Certo la velocità di esecuzione rispetto ai materiali tradizionali, la possibilità di inviare immediatamente il file al laboratorio riducendo tempi, passaggi e possibilità di errore, essere all’avanguardia: ma le impronte sono precise?
E’ questa una delle domande che si pone il professionista nel valutare se abbandonare l’impronta “analogica” per passare a quella digitale. Una revisione sistematica recentemente pubblicata European Journal of Prosthodontics (si veda la sintesi del prof. Lorenzo Breschi su Dentistry33) ha cercato di valutare la precisione offerta dai sistemi disponibili per le impronte digitali (Intra Oral Scanning) e ad identificare i fattori che ne influenzano la precisione paragonandole a quanto ottenibile con i materiali tradizionali da impronta. Per lo studio sono stati presi in considerazioni 32 studi scientifici considerati adatti per l'analisi.
Per la scansione a dente singolo o per l’impronta settoriale di abutment, la precisione dell’impronta digitale è simile a quella ottenibile con del polietere. Per la scansione di una arcata completa, gli studi indicano una superiorità dell’impronta tradizionale rispetto a quella digitale. Gli autori hanno evidenziato che i sistemi di scansione e l'applicazione della polvere (necessaria per la lettura ottica) non sembrano essere fattori determinanti per l'accuratezza delle impronte.
“I lavori presi in esame –rileva il prof. Lorenzo Breschi su Dentistry33)- indicano che la precisione sia influenzata più dalla sequenza di scansione e dal movimento del lettore dello scanner”. “Ad esempio –spiega- rilevare l’intera arcata attraverso più passaggi di scansione risulta vantaggioso poiché possibili errori di lettura vengono compensati. Inoltre, vi sono alcune prove del fatto che le superfici lisce sono più facili da catturare dagli scanner leggeri rispetto alle superfici irregolari e ondulate. Pertanto è ragionevole per il clinico modificare la preparazione garantendo superfici lisce e regolari con angoli interni arrotondati”.
In sintesi il Lavoro ha rilevato che la precisione dell’impronta digitale varia a seconda dello strumento utilizzato e come i software che leggono ed elaborano le informazioni rilevate dagli strumenti, vengano continuamente aggiornati e migliorati.
Ricerca che si è basata su di una analisi delle ricerche scientifiche realizzate negli anni, ma chi utilizza questi strumenti cosa ne pensa?
Lo abbiamo chiesto a Franco De Chiesa (nella foto), figlio di Carlo uno dei pardi della protesica ed il loro studio è sicuramente da più di mezzo secolo un riferimento per l’odontoiatria italiana: prima di quella analogica ora di quella digitale.
Il dott. Franco De Chiesa (a questo link un suo caso “digitale”) è nel Board di Digital Dental Academy e tra protagonisti del Congresso del prossimo 29 – 30 marzo a Milano proprio sull’odontoiatria al digitale.
“Uno dei criteri di impiego del digitale”, ci dice il dott. De Chiesa, “è quello di migliorare il rapporto con il laboratorio odontotecnico coinvolgendolo attivamente in molte fasi lavorative, unendo l’immediatezza del digitale con la competenza in fase di realizzazione dell’odontotecnico”. Un connubio, spiega, che ha portato a coniare il termine di “chair-side assistito”. “Credo sia una perfetta sintesi dell’immediatezza del digitale e della raffinatezza realizzativa che solo l’odontotecnico è in grado di fornire per competenza e capacità specifica”.
“Il flusso digitale, ovviamente partendo dall’impronta, consente di applicare all’odontoiatria quella rapidità di azione tipica delle metodiche digitali aggiungendo anche l’opportunità di eseguire, nei lavori complessi, una serie di prove con i manufatti definitivi che richiederebbero giornate e che oggi si svolgono dal mattino alla sera”.
Perchè un odontoiatra dovrebbe passare allo scanner intra orale nonostante si ottengano gli stessi risultati con l’impronta tradizionale, solo per la velocità?
Il fatto di avere caratteristiche e qualità paragonabili alle impronte tradizionali aggiunge valore al sistema digitale. Ceertamente la possibilità di ottenere in pochi minuti ho un “modello” su cui lavorare non mi sembra un vantaggio banale.Con i sistemi tradizionali in pochi minuti ho solo disinfettato le impronte, devono essere spedite, devono essere colate in gesso o in altri materiali che richiedono tempo e, nei casi delicati, duplicati.Un lavoro di giorni al confronto di un lavoro di minuti.Dall’impronta digitale posso già vedere, con appositi strumenti software, dove correggere la preparazione, dove migliorare le chiusure o i margini da leggere per ottenere un prodotto finale di grande qualità.Se ho commesso degli errori posso correggerli immediatamente e, in pochi minuti, porre rimedio. Nella pratica tradizionale avrei dovuto ricevere la telefonata dell’odontotecnico, magari il giorno dopo. A chi non è capitato di dover richiamare il paziente per un problema di impronte? Oggi i pazienti sono sempre più impegnati, ridurgli i tempi di permanenza in studio e delle sedute è un aspetto positivo molto apprezzato.
Oltre al costo e la necessità di imparare ad usarlo, quali sono le principali criticità nell’utilizzo e quali i principali vantaggi?
Il costo può essere un ostacolo ma uno studio odontoiatrico che esegua circa 20 lavori protesici al mese (un elemento protesico per giorno lavorativo, tanto per esemplificare) può tranquillamente sostenere il corrispettivo economico per l’apparecchiatura. Non è semplice apprendere i meccanismi ma le funzioni di base si possono acquisire in non più di una settimana di impiego.Poi ci sono le cose comuni ai computer, sistemi che si bloccano, rotelle che girano e con esse anche altro….
Mi sembra di capire che è sodisfatto.
Oggi io non tornerei più indietro tali e tanti i vantaggi, non solo economici, che questa sistematica genera.Fluidità e pulizia di lavoro, accorciamento dei tempi di consegna dei manufatti, possibilità di sostituzione quando si verificano delle rotture, capacità di convertire un colore sbagliato in un’ora invece che in una settimana, opportunità di prove infinite a costi irrisori. Potrei andare avanti per ore, ma stuferei i lettori.Noi della DDA continuiamo a ripeterci: “Si può pensare di rimanere analogici, basta rendersi conto che, tra tre anni, si sarà dieci anni indietro. Il digitale mi ha cambiato la vita; spero la cambi anche a tanti colleghi. A al Congresso della DDA di Milano abbiamo cercato di presentarlo ai colleghi l’aspetto Frendly, credo chi stia pensando di avvicinarci sia una occasione interessante per farsi una idea “pratica”, mentre per chi già lo utilizza una occasione per confrontare le tecniche e le esperienze.
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