Tra le notizie più cliccate della settimana, quella che informava della convocazione degli incontri tra Sindacati ed Associazioni degli Odontoiatri e delle ASO con il Ministero della Salute e le Regioni per valutare modifiche al Decreto sul profilo delle Assistenti di Studio. Interesse verso la notizia che conferma come, datori di lavoro e ASO, stiano vivendo questa fase di transizione e di applicazione del nuovo profilo con interesse ma anche preoccupazione.
Proprio in quell’articolo, informavamo come ANDI indicasse in oltre 20 mila le Aso che pur avendo 36 mesi di attività, non potrebbero vedersi riconosciuto l’esonero dal conseguimento dell’attestato di qualifica in quanto assunte come segretarie o impiegate. Poi ci sono quelle che potrebbero dimostrare più di 36 mesi di assunzione come assistenti alla poltrona, ma negli ultimi 5 anni sono state magari in maternità ed hanno seguito i loro figli nei primi anni di vita (e stiamo parlando di una professione al 90% al femminile), e quelle che dovrebbero fare i corsi ma hanno solo la terza media, perché quando erano in età scolare, la scuola dell’obbligo terminava con le medie.
Ma l’elenco delle criticità è lungo ed a queste si aggiungono le differenze di applicazione della norma da parte delle Regioni che rendono più agevole o più restrittivo, per esempio, il riconoscimento della formazione pregresse, oppure il tirocinio.
In questi mesi su Odontoiatria33 ne abbiamo parlato spesso, portando commenti e punti di vista.
Proprio dopo le ultime differenti vedute che esponenti del settore hanno espresso attraverso il nostro giornale, per cercare di fare chiarezza abbiamo a fine settembre chiesto alla dott.ssa Rossana Ugenti -Direttore generale delle professioni sanitarie e delle risorse umane del Servizio Sanitario Nazionale del Ministero della Salute- un’intervista. Qualche settimana dopo l’Ufficio stampa del Ministero ci informa che, nell’immediato, non è possibile effettuarla. Ovviamente ci sta, “aspettiamo di avere elementi certi prima di dare delle risposte ufficiali”, ha certamente considerato il Ministero.
Anche dopo le riunioni di lunedì e martedì abbiamo cercato, per darvene conto, di raccogliere indicazioni su quali fossero le modifiche sulle quali si stava discutendo. Abbiamo sentito alcuni rappresentanti degli odontoiatri presenti, alcuni dei rappresentati delle ASO, dei loro consulenti, ricevendo una unica risposta: il Ministero “non gradisce che parliamo con la stampa”.
Se ora vi faccio un “pistolotto” sulla libertà di stampa e sul diritto ad informare ed essere informati, mi direte: “ma stiamo parlando di una norma specifica per una singola categoria, non di temi importanti, fondamentali, sociali”.
Ma per le ASO che rischiano di perdere il lavoro, e gli studi dentistici la loro ASO di fiducia, questi sono temi vitali. Il fatto di poter sapere su quali modifiche si sta lavorando, le ipotesi su cui Ministero e Sindacati stanno ragionando, permette a lavoratori e lavoratrici, ma anche ai datori di lavoro, di avere più informazioni per effettuare le proprie scelte, o di aspettare a farle.
Prendiamo per esempio il caso della lettrice che attraverso Odontoiatria33, chiedeva aiuto raccontando la propria situazione. Ricorderete: assistente di studio in attività da anni ma che per via della maternità e della scelta di seguire il figlio fino alla scuola, non può dimostrare i 36 mesi di assunzione negli ultimi 5 anni, e non può neppure iscriversi ai corsi in Lombardia perché ha la sola terza media. Quindi, per non essere costretta ad abbandonare il lavoro il 20 aprile 2020, magari (non lo sappiamo) la signora ha deciso conseguire l’attestato di qualifica iscrivendosi ad un corso in una Regione dove consentono l’iscrizione anche a chi ha la terza media. Una scelta che comporta sacrifici familiari, lavorativi, costi.
A quella signora, come alle tante ASO nelle sue condizioni, non sarebbe utile sapere, per esempio, che nelle riunioni ministeriali si sta veramente pensando di ampliare da 5 a 10 anni il periodo in cui si può dimostrare di avere svolto per 36 mesi l’attività di assistente alla poltrona? Come aveva chiesto IDEA qualche giorno prima della riunione.
Sapendolo, magari, la nostra lettrice e tutte quelle nelle sue condizioni, potrebbe aspettare ad iscriversi ad un corso avendo tempo fino al 20 aprile 2020 per decidere di farlo. E lo stesso concetto vale per le altre questioni presenti sul tavolo di discussione, di cui non consociamo i contenuti. Informazioni, peraltro, che dovrebbero essere date al settore di riferimento dagli stessi sindacati presenti, un minuto dopo essere usciti dalle riunioni. Proprio perché impedirebbero a coloro che si vuole tutelare, di fare scelte affrettate che potrebbero risultare inutili tra qualche mese.
Il percorso che porterà a modificare il DPCM sarà probabilmente molto lungo, serve un nuovo accordo Stato Regione, un decreto, probabilmente un nuovo intervento legislativo anche delle Regioni. Anche se le parti in causa si “sbrigano”, molto probabilmente il nuovo testo approvato arriverà a ridosso della fatidica data dell’aprile 2020, quando negli studi potranno lavorare solo personale qualificato o iscritto al corso per conseguire l’attestato.
Sapere, quindi, le varie possibili evoluzioni, diventa indispensabile per prendere decisioni, fare scelte o aspettare a farle.
Certo, magari poi le trattative si interrompono, non si riesce a trovare una soluzione praticabile, però essere informati sull’evoluzione consente, e mi ripeto, agli interessati di valutare, potendo comunque ancora aspettare per qualche mese a prendere decisioni. Il delineare Leggi e norme comporta il fare delle scelte. Ma quelle scelte vanno a condizionare la vita delle persone: nel nostro caso il lavoro di molte ASO ma anche la gestione degli studi dove lavorano.
Allora perchè si vuole impedire a chi è deputato a farlo di raccontare quel percorso decisionale, i momenti di scontro, le proposte? Ma soprattutto perché si vuole privare alle migliaia di persone interessate (ASO e Dentisti) di sapere?
E questo atteggiamento non vale solo per la questione delle ASO, ma su tante altre che vede coinvolta la parte che più di altre dovrebbe fare della trasparenza il suo punto di forza: quella governativa. Si pensi per esempio alle decisioni prese dal Gruppo Tecnico sull’Odontoiatria di cui non si riesce a sapere mai nulla fino a quando vengono pubblicati i verbali, ma mesi dopo; o le sentenze della CCEPS, rese pubbliche anni dopo solo attraverso incomprensibili massimari (perché non si sa da dove si è partiti per prendere quella decisione).
Su altri temi il Ministero è solerte a comunicare attraverso l’Ufficio stampa. Perché per quanto riguarda il settore dentale non solo questo non avviene ma si impedisce anche ad altri di fare il proprio lavoro, quello di informare?
Se è legittimo, ma non condivisibile, che un dirigente sindacale decida di declinare la richiesta di una intervista, spesso solo dopo aver letto le domande, questo non lo è per un organo dello Stato che dovrebbe fare della trasparenza il suo unico punto di forza, il suo fine. Come invece fa, per il nostro settore CAO e FNOCMeO, non solo non tirandosi indietro quando si chiede commenti anche sconvenienti, ma pubblicando sul proprio sito ogni documento ufficiale. E questo anche a livello provinciale.
C’è poi un’altra considerazione sulle riunioni che si sono svolte nei giorni scorsi sul profilo ASO, ed è quella che da sempre penalizza il settore dentale: il mancato confronto interno, la non volontà di creare una posizione unitaria.
Lunedì i sindacati degli Odontoiatri (AIO ed ANDI) sono stati chiamati a portare le loro proposte a Ministero e Regioni, il giorno successivo le ASO, peraltro pure in due incontri separati, prima AIASO ed IDEA e poi SIASO.
In tutti e tre gli incontri è stata chiamata a presenziale la CAO, in quanto organo sussidiario in altre parole “l’esperto” per conto del Ministero, come la Legge impone.
Ma era tanto difficile per i rappresentati degli Odontoiatri e delle ASO riunirsi, prima, intorno ad un tavolo e concordare una linea comune da portare la Ministero evitando, come avvenuto per il DPCM, che sia poi il Ministero a fare la sintesi tra le varie proposte presentate e poi decidere?
Questo modo di lavorare, che punta esclusivamente a voler dimostrare chi è più considerato, ha portato dopo dieci anni di incontri e modifiche a partorire un DPCM che già il giorno dopo la sua approvazione richiedeva modifiche. Perché tornare a ripercorrere gli stessi errori?
Ed anche in quei dieci anni di gestazione, di bozze perché non si era mai voluto informare del lavoro che si stava facendo?
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