Per il prof. Gagliani si guarda al problema come meri sostenitori dei propri interessi mentre manca non solo una programmazione ma anche una visione futura “delle professioni” di odontoiatra
Caro Norberto
la pagina con il termine programmare è stata da tempo stracciata dal dizionario di questo Paese, ormai abituato a soluzioni demagogiche e di risulta.Credo sia particolarmente difficile farlo nell’Odontoiatria poiché le possibilità professionali sono talmente cambiate nel corso di questi ultimi anni che noi stessi, naviganti di lungo corso nel mare del dente, siamo disorientati.
Tutto ciò che scrivi è assolutamente vero ma è altrettanto vero che la “legalità” europea non viene scalfita da queste migrazioni ad andata e ritorno, migrazioni che manterranno più o meno il numero delle strutture odontoiatriche esistenti, visto che l’investimento da fare non è propriamente irrisorio. Si arriva quindi al punto, ovvero siamo “mantenitori” o “limitatori” del numero di accessi ai Corsi di Laurea Italiani? Gli uni guardano gli altri, purtroppo, come meri sostenitori dei propri interessi di bottega; e questo non facilita il dialogo. Provo a darti tre o quattro riflessioni che possono valere lo sbadiglio di un mattino.
La prima: il problema è sostanzialmente privato e non pubblico, tali e tante sono le storture dell’odontoiatria pubblica, parcellizzata in comportamenti differenti da regione a regione e priva di direttive solide riguardo i reali bisogni della popolazione, checché se ne dica. In questo contesto si possono trovare, magari all’interno della stessa Regione centri di eccellenza e diroccati avamposti.
Dalla prima discende la seconda: la corporazione odontoiatrica, ovvero la supposta “lobby” dei dentisti. È mai esistita? Nella mia ormai lunga carriera ho fatto lezione a 100 studenti, che sono diventati 400 o 500 per qualche anno e sono tornati a 60. La corporazione odontoiatrica ha fatto qualcosa di realmente efficace? Direi di no; guardando in faccia i famosi 400 vedevo in loro mestieri stroncati o vite sprecate per una legge che aveva agito come una mannaia nel settore, al punto che, negli anni, lo Stato ha fatto anche i corsi di recupero (trienni garibaldini per omologare i Medici agli Odontoiatri) per quelli che, stante la legge, avrebbero dovuto chiudere baracca.
Si è programmato tutto ciò?
No, vivendo alla giornata si sono aggiustate posizione e riannodati fili consunti dal tempo. In questo contesto si colloca la terza riflessione. Nei tuoi acuti interventi e sulla base delle ricerche svolte anche da Odontoiatria33 si vede chiaramente che questo mondo sta progressivamente invecchiando; oltre il 50% degli studi odontoiatrici, cito a memoria, è in mano a ultra-cinquantenni. Esiste un programma organico di ricollocazione o di graduale uscita dalla professione, stimolando il contatto tra giovani aspiranti professionisti e vecchi lupi del cavo orale? Niet, caro Norberto!
Ci stanno pensando le Società di capitale a compiere questo passaggio, non certamente la corporazione, che denuncia, strepita, lancia proclami ma fattivamente non fornisce suggerimenti concreti.
La quarta, e non dovuta, riflessione riguarda l’Università, osservatore (dis) attento al problema; la “lobby” la vuole colpevole per difendere posti di Professore, il mondo Universitario si dimostra attento alla qualità con gradi di tolleranza troppo distanti da Ateneo ad Ateneo, mentre continua a non cogliere – colpevolmente a mio parere – l’interazione che il moderno odontoiatra dovrà avere con il mondo della professione, fondata su paradigmi di comportamento troppo distanti sia dalla scienza, sia dalla realtà. Dico questo perché, dati alla mano, meno del 20% dei dentisti segue con discreta assiduità l’evoluzione scientifica della materia e, nel contempo, la grande maggioranza si rifiuta di adottare schemi di comportamento clinico più consoni. In questo contesto da “suk” si sta innestando un fenomeno, la digitalizzazione, che trasformerà ulteriormente la professione ma sarebbe meglio dire le professioni, ovvero quella dell’odontoiatra e quella dell’odontotecnico, cui possiamo aggiungere l’educazione del personale di supporto.Un grande pensatore francese, Edgar Morin, quasi centenario, mi ha regalato molti insegnamenti nelle letture dei suoi libri; una su tutte: “Viviamo in un oceano di incertezza, aggrappati ad arcipelaghi di certezza”. Trovare gli arcipelaghi è lo scopo della nostra esplorazione.
Numero chiuso o programmato? Quanti?
Non vedo ragazzi disoccupati alla fine del loro percorso di studi odontoiatrici, ne vedo di mal pagati; come ne vedo di mal pagati tra i praticanti degli studi legali, tra i commercialisti e via così.
Il problema endemico del ricambio generazionale in un Paese che invecchia senza sapere né il come, né il perché. Basta vedere le risultanze dei ridondanti “Stati Generali” che, di tanto in tanto, si convocano; un nulla che rasenta il vuoto pneumatico. Mi reputerei un “mantenitore” di una formazione Universitaria degna, con una distribuzione più consona degli Atenei che ne preveda anche gli accorpamenti con finalità di studio specifiche (Specializzazioni e Corsi Post-graduate); questo collocherebbe a 400-500 gli accessi annui e aprirebbe a un percorso post-laurea quasi obbligato per fornire una collocazione professionale adeguata e qualificata. Peccato che questo tentativo sia già stato fatto e sia abortito mestamente.
L’Italia è parrocchia anche se la Chiesa si è affievolita; facciamocene una ragione.
Prof. Massimo Gagliani: Università di Milano
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