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06 Marzo 2017

Società di capitale e (mancato) contributo previdenziale. ENPAM potrebbe chiedere un 2% sulle fatture: proposta che vale 20 milioni di euro l'anno


La notizia della sentenza della Corte di cassazione che ha accolto il ricorso dell'ENPAM, imponendo alle società che svolgono attività medica o odontoiatrica in regime di accreditamento con il SSN il versamento del 2% del loro fatturato, ha riaperto il dibattito sulla mancata contribuzione di tutte le società che effettuano prestazioni mediche o odontoiatriche e sulla opportunità per gli iscritti ENPAM di usufruire del contributo integrativo previsto in altre casse previdenziali private, contributo completamente a carico dei clienti dei professionisti.

"Bisogna chiarire che la sentenza della Cassazione non riguarda il settore odontoiatrico o quello della libera professione più in generale e neppure le società di capitale che operano nell'assistenza sanitaria in regime di solvenza diretta", spiega ad Odontoiatria33 il vice presidente vicario ENPAM Giampiero Malagnino che ricorda come il ricorso era nato dal fatto che molte Società accreditate con il SSN si erano rifiutate di versare all'ENPAM quanto previsto da una legge del 2007: il 2% del loro fatturato nel fondo dei convenzionati esterni. Questo fondo era andato in sofferenza proprio perché le regioni avevano sostituito il "convenzionamento esterno" con l'accreditamento e i professionisti con le Società. La norma del 2007 doveva sanare questa situazione.

Un contributo integrativo, pagato dal cliente del professionista che, ricorda Malagnino, prima del 1980 era versato anche al nostro Ente previdenziale attraverso una marca da bollo di 500 lire (chiamata marca ENPAM) sui certificati medici, ma poi abolita dal legislatore per l'esiguità del contributo. Ma, abolendolo, non lo ha sostituito con nulla, facendo sì che l'Ente previdenziale di medici e dentisti fosse una delle poche casse previdenziali a non godere di questo contributo che per gli altri professionisti può ora variare tra il 2 e il 5% del fatturato.

L'ENPAM ha sollevato il problema nel 2005: la discussione nella Consulta dell'epoca, considerando anche il parere negativo espresso dal MEF, portò all'abbandono della proposta, ricorda Malagnio. "Molti consultori, la maggioranza, avevano dei forti dubbi sulla reale efficacia dell'iniziativa. Bisogna considerare che la situazione politica ed economica dell'Italia era, e purtroppo è, profondamente diversa da quella degli anni settanta e ottanta quando la politica non "badava a spese" e i medici e dentisti erano dei professionisti che non avevano nessuna preoccupazione economica. Ora i ministeri e l'opinione pubblica sono molto più attenti e, non a caso, ci sono dei politici che dichiarano che le nostre pensioni non possono essere pagate dai pazienti con il contributo integrativo del 2% sulle nostre parcelle".

La questione, comunque, approderà il 10 marzo prossimo nella consulta della libera professione dell'ENPAM durante la quale si cercherà di approfondire tutti i risvolti del problema, in modo che i consultori possano riportare la discussione agli iscritti e, quindi, decidere in una prossima consulta. A titolo di esempio: è necessaria una legge, o può essere una decisione interna ad ENPAM? varrebbe solo per la libera professione o anche per i convenzionati? In che percentuale il contributo andrebbe sulla posizione del contribuente? Ecc,ecc.

"Non entreremo certamente nel merito della circolare del MiSE in tema di esercizio dell'attività odontoiatrica da parte delle società di capitale, che comunque necessita di chiarimenti", anticipa Malagnino. "Le società di capitale che fatturano direttamente al paziente non versano i contributi previdenziali e questo comporta un mancato introito per l'Ente ed in particolare per la Quota B, vogliamo evitare che in futuro si possa presentare lo stesso problema patito dal fondo dei convenzionati esterni".

In sostanza, dice Malagnino, la crescita delle società di capitale nel mercato odontoiatrico -non solo le Catene ma anche quelle di proprietà dei professionisti che anche per motivi fiscali hanno preferito costituire una Srl- oggi porta via non solo reddito alla libera professione ma anche contributi all'ENPAM. La società non è chiamata a versare i contributi previdenziali sulla base del reddito mentre il libero professionista si e la fattura che il professionista emette per le prestazioni erogate nella struttura (sulla quale versa i contributi previdenziali) è comunque inferiore a quanto il paziente paga alla società.

"La mia idea -dice- è quella di chiedere un contributo previdenziale del 2% sulle fatture emesse ai pazienti dalle società di capitale, un po' come capita per i clienti di altri professionisti".

"Non possiamo avanzare un dato su quanto possa valere il mancato introito per ENPAM derivato dalla mancata contribuzione delle società di capitale", dice Malagnino aggiungendo: "abbiamo incaricato il nostro Osservatorio sulla legalità in sanità e previdenza, anche sulla base di un documento inviato al presidente Oliveti da Andi Roma, di studiare la situazione ed avanzare ipotesi".

Due calcoli abbiamo comunque provato a farli noi con i dati dell'Agenzia delle Entrate: considerando le circa 2 mila società operanti nel settore con un fatturato medio di 500 mila euro a struttura è ipotizzabile che il contributo integrativo del 2% potrebbe portare nelle casse di ENPAM circa 20 milioni di euro in un anno.

"Soldi che potrebbero andare nelle pensioni di tutti i dentisti invece che rimanere a disposizione del capitale", commenta Malagnino.

Norberto Maccagno

 
 

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