La settimana che ha preceduto questa, speriamo, penultima domenica del #iorestoacasaltrimentiilvicinochiamaivigli, è stata connotata da buone notizie (guardando con ottimismo) anche per il settore dentale. Si apre con una cattiva, che poi si trasforma in buona: per ora sulla fiducia. Parlo dell’annunciata (ma non ancora formalizzata) proroga di un anno delle disposizioni transitorie previste dall’articolo 13 del profilo professionale dell’ASO, ovvero la possibilità di assumente un ASO non qualificata. Divieto che è scattato martedì 21 aprile 2020.
Però, per conoscere le reali intenzioni del Ministero sulla questione dell’ASO, si è dovuto attendere che Odontoiatria33 ricordasse la scadenza, appunto, che dal 21 aprile 2020 gli studi odontoiatrici non avrebbero potuto più assumerne ASO non qualificate. Cosa che non vuole dire licenziare quelle senza qualifica, queste hanno ancora un anno di tempo per conseguire l’attestato, come spieghiamo nel nostro approfondimento.
Subito, nei nostri confronti, l’accusa di aver dato la notizia della scadenza prevista dalla Legge creando, ingiustificatamente, timori tra le ASO ed i dentisti, in un momento già particolarmente pesante. Ma Odontoiatria33 non ha fatto altro che dare la notizia di una scadenza di Legge, abbiamo fatto il nostro mestiere che è quello di informare, spiegare in modo che i lettori abbiano gli strumenti per capire, valutare ed adottare eventuali azioni.
Il giorno dopo l’uscita della nostra notizia, la Professione ha ritenuto, per tranquillizzare il settore, di informare attraverso una nota che il Ministero aveva chiesto al Governo di prorogare la scadenza di un anno.
Richiesta di proroga che non era stata inviata mesi prima, ma il giorno lavorativo precedente. Noi siamo usciti con la notizia lunedì 20 aprile, il Ministero della Salute (Ufficio di Gabinetto) ha inviato la richiesta di proroga al Governo venerdì 17 aprile, Governo che il 20 aprile ha poi inviato la richiesta al Coordinamento della Commissione Salute della Stato Regioni invitandolo a trasmettere la richiesta alla Conferenza delle Regioni, in modo che nella prima seduta utile possa fornire un parere. Speriamo positivo.
Invece di indignarsi con chi ha fatto solamente il suo lavoro, dare una notizia vera, perché non si chiede conto al Ministero che, sulla questione ASO, continua a nascondere cosa si sta facendo e cosa si vuole fare? Non sarebbe stato più corretto ed utile per non dire “trasparente”, diffondere un comunicato stampa, inoltrare una informativa ai sindacati ed alle associazioni di riferimento di ASO e dei datori di lavoro, in cui li si informava della volontà di richiedere una proroga?
Non certo, come ho già avuto modo di scrivere, per fare un favore ad Odontoiatria33, ma per rispetto di tutte le ASO, degli studi odontoiatrici che dall’approvazione del decreto con l’istituzione del profilo aspettano risposte o indicazioni che ad oggi, dopo 2 anni, non sono ancora arrivate.
Poi si potrebbe cercare di capire come mai, per una scadenza di cui si conosce la data dal 2018, dopo l’ultima riunione tra Ministero, Regioni, Sindacati ed Associazioni del settore, (avvenuta il 18 febbraio 2020), non si sia subito avanzata la richiesta di proroga invece di arrivare a farlo qualche ora prima della scadenza. Quel tavolo stava lavorando alla modifica del profilo, cercando di intervenute sulle criticità. Era già chiaro allora che, comunque, non ci sarebbero stati i tempi tecnici per avviare un confronto in Stato Regioni per definire un testo condiviso che sarebbe poi dovuto passare attraverso il Governo per essere tradotto in un nuovo provvedimento legislativo.
Comunque, anche se in ritardo, l’iter per ottenere una proroga è stato avviato, e questa è la buona notizia
Quella negativa è che, proprio per aver avviato l’iter il giorno prima dell’entrata in vigore del divieto, fino a quando le Regioni non daranno l’assenso (sperando che non richiedano chiarimenti o propongano magari una scadenza diversa), e successivamente il Governo traduca la proroga in un provvedimento, gli odontoiatri non potranno assumerne una ASO non qualificata.
Se questo non avvenisse prima della fine del lockdown, uno studio che dovrà sostituire una ASO in maternità o che ha deciso di licenziarsi o chiedere aspettativa perché deve badare ai figli a casa da scuola, non lo potrà fare se non ne trova una qualificata.
Certo potrà dare retta a quanto consigliano alcuni dentisti su Facebook: “assumila con un’altra qualifica tanto chi controlla”.
Forse, ma non so quanti datori di lavoro saranno disposti a rischiare di fare svolgere ad un proprio dipendente mansioni diverse da quelle previste dalla qualifica per cui è stato assunta. Peraltro, mansioni che INAIL considera ad alto rischio coronavirus. E se poi dipendente, magari assunto come addetto alla segreteria viene contagiato e denuncia che in realtà assisteva il dentista alla poltrona?
Riapertura e DPI per gli studi
Quando gli italiani cominceranno a poter uscire di casa, anche gli studi potranno tornare ad operare a pieno regime. Anche sul fronte delle regole che i dentisti dovranno rispettare, si comincia a capire cosa servirà per lavorare in sicurezza. Se il Tavolo ministeriale sta procedendo spedito con i suoi lavori, il presidente CAO Raffaele Iandolo, intervenendo al Consiglio Nazionale ANDI di venerdì scorso, ha dichiarato che il lavoro della Commissione CAO per indicare le procedure per prevenire il contagio all’interno dello studio verrà presentato giovedì 30 aprile. Intanto ANDI, chiede al Governo interventi per l’approvvigionamento dei DPI ed annuncia una convenzione per i propri soci con un noto distributore di prodotti dentali per la fornitura, ad un costo calmierato, dei DPI per la riapertura indicando tra i necessari: mascherine chirurgiche,mascherine FFp2,camici Monouso Idrorepellenti non sterili, calzari, copricapi, visiera, guanti.
Altre buone notizie che nascondono criticità
E’ stata anche la settimana in cui, chi ha richiesto il bonus statale di marzo dei 600 euro, se li è finalmente trovati accreditati sul conto corrente, ma solo per chi è iscritto all’INPS. Stessa cosa è successa per i primi iscritti agli Enti previdenziali privati che hanno presentato la domanda, poi sono finiti i soldi stanziati e molti dovranno aspettare un rifinanziamento o rimarranno senza bonus. E quindi poco sembrerebbe servire la precisazione del Ministero del Lavoro che consente agli iscritti alle Casse, private che non hanno prodotto reddito nel 2018 di presentare la richiesta del Bonus.
E’ stata anche la settimana in cui è stato dato il via libera al bonus da 3.000 euro (uno al mese) previsto da ENPAM. In realtà di quei soldi, come ha sottolineato il presidente Oliveti, non essendo esentasse andranno a comporre il reddito di chi li percepisce (a differenza dei 600 euro statali), così lo Stato tra tasse e ritenute alla fonte se ne prenderà quasi la metà. Considerando che sono pure soldi che ritornano nelle tasche di chi li ha versati (perché vengono prelevati dal patrimonio dell’Ente e quindi dalle future pensioni degli iscritti), l’aver avvallato la richiesta di ENPAM, per i Ministeri competenti a quanto pare non è stato un favore verso gli iscritti -vista la situazione di emergenza economica- ma un favore verso le casse dello Stato.
Ma sul tema degli aiuti sembra che sia un po’ questa la linea del Governo attuata fino ad oggi, essendo limitatissime le risorse pubbliche disponibili da stanziare.
Si annunciano le agevolazioni per la sanificazione, ma le potranno utilizzare solo i primi che le richiedono visto il tetto di spesa, si annuncia la cassa integrazione ai “piccoli” ma gli intoppi burocratici la frenano, si promette 25mila euro di finanziamenti facili da ottenere (che dovranno essere restituiti), ma si potrà chiedere al massimo il 25% del proprio fatturato, le banche non lo daranno ha chi ha insoluti e per ricevere i soldi ci vorrà tempo.
Per il settore, più che mancette per sé stessi, si deve pressare il Governo affinché aiuti le famiglie, le imprese per mantenere al lavoro i dipendenti, i piccoli commercianti, ristoratori, i bar etc, ovvero le categorie sociali che afferiscono ai vostri studi. Si deve pretendere che venga sfruttata questa emergenza per ridefinire il nostro Paese anche dal punto di vista delle diseguaglianze sociali.
Solo con queste premesse i pazienti potranno tornare in studio, altrimenti una famiglia sarà di nuovo costretta a dover decidere se pagare l’ortodonzia al figlio o la baby sitter perché le scuole e gli asili sono chiusi (in quanto lo Stato non ha i soldi per pagare più insegnati o trovare locali per accogliere tutti gli studenti che devono essere distanziati).
Nei prossimi mesi il vero deterrente per il paziente non sarà la distanza sociale o la mascherina, ma l’aspetto economico. E come dice l’amico Antonio Pelliccia, aspettando le riforme del Governo, e non gli annunci, serve un progetto di solidarietà del settore verso i pazienti che li possa riportare, subito, in studio.
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