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18 Febbraio 2021

L'impatto psicologico del tumore del cavo orale

Oltre agli aspetti clinici deve essere considerato attentamente anche il benessere psicologico. A Milano è nato un Ambulatorio di supporto psicologico ai pazienti con il cancro alla bocca per supportarli nell’elaborazione del trauma

Lorena Origo

Elena Vegni e Vera MarianiElena Vegni e Vera Mariani

Le malattie oncologiche del cavo orale sono sconosciute alla maggior parte delle persone comuni e il loro impatto è per questo ancora più complesso, rispetto ad altre situazioni oncologiche, perché il trattamento, prima chirurgico e poi generalmente radioterapico, comporta lesioni al volto che alterano le capacità di alimentarsi, di comunicare, modificano profondamente l’immagine.

Tutti questi aspetti devono essere considerati attentamente perché il benessere psicologico e la capacità di rispondere delle persone mettendo in campo le risorse che sostengono nell’adattarsi, tollerare e “leggere in positivo” anche una malattia di questa portata sono fondamentali per fronteggiare al meglio la patologia e i suoi trattamenti.

Presso la Struttura Complessa dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano è attivo l’Ambulatorio di supporto psicologico ai pazienti con il cancro alla bocca; il Progetto – sostenuto da ACAPO Onlus, nata nel 2017 all'interno della stessa ASSL (www.acapo-onlus.it) – alla base dell’iniziativa prevede la presenza di psicologi e psicoterapeuti all’interno dell’équipe multiprofessionale dalle prime fasi, a partire quindi dalla comunicazione della “cattiva notizia”, e durante l’intero percorso di cura.

Alla professoressa Elena Vegni, direttore UOC Psicologia clinica dell’ASST Santi Paolo e Carlo, e alla dottoressa Vera Mariani, responsabile della realtà ambulatoriale (entrambe psicologhe e psicoterapeute), abbiamo chiesto di raccontarci finalità e modalità dell’iniziativa. 

“Nonostante la drammaticità delle situazioni che ci troviamo a incontrare siamo partiti con questo Progetto con grande entusiasmo perché crediamo sia davvero un’opportunità che risponde alla necessità di offrire un percorso di cura del paziente pensando a lui come a una persona nella sua totalità” ci racconta la professoressa Vegni.

“Sono diversi gli aspetti di questo progetto che riteniamo importanti e innovativi. Il primo è che siamo partiti sin da subito dal presupposto che il paziente non ha bisogno di cura solo per il corpo ma per ogni sua sfera, anche quella emotivo-psicologica.

Da qui è nata la scelta di pensare allo psicologico-psicoterapeuta come a un membro dell’équipe medica a tutti gli effetti, con l’obiettivo di una presa in carico precoce del paziente e per l’intero iter clinico e nelle fasi di post-trattamento. Questo ci permette di offrire supporto nel momento in cui il paziente si trova di fronte alla comunicazione della ‘cattiva notizia’, nel periodo che precede l’intervento, appena operato e anche in tutto il tempo di cura successivo.

Questo affiancamento protratto all’intera durata del processo diagnostico-terapeutico è molto importante, perché il percorso clinico di questi pazienti è a volte veramente difficile, trovandosi essi spesso ad affrontare interventi destruenti.

Il nostro vuole essere un ruolo di ponte tra paziente e medico, perché naturalmente quando il chirurgo parla di successo dell’intervento lo fa in una prospettiva chirurgica ma questo linguaggio spesso fa fatica ad arrivare al paziente: sono due modalità e due livelli di comunicazione entrambi importanti ma che non parlano la stessa lingua.

La nostra presenza può altresì fungere da supporto al medico, per il quale non è sempre facile gestire, anche emotivamente, conversazioni che hanno elevati livelli di complessità: trovare le parole giuste, valutare la corretta dose di informazioni che devono essere trasferite…”  

“Gli stati emotivi che ci troviamo a gestire” prosegue la dottoressa Mariani “variano a seconda, ovviamente, delle persone e delle differenti fasi dell’iter terapeutico… Inizialmente, per esempio, il paziente cerca una ‘legittimazione’ del suo stato d’animo – sentendosi dominato da sconcerto, ansia, preoccupazione – dovuto soprattutto alla localizzazione del tumore, una zona che rappresenta una parte intima della persona.

Ci troviamo poi ad affrontare un lavoro di preparazione rispetto alla ‘separazione’, una sorta di lutto dall’identità precedente perché arriverà inevitabilmente il momento in cui il paziente si troverà a fare i conti con un nuovo ‘se stesso’ attraverso lo specchio. Spesso superate le fasi più critiche e raccolte le forze necessarie ecco arrivare la rabbia, che deve essere accolta e gestita attraverso un percorso di rielaborazione.

È importante che tutti i diversi stati emotivi che il paziente vivrà nelle diverse fasi del suo percorso siano improntati all’accettazione e all’accoglimento, focalizzandosi sul presente, valorizzando gli aspetti difensivi e le risorse che la persona è in grado di mettere in campo in quel momento e quelle che riuscirà ad attivare successivamente.”  

Le modalità di accesso all’Ambulatorio avvengono direttamente dal canale interno dell’Ospedale, ma per poter incontrare tutti i pazienti che dovranno essere sottoposti a intervento l’incontro con lo psicologo-psicoterapeuta è previsto anche nel corso della procedura di pre-ricovero.

“Abbiamo pensato” conclude la professoressa Vegni “che l’inserimento dell’incontro con lo psicologo nel corso della giornata di pre-ricovero fosse un modo molto funzionale per intercettare tutti. Ciò che desideriamo è che i pazienti sappiano che durante l’intero loro percorso di cura possono fare affidamento sul nostro sostegno per affrontare qualunque difficoltà.

Stiamo valutando anche di organizzare dei gruppi di incontro, appena sarà superata l’emergenza legata al Covid, che permetta alla persona che ha appena iniziato l’iter terapeutico di incontrare pazienti in differenti fasi post-critiche perché, come accade in tanti contesti, l’esperienza e la capacità di rielaborazione di una persona che è passata dallo stesso percorso è una fonte di ricchezza grandissima.”

 
 

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