranno pagati dal dentista, mediante una ridotta retribuzione, solo nel caso in cui vi sia effettiva affluenza di pazienti. Per entrambe le tipologie di Fis, la promozione dello studio avviene con vari meccanismi: la segnalazione da parte di organi pubblicitari e il passaparola - forse più veloce in quelli chiusi - che si viene a determinare tra gli iscritti. Indubbiamente, e questo è noto fin dai tempi degli storici terzi paganti, l’affluenza di pazienti assistiti negli studi convenzionati è cospicua. Un paziente iscritto a un Fis non ha diritto a trattamenti privilegiati. Per questa ragione, tali pazienti possono essere gestiti per ottimizzare i flussi di lavoro. Fatto salvo il massimo rispetto per l’assistito e la qualità delle prestazioni, è possibile calmierare la loro gestione in modo da minimizzare il rischio che la nota sindrome da poltrona vuota colpisca il nostro studio. Il fatto che i Fis, come dimostra l’analisi comparata dei nomenclatori, non comprendano alcune terapie di cui i pazienti hanno bisogno è considerato in maniera positiva. Nei fondi è infatti previsto che il professionista possa erogare prestazioni fuori regime convenzionale che saranno fatturate direttamente al paziente attraverso il tariffario libero professionale. Ci sono poi considerazioni di carattere economico e fiscale: un Fis è puntuale nei pagamenti e consente una buona programmazione economica. Il modus operandi di un gestore di Fis è però molto impegnativo per uno studio. La burocrazia, ancora non ben definita e oliata e per di più di cospicua entità, ha un impatto pesante sul lavoro di segreteria. In alcuni casi, il gestore si riserva di fissare gli appuntamenti a nome del paziente, in altri la documentazione cartacea è complessa, ridondante e spesso non standardizzata. Un altro argomento che può essere portato contro i Fis è il nomenclatore/ tariffario. Si tratta del nodo più dolente per l’odontoiatra e merita di essere affrontato con il massimo rigore e con la massima serenità. Il tariffario di un Fis è nazionale ed è uguale in tutto il Paese. Il problema però è che il costo del lavoro è molto diverso da una parte all’altra d’Italia, e differente sarà per forza di cose anche la marginalità che il tariffario di un Fis consente a professionisti operanti nelle varie Regioni. Anche se è vero che alcuni terzi paganti/Fis consentono agli odontoiatri aderenti un margine di negoziazione del proprio tariffario, è altrettanto vero che alcuni professionisti considerano il paziente inviato da un Fis economicamente poco appetibile. Uno studio che abbia elevati costi di gestione non può permettersi di ricevere troppi pazienti in convenzione e si vede costretto a limitare il loro afflusso a un tetto massimo del 15% circa della totalità. Al contrario, un collega che abbia costi molto contenuti sarebbe in grado di farsi carico di maggiori quantità di pazienti in convenzione. Se è vero che la decisione di collaborare con uno o più Fis può comportare anche una rivalutazione delle politiche d’acquisto, la ricerca della marginalità non dovrebbe comunque portare a un patologico scadimento della qualità delle prestazioni erogate. Da anni operano in Italia gruppi d’acquisto per odontoiatri che riescono a mantenere alta la qualità dei prodotti utilizzati dai professionisti, anche a fronte di rilevanti risparmi nella gestione dello studio. Purtroppo il quadro legislativo non è ancora definitivo, all’orizzonte potrebbero esserci nuove regole che rischiano di stravolgere i Fis, rendendo il futuro di quelli aperti incerto. Da un punto di vista di categoria prendiamo atto con piacere della definitiva rinuncia all’idea che l’odontoiatria possa essere pubblica e che il legislatore abbia, di fatto, consegnato ai privati l’intero mercato. Il meccanismo individuato e costruito dai Governi che si sono succeduti è noto: ora tocca a noi professionisti fare serene valutazioni personali e apolitiche. Il panorama è talmente frammentato e vario che non sarà possibile prendere una netta posizione di categoria nei confronti del sistema ma, più probabilmente, solo posizioni individuali. In seguito, sarebbe forse utile e auspicabile che gli odontoiatri che avessero deciso di lavorare con i Fis si costituissero in associazioni che avessero titolo a rappresentarli: molti sono ancora gli aspetti da impostare.
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