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24 Novembre 2011

Gli impianti corti: da eresia a dogma?

di Cosma Capobianco


Il rimodellamento continuo dei concetti implantologici assume anche aspetti paradossali: fino a poco tempo fa, il fallimento di un impianto con vite più corta di quelle solitamente usate avrebbe sicuramente fatto perdere la causa al dentista. Ora, invece, gli impianti corti sono sempre più usati. Ne abbiamo parlato con Pietro Felice, chirurgo orale con laurea in Medicina e in Odontoiatria, docente nei master di implantologia presso l’università di Bologna e coautore di alcune revisioni Cochrane in tema di impianti.

Dottor Felice, fino a pochi anni fa inserire un impianto corto rischiava di essere una manifestazione di imperizia: che cosa ha fatto capovolgere la prospettiva in questi ultimi anni?
In realtà, sono anni che si parla di impianti corti. I primi studi risalgono agli inizi degli anni ’90; a oggi si contano circa 70 pubblicazioni sull’argomento. Quello che a mio parere è cambiato nel corso degli ultimi cinque anni è la presa di coscienza che molte tecniche chirurgiche ricostruttive sono particolarmente invasive e gravate da una non trascurabile morbilità post operatoria. Inoltre, si è modificato anche l’atteggiamento del paziente che oggi tende a rifiutare terapie lunghe, spesso dolorose, oltre che costose. Da ultimo, gli studi più recenti hanno fornito risultati promettenti sull’esito a breve termine, in termini di sopravvivenza, degli impianti corti.

Quando ha cominciato a usarli?
Personalmente, ho cominciato a occuparmi di impianti corti dopo aver letto lo studio di Stelligsma et al. (The extremely resorbed mandible: a comparative prospective study of 2-year results with 3 treatment strategies.Int J Oral Maxillofac Implants. 2004;19:563-77) in cui venivano messi a confronto impianti lunghi, posizionati in mandibole atrofiche ricostruite, e impianti corti. In questo studio, con la chirurgia ricostruttiva si aveva un tasso maggiore di fallimenti, complicanze post operatorie e dolore rispetto all’impiego di impianti corti, oltre ad avere costi più elevati e tempi operativi più lunghi.
Si tratta di uno studio importante anche perché scientificamente ben condotto. Infatti, essendo uno studio prospettico con un gruppo di controllo, è adeguato dal punto di vista metodologico per confrontare una terapia standard, quale è l’utilizzo di impianti lunghi in osso rigenerato, con un nuovo approccio, rappresentato, nel caso specifico dagli impianti corti. Dopo aver letto questo lavoro, mi sono chiesto se gli impianti corti potessero funzionare anche nell’area più difficile da riabilitare in termini di chirurgia ricostruttiva, ossia la mandibola posteriore.
Così, con il professor Marco Esposito, abbiamo iniziato a valutare la possibilità che l’impianto corto divenisse un’alternativa alla chirurgia ricostruttiva specialmente nella mandibola posteriore. In particolare, abbiamo concentrato i nostri studi sull’uso di impianti corti in casi di atrofia verticale, con osso residuo sopra il canale mandibolare compreso tra 7 e 5 mm, dimostrando che questo approccio è più rapido, comportando minore morbilità e costi inferiori. I risultati delle nostre ricerche ci hanno consentito di pubblicare una serie di studi randomizzati controllati in collaborazione con Roberto Pistilli, Gerardo Pellegrino, il professor Maurizio Piattelli, Elisa Soardi e con l’appoggio del professor Luigi Checchi dell’università di Bologna.
Benché promettenti, i nostri risultati devono ancora essere considerati con cautela, in quanto il follow-up è per ora limitato a tre anni.

Si può definire una misura limite per l’impianto corto che vada bene per ogni sede anatomica?
Non sappiamo se esiste una misura limite; noi abbiamo sperimentato impianti lunghi 5 mm e non mi risulta che impianti ancora più corti siano stati valutati.

La letteratura riporta tassi di successo che variano da 80 a 100%: si tratta solo di differenze metodologiche nelle ricerche, come spesso accade?
Credo di sì. Il problema è che spesso vengono confrontate tecniche apparentemente simili, ma in realtà diverse. Le metanalisi sono uno strumento importante per il clinico, in quanto riassumono le evidenze disponibili su un determinato argomento e quindi possono orientarlo nella pratica clinica. Tuttavia, quando sono carenti studi adeguati dal punto di vista metodologico, i risultati delle metanalisi devono essere interpretati con cautela.
Inoltre, in alcuni studi l’impianto corto è stato utilizzato in condizioni non necessarie. Infatti, il grande vantaggio dell’impianto corto è proprio quello di poter essere impiegato nelle condizioni in cui vi sia una carenza di osso o il paziente rifiuti un intervento ricostruttivo.

Il dentista che vuole formarsi in implantologia rischia di disperdersi in una marea di offerte: che cosa farebbe per regolamentare questo settore?
Ci vorrebbe almeno un master biennale con obbligo di frequenza infrasettimanale.

 
 

GDO 2011;6

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