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07 Giugno 2010

Roberto Callioni: il bilancio del mio mandato in Andi

di Norberto Maccagno


Ormai è vicino l’appuntamento elettorale di Andi, che il 22 maggio chiama a Roma i soci per rinnovare gli organismi nazionali e il presidente. Alla vigilia del congresso, abbiamo incontrato il presidente uscente, al termine del suo secondo e, in base al regolamento dell’Associazione, ultimo mandato, per ripercorrere il periodo in cui è stato in carica, cercando di capire cosa ha fatto l’Associazione e soprattutto come è cambiata la professione. Un doppio mandato che è cominciato nel 2004 con solo 10 voti in più (sui 659 complessivi) rispetto al rivale Casabona e che ha conquistato via via più consenso. (Ndr: Al momento dell’uscita del Gdo si saprà già il nome del successore alla guida dell’Andi).
Dottor Callioni, dopo sei anni di mandato, che forma ha l’Associazione che lascia al suo successore?
È un’Andi più organizzata e strutturata, con un bilancio in regola e due immobili di proprietà in più rispetto a quella che ho ereditato. Rispetto all’associazione che ho trovato sei anni fa, abbiamo reso più professionale la nostra organizzazione, puntato sulla tecnologia per far dialogare in tempo reale le sedi locali con quella nazionale, potenziato i servizi che già c’erano e creato di nuovi. Servizi esclusivi, che ci permettono di meglio gestire l’attività lavorativa, soprattutto ai dentisti con studio monoprofessionale. Dal punto di vista culturale, abbiamo attivato un programma di corsi e di eventi di qualità, attraverso la sinergia tra Andi Eventi e i dipartimenti regionali, e la Fad. È di questi giorni la notizia che Andi Servizi è stata inserita tra i primi 40 provider nazionali accreditati.
Ma soprattutto quella di adesso è un’Andi con il 30% di soci in più rispetto a sei anni fa. Oggi Andi non solo è il più rappresentativo sindacato di categoria del settore dentale, con la rappresentanza del 60% degli esercenti, ma, considerando il rapporto tra il numero di addetti e i soci, lo è anche in ambito sanitario.
E dal punto di vista politico?
Mi sembra che Andi, in questi anni, sia stata presente nei tavoli che contano, non come comparsa, ma come interlocutore. Le nostre proposte sono state sempre prese in esame e spesso, come è avvenuto per esempio per gli studi di settore, hanno condizionato le decisioni future. Siamo stati protagonisti non solo a livello nazionale, ma anche all’estero e l’elezione di Marco Landi nel Board del Ced ne è la riprova. Un altro esempio di quanto la nostra associazione è ormai considerata è la mia nomina nel Consiglio superiore di sanità: per la prima volta un dentista libero professionista, e non un esponente universitario, ha rappresentato la nostra professione.
All’inizio del suo mandato ha cercato di riorganizzare il tavolo del dentale con discreti successi - e mi riferisco al Dental Day. Poi tutto è nuovamente naufragato. Oggi mi sembra che gli attori del settore seguano strade diverse.
Mi sembra che molti di quegli attori, come li chiama lei, più che strade diverse vaghino senza una meta. Senza sapere dove andare, cercando solo di conquistare il consenso attraverso la demagogia.
La sfida era di riuscire a fare sistema, puntando sulla centralità del dentista libero professionista per fare crescere tutto il comparto. Come sempre, agli interessi del settore alcuni hanno preferito gli interessi di bottega. Peggio per loro. L’Andi ha avuto la forza e la credibilità per andare avanti da sola, anche se poi non è andata così. Con molti di quegli attori abbiamo ottimi rapporti di collaborazione e continuiamo a perseguire obiettivi comuni.
È facile trovarsi introno a un tavolo per definire delle linee guida cliniche. Molto più difficile lo è per delineare l’odontoiatria del futuro.
E l’odontoiatria del futuro passa per l’accordo sull’odontoiatria sociale?
Questa è l’argomentazione che viene avanzata, da quando abbiamo firmato l’accordo con il ministero della Salute, da coloro che non hanno nulla da proporre. Lasciando intendere che l’accordo abbia favorito i fondi integrativi e che noi volevamo il convenzionamento. Come più volte è stato ribadito, anche dal ministro Fazio, l’accordo è un’iniziativa sociale e non un modello assistenziale. La valenza politica è stata quella di aver dimostrato al ministero che l’iniziativa ha funzionato grazie alla libera professione capillarmente distribuita sul territorio, che, a differenza dei grossi centri odontoiatrici, delle cliniche universitarie e delle stesse strutture pubbliche, è vicina alla gente.
Per quanto riguarda il convenzionamento, in questi sei anni abbiamo celebrato due congressi politici che hanno ribadito il no al convenzionamento diretto. Detto questo, tutti i principali fondi si basano su questo modello. Che cosa conviene fare allora? Lasciare che i gestori dei fondi si accordino con le grosse strutture, con il franchising oppure cercare di impedire che questo avvenga? Dire sempre di no, dando l’illusione che si potrà tornare all’odontoiatria degli anni Ottanta, serve solo a ingannare i colleghi. Come presidente, ho sempre voluto essere chiaro e leale con gli iscritti. In questi sei anni ho cercato di aiutare questa professione a non snaturarsi, seguendo il cambiamento imposto dal mercato.
Quando la intervistai, appena eletto, alla domanda su come sarebbe stata la sua Andi mi rispose così: “Sarà un’associazione che dovrà guardare alle problematiche che oggi attanagliano la libera professione, cercando di dare delle risposte concrete, un'associazione più vicina alla base”. Ci è riuscito?
Per la rappresentatività della categoria in termini numerici e politici su talune tematiche quali gli studi di settore e l’istituzione del profilo odontotecnico e altre ancora ritengo di aver fatto il mio dovere. Ho cercato di rappresentare ai colleghi la realtà del presente, calandoli nel tessuto socio-culturale-economico del Paese. Li ho fatti uscire dagli studi per andare nelle piazze. Abbiamo certamente bucato i mass media. Sotto questi aspetti sono soddisfatto.
Si rammarica per non essere riuscito a fare qualcosa? Ci sono decisioni che, a posteriori, non avrebbe preso?
Rifarei tutto quanto ho fatto in questi lunghi anni, prestando più attenzione al rinnovo di Statuto e regolamento, rispetto al quale volutamente ho assunto un atteggiamento di terzietà.
Lei ha puntato molto sulla comunicazione sia interna sia esterna. Pensa che oggi l’iscritto Andi sia più consapevole e informato?
Per quanto riguarda la comunicazione interna ho fortemente puntato a un’informazione trasparente che permettesse a tutti, soci e non soci, di farsi un’idea sulle attività dell’associazione e su quanto stesse accadendo nel settore. Anche in questo caso, credo di che sia stato raggiunto un modo diverso di fare informazione, non più basato su slogan e comunicati stampa.
Sul fronte esterno, penso che sia stata ottenuta una maggiore visibilità per l’associazione ma soprattutto per l’odontoiatria, presentando la nostra professione per quello che è, fuori dai luoghi comuni, ed evidenziando il suo valore sociale.
I primi mesi di mandato fui inviato, con il professor Dolci, a “Elisir”, trasmissione dedicata alla salute di Rai Tre. Rimasi profondamente colpito: il conduttore e i giornalisti presero in giro la nostra professione. Quella trasmissione mi ha spinto a lavorare affinché i giornali e le Tv parlassero di Andi e dei dentisti non come evasori o ladri, ma come professionisti. E mi sembra di esserci riuscito: scorrendo la rassegna stampa di questi anni, presente sul nostro sito, credo che si noti che Andi è stata chiamata ogni volta che si parlava di odontoiatria, di salute, ma anche di economia e di crisi, al pari delle altre importanti professioni del nostro paese.
Dal 22 maggio lei non sarà più presidente Andi. Che cosa farà?
Tornerò dedicarmi al mio studio e alla mia famiglia, che in questi sei anni ho molto trascurato. Nonostante in questi anni io sia stato attaccato e indicato come un personalista, uno che ha utilizzato l’associazione per la propria visibilità, vorrei ricordare che sono stato io a voler inserire nel nuovo statuto la clausola che non prevedesse la possibilità per un past-president di ricandidarsi. È giusto che un presidente abbia un adeguato numero di anni a disposizione per fare quanto si è preposto, ma dopo deve lasciare il passo ad altri. Purtroppo, per la nostra professione, questo modo di intendere la gestione della carica non è consuetudine per tutti.

GdO 2010;9

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