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11 Ottobre 2011

L’igienista dentale all’interno del team odontoiatrico

di Francesca Giani


Viviana Cortesi Ardizzone, igienista dentale e docente dei corsi elettivi dell’università di Milano, è da poco diventata direttore scientifico di Prevenzione&Assistenza Dentale, portando per la prima volta un’igienista a coordinare la rivista di Elsevier. Siamo andati a intervistarla per fare il punto sul suo programma per Pad, ma anche per parlare di questa professione e capire, dal punto di vista degli igienisti, in che maniera dovrebbero evolvere le relazioni all’interno del team odontoiatrico e il ruolo di queste figure nello studio.

È da poco diventata editor in chief della rivista Prevenzione&Assistenza Dentale. Per la prima volta un’igienista parla a igienisti e assistenti. Come si sente in questo ruolo?
Mi muovo tra la soddisfazione di essere la prima igienista a dirigere la rivista e la grossa responsabilità di farlo. Sono momenti difficili per tutti e non si possono commettere errori. Di una cosa sono certa: Pad dovrà mantenere le finalità e sviluppare il percorso iniziato ben trentacinque anni fa dal suo fondatore, nonché mio maestro, Carlo Guastamacchia. Qualche idea però mi frulla già per la testa: mi piacerebbe dare spazio, oltre che a importanti e necessari lavori sperimentali universitari, a quegli insegnamenti che gli igienisti possono declinare immediatamente nel quotidiano. Per quanto riguarda poi gli assistenti dentali, a cui ho sempre rivolto la mia attenzione, il mio impegno didattico e la mia stima, prevedo di dedicarvi maggiori spazi. E mi piacerebbe che proprio dalle nostre pagine potesse giungere loro, al più presto, la notizia che attendono da decenni: una scuola qualificante sul territorio nazionale. Chissà…

Ci tolga una curiosità… Spesso, quando si parla di igienisti e assistenti ci si riferisce a questo ruolo al femminile. Come è la situazione?
L’esclusiva femminile si è persa da un pezzo. Pare che i camici azzurri oggi rappresentino il 30%: non è poco e mi sembra di poter dire che godano di un indice di gradimento negli studi pari a quello delle donne. Insomma, nessuna riserva da parte dei dentisti.

Può farci un quadro della situazione lavorativo-contrattuale, del ruolo nello studio e in generale per la salute orale di queste figure?
Dal riconoscimento giuridico del nostro profilo, il rapporto di dipendenza (salvo poche e secondo me, fortunate, eccezioni) si è per lo più mutato in collaborazione libero-professionale, tanto che per alcuni, più intraprendenti, si è aperta la possibilità di svolgere la professione in piena autonoma. Un po’ a rilento, invece, va l’inserimento della nostra figura nel Sistema sanitario nazionale, con grave danno per la prevenzione orale sul territorio. Avevo ampiamente trattato questo argomento in un progetto curato nel corso di laurea specialistica delle professioni sanitarie: dai risultati finali era emerso l’impatto di queste figure sulla salute orale dei cittadini, ma anche un più che positivo riscontro economico che sarebbe potuto derivare al SSN dall’inserimento dell’igienista

Da queste pagine del GdO, ha la possibilità di parlare direttamente agli odontoiatri. Che cosa le piacerebbe chiedere? Quale integrazione auspicherebbe tra le varie figure del team odontoiatrico?
Vorrei rivolgermi a quegli odontoiatri che ancora faticano a capire che l’igienista non è soltanto una figura che fa la pulizia dei denti in mezz’oretta. Questa è una visione ormai anacronistica, per noi mortificante e deleteria per il paziente. Vorrei riuscire invece a trasmettere quanto più ampio e importante sia il tempo dedicato alla comunicazione, all’informazione, alla struementazione e all’empatia: per far percepire al paziente la qualità della prestazione che riceve e per migliorare l’immagine dello studio. Per questo mi sento di ringraziare quegli odontoiatri con cui si instaura un rapporto di collaborazione, fatto di stima reciproca, di suddivisone e condivisione dei ruoli: i parodontologi in particolare che, pazientemente, ci fanno crescere nelle competenze e abilità strumentali, ma in generale tutti coloro che ci fanno sentire importanti per il servizio che copriamo, per tutto quello che riusciamo a fare attraverso i nostri trattamenti non parodontali non chirurgiciVorrei ricordare anche un dato: se di produttività bisogna parlare, occorre considerare l’ammontare dell’indotto che l’igienista procura con il servizio di richiamo e mantenimento dei pazienti. L’igienista attento è anche un “procuratore di lavoro”. Ogni qualvolta segnala la presenza di carie, denti del giudizio dolenti o mal posizionati, disturbi da malocclusioni, edentulismo, necessità di interventi di ortodonzia, vecchie amalgame infiltrate, di fatto procura all’odontoiatra un’opportunità di lavoro, perché queste segnalazioni possono trasformarsi in terapie. E in tempi di crisi e di sindrome della poltrona vuota è un grosso valore aggiunto.

Parlando di codice comportamentale, quali sono secondo lei i paletti imprescindibili?
Il “Codice etico comportamentale dell’igienista dentale” è stato redatto dall’Aidi nel 2008 ed è un testo a cui tutti dobbiamo fa riferimento. Soprattutto alla luce della tendenza del mercato verso il low-cost, che in molti casi, pur di richiamare i pazienti, propaganda sedute di igiene a basso prezzo, senza chiarire che implicano anche un minor tempo. Vorrei allora richiamare a gran voce tutti i colleghi, soprattutto i neolaureati, a farsi rispettare, a “non svendere” in nome dell’efficienza la propria professionalità, ma a puntare all’efficacia, per amore della nostra professione e della qualità dovuta al paziente

Per quale strada deve passare il riconoscimento di questa professione? Quale possibile evoluzione vede per gli igienisti?
Attualmente, a parte la libera professione, l’igienista può esprimersi nella didattica, come docente universitario o come tutor. Nell’ambito del Sistema sanitario nazionale, li vedremo - spero – sempre più numeorsi nei reparti ospedalieri, negli istituti per anziani,, per disabili. Al Congresso nazionale dell’Aidi, che si è svolto il 24 settembre a Milano, si è parlato di un possibile inserimento degli igienisti negli “Hospice”, per accompagnare, anche dal punto di vista del cavo orale, questi pazienti.
Ma il vero futuro, anche se non imminente, sarà fatto da coloro che conseguiranno la laurea magistralis-specialistica delle professioni sanitarie, che apre le porte alla dirigenza sanitaria in ambito pubblico. E non solo: le abilità manageriale e progettuali che si conseguono permettono, fin da ora, all’igienista di occuparsi della governace di grandi strutture private e convenzionate.
Credo che i giovani dovrebbero mettersi in tasca questa laurea: è come mettere fieno in cascina per l’inverno. Prima o poi sarà preziosa.

Come vede la possibilità di aprire uno studio da parte degli igienisti?
La vedo dura, o quanto meno, penso che ci voglia una buona dose di coraggio e di iniziativa imprenditoriale. Coprire i costi di gestione di uno studio (affitto, utenze, costi fissi, riunito, segreteria, sterilizzazione, un’assistente) solo con prestazioni di igiene orale, prevenzione ed estetica (sbiancamenti) richiede una buona pianificazione. Senza contare le difficoltà burocratiche per le autorizzazioni: spesso, negli uffici competenti, la professione “igienista dentale” non è neppure contemplata, con tutto ciò che ne consegue.Alcuni igienisti, con ambizioni e abilità più imprenditoriali, preferiscono creare società di servizi o altre formulazioni, in cui gestire altri igienisti e odontoiatri

 
 

GDO 2011;11

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