Lodi: l’analisi impietosa, in evidenza contraddizioni e difetti di un sistema riservato ai ricchi.
Nel sommario del terzo numero (settembre/dicembre 2018) del Periodico CardioPiemonte dedicato, come dice il nome, soprattutto ai problemi del cuore, compare nell’occhiello una frase inquietante: “Prosciutto e parmigiano sotto accusa”. Ma anche il titolo sotto non è da meno: “ La “black list dei cibi sconsigliati. Ma sono le abitudini alimentari a danneggiare la salute.” A accentuare lo sconcerto è il nome del firmatario, Giorgio Calabrese, titolare della Cattedra di Alimentazione e Nutrizione Umana presso l’Università del Piemonte Orientale di Alessandria, ospite fisso di frequenti rubriche tv incentrate su diete e alimentazione.
L’esimio professore non si limita nell’articolo a parlare di proteine, lipidi, zuccheri, vitamine e varie alchimie per stare bene in salute evitando (data la pubblicazione) conseguenze nefaste sul cuore ma arriva per assurdo ad indicare la possibilità di marchiare i prosciutti e le forme di parmigiano, eccellenze assolute, con una scritta provocatoria, tipo “nuoce fortemente al cuore”. Eh si, perché prosciutto e formaggio, tanto apprezzabili per altre caratteristiche, sono ricchi di sale, decisamente off limits a chi ha (o cerca di evitare) problemi cardiaci.
Anche chi si occupa di salute orale vorrebbe mettere all’indice lo zucchero (che col sale è uno degli alimenti più allettanti e vituperati). Lo afferma il prof. Richard Watt dell'University College di Londra in due ampi servizi del prestigioso Lancet dedicati all’attuale stato della salute orale nel mondo.
Dopo aver puntualizzato che non è equiparata alle altre (es. quella cardiaca, renale, intestinale, ecc.., come se la bocca fosse organo separato) Watt afferma che la salute orale da troppo tempo è isolata dalla tradizionale assistenza e politica sanitarie. Questo, malgrado la bocca sia insidiata dalla carie che colpisce 2.4 miliardi di individui, la parodontite 743 milioni e i cancri orali siano tra i 15 principali più comuni al mondo. Di qui l’amara conclusione: “L'odontoiatria versa in uno stato di crisi – afferma senza mezzi termini Watt - Le attuali cure odontoiatriche e le risposte della salute pubblica sono ampiamente inadeguate, inique e costose, lasciando miliardi di persone senza accesso alle cure di base”.
La carie è e rimane pertanto una “malattia dei poveri” non ricevendo cure appropriate, almeno dalla parte pubblica. “Alla sue spalle vi sono quali cause prevalenti lo zucchero e gli alimenti che ne sono ricchi, come le bevande gassate. E vi sono le aziende che producono e promuovono tali prodotti, senza curarsi dei danni alla salute pubblica”. Oltre a fattori culturali, a carenze istituzionali Watt e colleghi puntano il dito contro quelli che definiscono nell’articolo di Lancet "commercial determinants" ovvero "le strategie commerciali e di marketing adottate dall’industria privata per promuovere i propri prodotti anche se “detrimental” (ossia dannosi) per la salute”.
Riferendosi agli articoli del Lancet, il prof. Giovanni Lodi (nella foto), direttore scientifico di Dental Cadmos, sottolinea come chiunque svolga una professione che ha a che fare con la salute orale, dovrebbe leggere “l’analisi impietosa sullo stato di salute orale nel mondo, in cui gli autori mettono in evidenza contraddizioni e difetti di un sistema riservato ai ricchi (sia che si parli di individui che di nazioni), mentre non offre soluzioni a chi ne avrebbe maggior bisogno. Un sistema prevalentemente incentrato sul singolo operatore ed orientato al trattamento (perché sono le cure che fanno profitto), dove anche le misure preventive vengono sempre e comunque veicolate a livello individuale, risultando, in sostanza, non efficaci”.
Per tornare a Lancet i ricercatori inglesi dicono che questa situazione è destinata ad aggravarsi, complice la diffusione dei tre principali fattori di rischio per la bocca: oltre allo zucchero, il fumo e l’alcol.
Chiedono in sintesi di rivedere tre aspetti della salute dentale che, così come oggi concepita, appaiono francamente utopistici:
a) garantire l'accesso alle cure anche alle fasce più fragili della società;
b) eliminare il divario che sussiste tra salute dentale e quella fisica;
c) puntare l'attenzione sulla prevenzione piuttosto che sulla cura richiamando l’attenzione sul principale fattore di rischio: lo zucchero.
Arriveremo anche noi, come propone il prof. Calabrese per i prodotti alimentari a rischio, nel prendere un caffè al bar ad avere tra mani una bustina di zucchero che ammonisce ”Nuoce gravemente alla salute (dei denti)?”
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