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02 Aprile 2020

Gestione dello studio odontoiatrico in prospettiva futura: qualche considerazione

Il dott. Caprara avanza alcune ipotesi e suggerimenti su come gestire l’attuale momento, i costi e la ripartenza, a seconda di quanto avverrà


Questa situazione può essere definita un vero “cigno nero” cioè una realtà imprevedibile, che stravolge tutto. Nassim Taleb creatore di tale teoria, intervistato il 5 marzo su tale aspetto, ha detto che non si tratta di un cigno nero in quanto “manca l’imprevedibilità”. Forse se lo intervistassero oggi cambierebbe idea in quanto la diffusione del virus è stata veramente imprevedibile. Il cigno nero non è l’assistente che si licenzia, ma una nuova e inimmaginabile situazione per cui è molto difficile fare delle previsioni, come l’attuale. 

Mi è piaciuto l’intervento del prof. Antonio Pelliccia su Odontoiatria33 che indicava una nuova alleanza medico-paziente.

Penso però sia interessante valutare anche aspetti pragmatici, legati a chi questa situazione la vive di persona, sulla propria pelle.
Questo periodo ha infatti stravolto la realtà da un giorno all’altro. 

A dicembre chi lo avrebbe mai potuto prevedere? C’è stato chi lo aveva immaginato, ma senz’altro è qualcosa che ci lascia spiazzati e ci mette di fronte a molte domande a cui vorremmo avere risposta: 

  • Quanto durerà? 
  • Quanto costerà? 
  • Sopravviverò?

Per il discorso sopravvivere, basta stare a casa ordinando il più possibile online... può essere fastidioso, ma è abbastanza facile. Alle altre due domande invece non è così semplice dare una risposta. In base a quanto abbiamo potuto osservare e ai dati più o meno manifesti, possiamo fare alcune ipotesi e previsioni. 

Quanto durerà e costerà? 

Ai primi di marzo valutavano una durata limitata che è andata man mano crescendo. Ormai ogni settimana le date si spostano nel tempo. Qualcuno da per realistica un’apertura selettiva dopo Pasqua, altri ritengono probabile un’apertura più lontana anche a fine maggio, il che significa quasi tre mesi di chiusura. 

A questo punto dobbiamo cercare di calcolare due aspetti: quanto possiamo durare senza lavorare e come fare a recuperare la perdita in caso di ripresa lavorativa. 

Alla prima domanda forse abbiamo già avuto alcune risposte. Ormai sono quasi tre le settimane di chiusura e i numeri probabilmente li abbiamo già un po' valutati. I costi infatti riguardano due aspetti. 

Il primo è quello personale. Vanno valutate quali potranno essere le spese personali da uno a tre mesi. A questo punto vediamo se i soldi che abbiamo in banca possono coprire tale importo. La maggior parte dei colleghi ha queste disponibilità. 
Il secondo costo è quello professionale e riguarda le spese dello studio. Questo valore è un po' più difficile da calcolare e soprattutto da compensare. Per prima cosa dobbiamo capire quante sono le spese mensili (un dato che penso abbiamo tutti, salvo chi ha appena aperto lo studio...). Una volta calcolato tale importo, va depurato di tutti i costi diretti. Infatti in questo periodo non pagheremo tecnico (salvo i mesi arretrati), materiali di consumo, collaboratori. Per il personale valuteremo la cassa integrazione. Alcuni pagamenti (mutui, leasing...) potranno essere sospesi. Quindi le spese dello studio, a seconda di come agiremo potranno ridursi ad un 20-30% (a seconda dei pagamenti che vorremmo o dovremmo affrontare). 

A questo punto valutiamo se anche il conto professionale può supportare tale pagamento per uno- tre mesi. Gli studi che possono compensare tali spese non sono purtroppo molti. In questo caso oltre alla sospensione di tutti i pagamenti già citata, andranno valutate altre situazioni finanziarie che comunque possono aggravare in parte la situazione attuale. Il periodo per il rientro è stato ipotizzato da uno a tre mesi. 

Oltre tale periodo infatti la riapertura potrebbe diventare molto difficile.... se infatti tutta l’Italia dovesse chiudere oltre tre mesi la “riapertura” sarebbe molto complessa per tutta la popolazione. Siamo già a quasi un mese e personalmente penso che molte persone non riusciranno a farcela per un altro mese.

Una volta definito se possiamo resistere economicamente valutiamo come fare a recuperare le perdite subite con il rientro lavorativo.

Innanzi tutto che situazione ci troveremo ad affrontare? Sarà tutto come prima o cambierà tutto? C’è chi dice che non cambierà nulla mentre altri parlano di un completo stravolgimento organizzativo. Probabilmente possiamo ipotizzare due fasi.

Una prima fase (fase di riduzione) che richiederà un’aggiunta di particolari procedure di sanificazione, preparazione degli operatori, nuovi DPI, selezione dei pazienti; seguita da una seconda (fase recupero) in cui le procedure, in base alla realtà e ai dati, verranno modificate con una più attenta sanificazione e dei nuovi DPI. 

A quanto ammonteranno le perdite? 

Per uno studio che tiene aperto 11 mesi lavorativi, un mese di chiusura significa una riduzione del’9% delle entrate.
 Se consideriamo che nel primo mese di rientro (fase di riduzione), causa la selezione dei pazienti e l’aumento dei tempi di sanificazione, si ridurrà ulteriormente l’incasso, possiamo aggiungere un’altra perdita del 3% (su base annua). Un difetto di almeno il 12% delle entrate porta, in uno studio con il 75% di spesa, una riduzione del reddito del 48%. Dobbiamo però considerare che per un mese abbiamo anche ridotto le spese e quindi in realtà la perdita si riduce (40% circa).

Come recuperare? 

Il metodo più semplice e che penso tutti attueranno o si sono già organizzati a riguardo, sarà aumentare la quota lavoro. Ciò che conta sono il numero di giornate lavorative all’anno, che le si faccia in un periodo o in un altro, poco importa. Potremo quindi lavorare in agosto (ormai molti dipendenti hanno già fatto le ferie...) oppure in alternativa lavorare qualche ora in più durante la settimana, se avevamo già predisposto delle mezze giornate libere. Questo sarà molto più difficile nelle grosse strutture che lavoravano già tutta la settimana e che sopportavano costi molto più elevati, mentre risulta più agevole nello studio monoprofessionale, che si dimostra una struttura più adatta a sopportare le modifiche ambientali. 

Sembra tutto facile (o quasi), ma i pazienti saranno gli stessi o saranno cambiati? Questo sarà il problema principale, già citato da Pelliccia. Ci troveremo di fronte a due categorie di persone: quelli a reddito fisso (pensionati, statali) per cui non cambierà molto (ma che forse si troveranno ad aiutare familiari e parenti in difficoltà) e quelli che lavorano a reddito di impresa (partite iva e loro dipendenti) che si ritroveranno con il loro reddito ridotto se non scomparso.

Quindi dopo un primo effetto “rimbalzo” legato alle necessità primarie anche odontoiatriche, bisognerà valutare quanti pazienti avranno le stesse possibilità ante-CV19.

In Italia i pensionati e gli statali rappresentano rispettivamente il 26,5% e il 5,3% della popolazione mentre gli altri lavoratori (dipendenti e autonomi) sono il 33,4%. Di questi il 3,3% sono esercenti (per cui la Confesercenti ha valutato che forse la metà potrebbe non riaprire...).
Considerando tali dati potrebbe essere molto probabile che il 15% delle persone presenterà importanti difficoltà economiche, che necessiteranno di almeno alcuni anni per essere recuperate. Un’altra percentuale avrà problematiche economiche più lievi, ma sarà senz’altro meno portata a spendere nel primo periodo. Questa diventerà la sfida più grande

Da una parte avremo un dentista che già provato dall’inattività, sarà costretto a rallentare i lavori (e gli incassi) e a spendere di più per personale e procedure. Dall’altro avremo dei pazienti che saranno provati (come noi) da questa grave emergenza e si troveranno (per un periodo più o meno lungo) con minori disponibilità. Questa sarà la grande prova che ci troveremo ad affrontare a per cui ognuno dovrà fare la propria parte. Tutti nessuno escluso. 

A tutto questo si aggiunge un altro fattore.

Dopo questa esperienza i dentisti maturi che tenderanno a lasciare la professione aumenteranno e quindi gli studi rimasti avranno un numero di pazienti più elevato (ancora di più rispetto a quello previsto alcuni anni fa). 

Sapranno affrontare tale aumento? 
In questo articolo consideriamo circa un mese di chiusura e un altro periodo equivalente per la fase “ridotta. Chiaramente se questo periodo dovesse aumentare i calcoli si faranno di conseguenza.
Personalmente non penso e spero (come tutti noi) un periodo più ampio. Se il periodo di chiusura infatti dovesse superare i 3 mesi penso che il recupero a quel punto diventerebbe molto difficile non solo per il dentista ma per tutto il “circuito Italia”. A quel punto ci troveremmo a fronteggiare emergenze nazionali di sicurezza e sanità e lo studio diventerebbe il pensiero meno importante... 

Tuttavia se consideriamo i dati anche degli altri Paesi (veri o falsi) oltre ad altre valutazioni politiche-economiche potremo considerare aprile / maggio come periodi a rilento e giugno come ripresa... ma del resto questo è un cigno nero...quindi chi può dirlo. 

A cura di: dott. Tiziano Caprara

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