Alla sindrome della bocca urente, il giornale dell'associazione dentistica canadese JCDA ha dedicato un approfondimento basato sull'esame di alcuni degli studi pubblicati in letteratura. Pur essendo una patologia molto frequente, che coinvolge circa il 3% della popolazione, diagnosi e trattamento non sono banali e si assiste spesso a ritardi tra i primi sintomi e l'identificazione della patologia: in uno studio italiano del 2005 (Mignogna et al.) questo intervallo è stato valutato mediamente in 34 mesi.
"Fino a questo momento - spiegano gli autori - la letteratura non ha permesso di raggiungere un consenso riguardo al modo migliore per far fronte alla Burning mouth syndrome". In generale si possono tuttavia individuare tre approcci, utilizzati da soli o in combinazione.
Una possibilità è offerta da interventi come la terapia cognitivo-comportamentale, la psicoterapia di gruppo e persino la terapia elettroconvulsiva. È però più frequente il ricorso ai farmaci. Tra quelli ad azione topica l'articolo elenca benzodiazepine (clonazepam), anestetici (lidocaina), analgesici atipici (capsaicina), antidepressivi (doxepina), antinfiammatori non steroidei (benzidamina), antimicrobici (lattoperossidasi) e protettori delle mucose (sucralfato). Si possono infine somministrare numerosi farmaci sistemici scelti tra benzodiazepine, anticonvulsivi, analgesici atipici, antidepressivi, inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina o della norepinefrina, antiossidanti, antipsicotici, agonisti della dopamina, antistaminici antagonisti ai recettori H2, preparati erboristici e stimolanti della salivazione. Gli autori, sulla base di un loro studio retrospettivo, evidenziano tuttavia che gli errori nel trattamento della sindrome della bocca urente sono numerosi.
J Can Dent Assoc 2011;77:b151
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