Alcune indicazioni degli esperti dell’EFP dedicati all’interazione tra obesità, alimentazione e malattie parodontali. Ecco i consigli che si posso trasmettere ai propri pazienti
In occasione della Giornata mondiale dell’obesità promossa dal Who (World health organization) che si celebra domani 4 marzo, diventa attuale la pubblicazione di European Federation of Periodontology (EFP) con una serie di approfondimenti dedicati all’interazione tra obesità, alimentazione e malattie parodontali.
Gli esperti James Deschner, Henrik Dommisch e Johan Wölber analizzano evidenze consolidate e prospettive future, offrendo spunti di grande rilevanza per la clinica odontoiatrica.
Obesità e parodontite: un legame consolidato ma ancora da chiarire completamente
Secondo James Deschner, la connessione tra obesità e malattia parodontale è nota da quasi cinquant’anni. Il primo esperimento del 1977 mostrò per la prima volta, su modello animale, che la parodontite risulta più severa nei soggetti obesi. Da allora sono serviti vent’anni per ottenere conferme cliniche sull’uomo.
“Oggi è chiaro che la relazione è dose-dipendente: più alto è il BMI, maggiore è il rischio di parodontite”, spiega Deschner. Il tema dell’impatto dell’obesità sulla risposta al trattamento parodontale rimane in parte controverso. Alcuni studi documentano un peggioramento degli esiti terapeutici, mentre altri non confermano questo dato, rendendo necessaria ulteriore ricerca.
I possibili meccanismi che spiegherebbero l’associazione coinvolgono l’amplificazione dell’infiammazione locale dovuta allo stato infiammatorio sistemico cronico tipico dell’obesità, la riduzione del flusso salivare che favorisce l’accumulo di placca, l’alterazione della microcircolazione gengivale e le modificazioni del microbioma intestinale, che può aumentare la permeabilità della barriera intestinale e favorire il passaggio di tossine batteriche nel circolo sistemico.
Deschner sottolinea che la direzione della causalità rimane ancora incerta: “servono ulteriori studi per capire se l’obesità contribuisce allo sviluppo della parodontite o se, al contrario, la parodontite possa favorire l’aumento di peso”. La malattia in stadi avanzati, infatti, può indurre scelte alimentari più morbide e caloriche, specie in presenza di mobilità dentale o perdita di elementi dentari.
L’esperto evidenzia inoltre che l’obesità genera uno stato pro-infiammatorio in grado di modificare la risposta immunitaria e la matrice extracellulare del parodonto, suggerendo che possa rappresentare un vero e proprio fattore di rischio, oltre che un semplice modificatore. A collegare ulteriormente i due fenomeni concorrono anche fattori comuni come età, consumo di alcol, livello socioeconomico e consapevolezza della propria salute.
Nutrizione e parodonto: l’influenza della dieta sulla risposta infiammatoria
Nel suo approfondimento, Henrik Dommisch descrive l’importante legame tra alimentazione, peso corporeo e salute parodontale. Secondo Dommisch, “un’alimentazione ricca di fibre, frutta e verdura è associata a un miglior stato parodontale, mentre un’elevata assunzione di cibi processati e zuccheri corrisponde a condizioni più sfavorevoli”. Le evidenze disponibili provengono soprattutto da studi osservazionali e, in parte, da studi interventistici.
La dieta influisce sia sul microbioma orale sia su quello intestinale. I carboidrati altamente processati vengono rapidamente metabolizzati in composti pro-infiammatori, che alimentano l’infiammazione gengivale. Dommisch sottolinea che regimi alimentari come la dieta mediterranea, il digiuno intermittente o la semplice riduzione degli zuccheri mostrano miglioramenti misurabili, come la riduzione del bleeding on probing. Anche un incremento di fibre o l’adozione di un’alimentazione vegetale è in grado di modificare la composizione del microbioma intestinale e, di conseguenza, influenzare l’infiammazione orale. Resta aperta la questione se i benefici osservati derivino direttamente dal tipo di alimentazione o dal calo ponderale che spesso l’accompagna, e questo rappresenta uno dei punti su cui la ricerca dovrà concentrarsi nei prossimi anni.
Qual è la dieta migliore?
Il contributo di Johan Wölber affronta il tema delle raccomandazioni alimentari da integrare nella pratica clinica quotidiana. “Abbiamo evidenze chiare che la riduzione degli zuccheri liberi contribuisce a ridurre l’infiammazione gengivale”, afferma Wölber, citando una recente revisione sistematica. La scelta del regime alimentare più adatto deve tenere conto delle preferenze del paziente, ma esistono principi nutrizionali condivisi dalla comunità scientifica: un maggiore consumo di frutta e verdura, un adeguato apporto di acidi grassi omega-3, una riduzione significativa degli zuccheri, delle farine raffinate, delle bevande zuccherate e delle carni rosse e processate. Non è necessario aderire a un regime vegetariano o vegano, ma la letteratura evidenzia i benefici derivanti dalla diminuzione dei grassi saturi e delle carni trattate. Wölber richiama inoltre l’attenzione sulla necessità di garantire l’apporto di micronutrienti essenziali, come la vitamina D nei mesi invernali e le vitamine A, B, C, E e diversi fitonutrienti.
Pur riconoscendo che la maggior parte degli studi riguarda la gengivite, e che gli effetti sulla parodontite richiedono tempi più lunghi di osservazione, l’esperto sottolinea che vale sempre la pena incoraggiare i pazienti verso cambiamenti dietetici più salutari: “un paziente non ha nulla da perdere nel provare questi cambiamenti, se non forse qualche chilo di troppo”. I
nfine, gli esperti di EFP sottolineano come la correlazione tra dieta, peso corporeo, microbioma e risposta infiammatoria renda necessario un approccio più consapevole e multidisciplinare. Per i professionisti della salute orale, questo significa educare i pazienti a scelte alimentari più salutari, comprendere meglio i limiti della terapia parodontale nei soggetti obesi e includere la valutazione nutrizionale all’interno dell’anamnesi clinica.
Nota: immagine generata con IA
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