Questo fine settimana a Riccione AIOP con il Meeting Mediterraneo cercherà di poter dare la risposta delle risposte in tema di riabilitazione protesica: quanto tempo deve passare perché si possa parlare di successo?
Presidente Poggio, ma è possibile individuare i fattori di un successo protesico. Non pensa sia una impresa ardua?
Impresa impossibile. Esistono moltissime variabili per cui non c’è ovviamente un singolo “segreto”. Certamente sappiamo dalla letteratura protesica e parodontale che il rispetto di una serie di parametri consente la miglior prognosi possibile in relazione ai fattori di rischio del paziente. In un’epoca di immediatezza di tecniche e risultati abbiamo scelto di guardare alla terapia protesica nell’ottica di una finestra temporale più ampia. In definitiva quello che poi guardano i nostri pazienti.Al Meeting Mediterraneo saranno presenti clinici che portano le competenze di scuole di lunga tradizione, da Jeff Ingber, allievo e socio di Morton Amsterdam nella celebre scuola di Perio Protesi di Penn University a Vince Celenza, erede della tradizione protesica di Frank Celenza, ispiratore 40 anni fa della fondazione di AIOP, un’accademia che nello statuto e nelle impostazioni si ispirava alle accademie nord americane che ormai viaggiano verso i 100 anni di fondazione. Inoltre avremo rappresentanti della storia di AIOP come Mauro Fradeani, Gaetano Calesini, alla fine di ogni sessione le “master reflection” dei nostri soci fondatori Adriano Bracchetti, Sergio De Paoli e Gianfranco di Febo. Sarà presente un amico storico di AIOP come Marco Martignoni. Abbiamo inserito relazioni che stimolino i partecipanti a riflettere, come Roberto Rosso sulle tendenze del mercato, Giovanni Lodi sulla gestione di una popolazione che invecchia, Gioacchino Cannizzaro che mette in discussione alcune certezze di implantoprotesi.
Quali sono i parametri che determinato un successo protesico?
A Riccione il 5 e 6 aprile guardiamo a parametri biologici, parametri biomeccanici e parametri progettuali. Un progetto adeguato delle terapie e della manutenzione associato al rispetto di parametri biologici e biomeccanici consente di rendere più prevedibile il risultato. Questi aspetti sono dei veri e propri fondamentali, indipendentemente da materiali e tecniche in evoluzione continua.
Poi c’è il fattore paziente. Come si riesce a convincerlo a mantenere efficiente la sua ricostruzione?
L’esperienza insegna che un’accurata gestione delle condizioni parodontali prima di iniziare ogni tipo di terapia protesica è fondamentale per ottenere una collaborazione del paziente. Il paziente deve comprendere prima ancora di iniziare la terapia protesica che è il primo responsabile della salute del proprio cavo orale. Il restauro protesico, sempre più spesso oggetto di vendita, è in realtà nella maggior parte dei casi una terapia di elezione, che sarebbe sempre buona norma nell’interesse del paziente iniziare solo in condizioni minime adeguate.
Come è evoluta l’odontoiatria protesica nei 40 anni di vita AIOP? Quali le tecniche che hanno veramente portato una evoluzione?
Certamente negli ultimi 10 anni il campo della protesi è sottoposto ad una trasformazione addirittura maggiore rispetto a quella che hanno vissuto in passato la parodontologia con l’avvento dell’approccio rigenerativo, l’ortodonzia con le tecniche programmate, l’endodonzia con gli strumenti rotanti e ogni specialità in varie fasi. Stiamo vivendo una fase eccezionale di stimoli e di trasformazioni culturali.
Quanto ha influito l’evoluzione delle attrezzature e dei materiali?
Rispetto a solo dieci anni fa le possibilità di scelta in un piano di cura protesico si sono enormemente ampliate. Questo dà molte più possibilità di scelta, ma anche molta più responsabilità al clinico per valutare quale sia la tecnologia ed il materiale più indicato. Questo rende ancora più importante un aspetto su cui AIOP da sempre insiste: una stretta collaborazione tra clinici e tecnici, nel rispetto dei ruoli e delle competenze. Oggi è per un clinico impensabile pensare di avventurarsi in un percorso di digitalizzazione dei flussi di lavoro protesico senza avere piena condivisione di obiettivi con i tecnici con cui collabora. Nei prossimi anni sarà necessario accompagnare la formazione digitale di un’intera generazione di professionisti ed in questo senso AIOP da quasi dieci anni porta avanti DigitalDentistry@AIOP, uno strumento di approfondimento dei temi digitali nel pieno rispetto di quel rigore che fa parte della nostra storia quarantennale.
Dovesse indicare quale è la tecnica che ha rivoluzionato la protesica in questi ultimi 40 anni?
Dal punto di vista filosofico possono esistere molte risposte, ad esempio gli approcci minimamente invasivi conseguenti allo sviluppo delle tecniche adesione ad esempio hanno certamente dato un contributo alla trasformazione degli approcci di cura. Tuttavia se guardiamo dal punto di vista del paziente certamente l’osteointegrazione ha totalmente trasformato la qualità di vita.
Non ci sono ovviamente i dati ma secondo lei le nuove tecnologie potranno garantire gli stessi risultati delle tecniche “analogiche”?
Sono convinto che le tecniche digitali, come in ogni campo della vita quotidiana arriveranno a garantirci uno standard di risultato del tutto superiore alle tecniche analogiche. Faccio spesso un paragone con il campo della fotografia digitale: i grandi fotografi esistevano prima del digitale ed esistono oggi con il digitale, ma la stragrande maggioranza dei fotografi ha visto un miglioramento eccezionale degli standard dall’avvento della tecnologia digitale. Certamente strumenti digitali non fanno di un cattivo dentista un bravo dentista, (come non fanno di un bravo dentista un dentista scarso), certamente strumenti digitali offrono alla grandissima maggioranza dei clinici e dei tecnici la possibilità di raggiungere standard di un livello di affidabilità impensabile con flussi analogici. A volte la sensazione parlando con colleghi che polemizzano sulle tecniche protesiche digitali è che in passato ogni corona fosse realizzata tecnicamente da Willi Geller e consegnata clinicamente da Mario Martignoni. La realtà ci dice che gli standard protesici nella maggior parte dei casi negli studi e nei laboratori erano molto lontani da ideali di precisione assoluta.
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