Se dovessi indicare, da paziente un po’ più informato della media sul settore odontoiatrico, il più significativo tra i tanti cambiamenti che la professione odontoiatrica sta vivendo, indubbiamente indicherei l’essere più medico. Quando quasi 35 anni fa cominciai a raccontare il settore, l’odontoiatra era indubbiamente quello che “tappava il buco” lasciato dalla carie, faceva masticare le persone più o meno sdentate. Certamente perché quella era la necessità principale dei pazienti degli anni ’80, ‘90. Poi con il miglioramento della salute orale degli italiani, il mutare delle loro esigenze cliniche, sociali, l’odontoiatra ha modificato il modo di approcciarli, la tipologia di cure da prescrivere. Più ortodonzia, più estetica ma anche più prevenzione ed attenzione alla patologia orale.
Oggi solo il 20% delle cure odontoiatriche sono riferite alla riabilitazione protesica, con buona pace del prof. Giovanni Lodi che spesso ricorda come corone e protesi devono essere vissute come una sconfitta per l’odontoiatria.
Molti professori universitari mi raccontano come sempre più studenti si “appassionano” per la patologia orale, l’odontoiatria mininvasiva, che vogliono contribuire a mantenere sana la salute orale dei propri pazienti piuttosto che riabilitarli.
Negli anni, tantissime Società scientifiche ed Associazioni hanno, e continuano, ad attivare progetti ed iniziative per formare e sensibilizzare gli odontoiatri sulla correlazione tra salute orale ed altre patologie, sull’importanza di promuovere stili di vita sani, puntare sulla prevenzione anche come strumento per fidelizzare i pazienti.
Questa premessa per citare un editoriale sul numero di aprile del JADA, la rivista scientifica dell’ADA, in cui si parla di alimentazione, di dieta, di cura odontoiatrica personalizzata. So bene che spesso riviste scientifiche e Società scientifiche affrontano il tema di corretta alimentazione e benefici della salute orale portando evidenze scientifiche. Ricordo inediti libri che associano le cure odontoiatriche a ricette, iniziative per promuovere i cibi corretti per tutelare la salute orale.
Ma nell’editoriale si affronta il tema da un altro punto di vista.
Lo studio dentistico può contribuire in modo centrale a rafforzare l’importanza di una dieta sana e fornire consulenza per aiutare a personalizzare le questioni dietetiche legate alla malattia orale cronica e alla salute sistemica generale?
In che modo odontoiatri ed igienisti dentali possono influenzare le abitudini e i modelli alimentari dei loro pazienti per aiutarli a gestire le malattie croniche e migliorare la loro salute?
Lo studio dentistico fornisce informazioni sull'educazione alimentare?
E poi disquisisce sui risultati positivi, per il paziente, di una educazione alimentare svolta nello studio odontoiatrico ma anche delle difficoltà di farlo. E tra queste, indica la necessità di rapportarsi con altri professionisti (medico curante, nutrizionista etc), il richiedere durante l’anamnesi i dati sanitari non proprio odontoiatrici come altezza, peso, pressione sanguigna, tipologia di alimentazione.
E leggendolo penso come l’esortazione a fornire consigli sulla corretta alimentazione sia tanto ovvia quanto, credo, disattesa o marginale nel percorso di assistenza (non scrivo ‘cura’ a proposito) offerto da voi dentisti.
Tornando all’editoriale l’autore conclude con queste parole: “Migliorare la salute dei pazienti attraverso una dieta personalizzata e sana non è certamente un concetto nuovo nell’ambiente della salute orale. Mi aggiorno regolarmente su questioni legate all’alimentazione associate alla carie e discuto con pazienti e genitori per adottare modelli dietetici alternativi e più salutari. Abbiamo la consapevolezza della correlazione tra dieta e salute orale e ci sono approcci nuovi ed entusiasmanti che rafforzeranno la nostra capacità di supportare una nutrizione di precisione che influenzerà positivamente il percorso di salute dei pazienti. Se siamo ciò che mangiamo, allora i professionisti che si occupano di salute orale hanno la responsabilità e l’opportunità di aiutare i pazienti a personalizzare la loro dieta in modo che ciò che mangiano li aiuti a raggiungere ciò che tutti noi vogliamo essere: sani”.
Sollecitare i dentisti e gli igienisti dentali ad impegnarsi non solo a permettere ai loro pazienti di mangiare ma anche indicare cosa mangiare, mi sembra un ottimo consiglio. Un approccio sicuramente apprezzato da noi pazienti.
E torno a quanto scrivevo all’inizio sulla consapevolezza dei giovani odontoiatri di approcciarsi alla professione da medico curante e non da dentista che riabilita.
E, forse, la conferma di come prima di tutto vi sia la necessità di cambiare l’approccio mentale alla cura è il constatare che l’autore dell’editoriale non è un dentista “puro”, il prof. J. Tim Wright, è professore presso il Dipartimento di sanità pubblica e pediatrica dell'Università della Carolina del Nord.
E questo credo sia il messaggio che il prof. Wright indica, il salto di qualità da fare: guardare il paziente con gli occhi da medico e non solo da dentista.
Cosa che non sembra aver fatto l’odontoiatra protagonista della tragica vicenda della morte del paziente curato per nove mesi per un problema gengivale (ne parliamo in questo articolo) senza accorgersi che in realtà la lesione era neoplastica. Non ho nessun titolo e neppure le competenze per giudicare e tanto meno si può farlo attraverso articoli di cronaca. L’impressione, la mia, è che quel dentista non abbia saputo diagnosticare la formazione neoplastica perché probabilmente nella testa non aveva quella informazione: io curo denti e quindi mi concentro su denti e gengive, il resto non lo considero. Non lo considera non per incapacità, ma perché probabilmente non è nel suo DNA di dentista.
Dubbio che non gli è venuto neppure quando l’igienista dentale, che ha eseguito l’igiene professionale (probabilmente lui è più abituato a considerare tutti gli ambiti clinici lavorando sulla prevenzione) gli ha prospettato il rischio che fosse una lesione tumorale, almeno secondo il racconto de Il Messaggero. Ma qui, forse, c’è anche un problema di riconoscimento della professionalità delle altre figure che compongono il Team odontoiatrico.
A questo link potete leggere l'Editoriale del prof. Wright
https://jada.ada.org/article/S0002-8177(24)00026-6/abstract
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