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20 Ottobre 2010

Il Cic, dalle Raccomandazioni al futuro della professione

di Norberto Maccagno


Francesco Scarparo, classe 1953, professionista a Padova, dal 4 febbraio è il presidente del Comitato Intersocietario di Coordinamento delle Associazioni Odontostomatologiche Italiane (Cic). Da sempre appassionato delle propria professione, convinto che l’attività scientifica non sia scindibile da quella sindacale, forse anche per questo, dopo l’esperienza di segretario culturale Andi durante la presidenza Amori nel maggio scorso, si è candidato come presidente nazionale. In questi mesi il Cic è al centro dell’interesse degli odontoiatri italiani in quanto è stato incaricato dal ministero della Salute a coordinare la stesura delle raccomandazioni cliniche in odontoiatria. Siamo andati a sentirlo allora per saperne di più sull’argomento e, visto che incarna l’odontoiatra tipo (over 50 con due studi e un figlio che non lo seguirà nella professione), abbiamo cercato di capire anche come vede il futuro della professione.
Dottor Scarparo, che cos’è il Cic e qual è il bilancio dei primi quindici anni di attività?
Tra gli scopi i principali del Cic c’è quello di coordinare le attività culturali e l’aggiornamento delle società aderenti, di stimolare il dibattito interno alla categoria per sensibilizzare gli odontoiatri alle problematiche culturali della professione nella società contemporanea, di aprire un confronto con il mondo politico sui temi della cultura nella professione odontoiatrica e nell’organizzazione sanitaria in relazione alle esigenze della società, di creare un punto d’incontro tra gli operatori del settore e le associazioni o gli enti che si occupano o si interessano della salute. Il bilancio di questi 15 anni di attività è positivo, dal momento che il Cic ha svolto in maniera precisa e costante l’azione di coordinamento tra le società scientifiche ed è stato sempre visto come un punto di riferimento dal mondo odontoiatrico per l’ambito che rappresenta. Da qui deriva l’attenzione e la richiesta di collaborazione da parte delle istituzioni quando c’è stata la necessità di impegnarsi nell’ambito scientifico odontoiatrico: si veda la Fnomceo attraverso la Cao per il nomenclatore odontoiatrico e il ministero della Salute quando ci ha incaricato di coordinare assieme alla Cao la preparazione e la stesura delle raccomandazioni cliniche.
Quali sono i compiti di una società scientifica e in cosa si differenzia da un sindacato di categoria?
Il compito è quello indicato nei singoli statuti: promuovere la ricerca scientifica e l’aggiornamento professionale nel campo stomatologico, diffondere e aggiornare la cultura specifica presso gli odontoiatri. Non ci si occupa di tutela della professione, ma bisogna dire che i soci delle società scientifiche sono per la quasi totalità professionisti che vivono quotidianamente le problematiche.
Si tende a pensare che società scientifica sia sinonimo di eccellenza, e che a queste strutture venga chiesto di esprimersi su questioni cliniche ma non su aspetti sindacali. La sensazione è che il mondo scientifico e quello professionale viaggino su binari paralleli quasi senza incontrarsi. Ovviamente non sarà d’accordo?
Certo che non sono d’accordo e io stesso ne sono la prova. Non esiste più nel mondo professionale lo scienziato (e non sono di certo io) che vive nella famosa torre d’avorio; tutti i rappresentanti delle società scientifiche da sempre hanno vissuto e continuano a vivere la realtà della loro professione magari non in modo attivo da un punto di vista associativo, ma sicuramente da quello organizzativo e gestionale sì. Chi fa dell’eccellenza, e quindi della qualità, il proprio credo lavorativo trova nelle società scientifiche il luogo naturale dove confrontarsi. Però, ricordiamoci, va in studio quotidianamente al pari di tutti gli altri odontoiatri, ha dei dipendenti, dei collaboratori e deve fare i conti con gli obblighi di legge nel campo della sicurezza: tutto come gli altri colleghi. Quindi, come vede, si incontrano e si scontrano quotidianamente con gli stessi problemi che affliggono i dirigenti delle associazioni di categoria. Magari talvolta o taluni possono pensare che ci siano modi diversi per risolvere comuni problemi.
Come ha ricordato, il ministero della Salute vi ha chiamati a scrivere le raccomandazioni cliniche insieme a Ordine e associazioni sindacali. Ce ne può parlare?
Il ministero della Salute ha chiesto - in tempi brevi - al Cic e alla Cao di coordinare la preparazione delle raccomandazioni cliniche. Questo ha richiesto un grande sforzo organizzativo per portare in breve tempo al tavolo i rappresentanti delle società scientifiche aderenti e non al Cic e i rappresentanti dell’Università. Devo ammettere, e sono molto soddisfatto di questo, che da parte di tutti c’è stata una entusiastica adesione al progetto e una grande di-sponibilità a velocizzare al massimo i tempi di realizzazione. Il lavoro ora è giunto al termine e le raccomandazioni cliniche sono state presentate a Taormina il 18 settembre in occasione di un convegno su “Odontoiatria e società” organizzato dall’Ordine dei medici di Messina e dalla Cao. Adesso dovranno passare per la valutazione delle associazioni di categoria.
Perché sono importanti per la professione? Potranno essere facilmente rispettate da tutti?
Ritengo che l’intendimento del Ministero sia quello di indicare un percorso terapeutico condiviso dal mondo scientifico e accademico per gli odontoiatri a tutela della salute dei pazienti. Il confronto successivo con le associazioni di categoria, credo, serva proprio per renderle osservabili da tutti.
Il timore è che diventino una sorta di protocollo di qualità da rispettare e che potranno, dando delle linee di indirizzo per ogni branca dell’odontoiatria, ritorcersi contro i dentisti in caso di contenzioso?
Come dicevo non credo sia negli intendimenti del Ministero. Mi auguro che il lavoro che è stato fatto e quello che vedrà all’opera le associazioni di categoria possa scongiurare una tale eventualità.
I pazienti o il mercato, a seconda di come la si vuole guardare, chiedono prestazioni odontoiatriche più accessibili dal punto di vista economico. Può esistere una prestazione di qualità al giusto prezzo? Ma soprattutto, come si può definire una prestazione di qualità e chi indica quale sia il prezzo giusto?
Io credo che tutti vorrebbero prestazioni sanitarie di elevata qualità e possibilmente gratuite, ma passando dall’utopia alla realtà è sotto agli occhi di tutti che la sanità è un capitolo di spesa tra i più onerosi per il Paese. I pazienti percepiscono quanto le prestazioni sanitarie siano costose quando si rivolgono ai liberi professionisti, in particolare agli odontoiatri che necessitano per lo svolgimento del loro lavoro di una organizzazione articolata e di dispositivi medici e strutturali onerosi. Al pari di un intervento medico e/o chirurgico la prestazione odontoiatrica ha dei costi rilevanti che sono quasi sempre incomprimibili se si vogliono mantenere dei criteri di qualità quali quelli che i nostri pazienti sono abituati a ricevere e che hanno fatto dell’odontoiatria italiana un punto di riferimento nel mondo: criteri che probabilmente possono anche essere suggeriti dalle raccomandazioni cliniche. Varie sono le possibilità di intervento per andare incontro a chi, soprattutto in questo momento di ‘tensioni’ economiche, può avere difficoltà di accesso a determinate cure: un potenziamento delle strutture pubbliche, magari in sinergia con le università che hanno prolungato di un anno il corso di laurea in Odontoiatria, oppure le possibilità che potrebbero provenire dai fondi sanitari integrativi che dispongono delle risorse per integrare la spesa odontoiatrica che i pazienti affrontano negli studi.
Nella rubrica Visto da Fuori, sintetizzando quanto proposto dai due candidati alla presidenza Andi, lei e Prada, ho detto che il suo programma puntava a sostenere il modello di odontoiatria tipico del dentista ultra cinquantenne. Un modello che i giovani, ma anche i meno giovani, non riescono più ad applicare. Perché non è d’accordo?
Dall’articolo che lei ha scritto si ricava che auspicherei un ritorno della professione agli anni Ottanta. Per vari fattori sarei uno sciocco se volessi questo. Innanzitutto perché io vivo intensamente il presente e sono sempre proiettato verso il futuro. Proprio in momenti di confusione, di cambiamento, bisogna fare riferimento a dei punti fermi: il concetto di libera professione, il concetto di etica professionale. Aspetti importanti innanzitutto perché si sono rivelati i più efficaci nella tutela della salute orale degli italiani in questi decenni. Fatto salvo questo, bisogna essere coscienti e guardare i cambiamenti che oggi per la nostra professione si chiamano crisi, low-cost, convenzionamento, senza dimenticare quelli ‘storici’ come l’abusivismo e anche la pletora. Certo che è importante ‘governare il cambiamento’ ma non vorrei che il sindacato si sedesse al tavolo della trattativa sapendo già che deve trovare a tutti i costi un accordo. Si deve dialogare avendo, però, fermi i principi della nostra professione; disponibili a lasciare il tavolo se questi non vengono rispettati.
Ma è realizzabile? Prendiamo in considerazione il convenzionamento. Le associazioni si oppongono, ma i dentisti si convenzionano. Quindi la lotta dura con l’interlocutore perde effetto a causa dell’atteggiamento della categoria.
La forza che i sindacati devono avere è nella ‘fidelizzazione’ con i propri associati. Gli iscritti, i dentisti italiani, devono essere disposti, per il bene della nostra professione e quindi per il loro stesso bene, a seguire le battaglie politiche della nostra associazione; anche se dure e se mettono a rischio i singoli interessi. Questo si può ottenere solo con un lavoro di informazione e sensibilizzazione della categoria. Un presidente nazionale deve sapere, oltre che esserne convinto, di essere seguito altrimenti nessuna azione avrà successo.
Tra le osservazioni che ho mosso, c’era anche il fatto che la vostra categoria è spaccata in due: gli under 50 costretti ad adattarsi al cambiamento da una parte e gli over 50 che cercano di “tirare a campare” per non cambiare il loro modello di odontoiatria dall’altra. Si può fare sindacato tutelando le posizione di entrambi?
Indubbiamente le due categorie esistono perché proveniamo da due epoche, odontoiatricamente e socialmente parlando, differenti, che hanno dato opportunità diverse. Certamente oggi i giovani odontoiatri hanno nella collaborazione lo sbocco professionale più facile, ma penso che per molti proprio gli studi della generazione di noi ‘dentisti attempati’ possano essere il loro futuro professionale. Saranno loro che erediteranno i nostri studi, continuando a portare avanti il nostro ideale di odontoiatria, continuando quel di-scorso di fiducia che si è istaurato con i pazienti. Senza dubbio ci vuole un patto generazionale tra i dentisti affermati e le nuove leve. Per questo, e ritorno a quanto dicevo prima, bisogna difendere senza compromessi i fondamenti della nostra professione: libera professione ed etica professionale. Se non riusciremo in questo, costringeremo i giovani a svendere la propria professionalità con collaborazioni mal retribuite e i nostri studi a non avere un futuro.
Continuerà il suo impegno sindacale?
Assolutamente sì; in primo luogo per rispetto a quel 40% di delegati che mi ha dato il consenso. Ovviamente sarà un impegno volto al dialogo e non alla polemica. Il clima che abbiamo instaurato nel momento più importante della vita associativa, che è costituito dalle elezioni nazionali, è stato un segnale di svolta nell’Andi: Prada e io ci siamo dati appuntamento per un reale e, spero costruttivo, confronto sui temi importanti che caratterizzeranno le prossime iniziative e la sua presidenza. I presupposti per un lavoro che possa essere positivo per tutta la categoria ci sono, ora dalle parole si deve passare ai fatti!

GdO 2010;13

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