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15 Novembre 2006

"Visto da fuori" - Ecm: addio o arrivederci

di Norberto Maccagno


Il 31 dicembre finiscono i 5 anni di sperimentazione del programma Ecm. E dei vostri 120 crediti, se li avete recuperati, che ne fate?

L’impressione è quella che fra poco varranno come le miglia Alitalia se la compagnia fallirà, dal momento che l’Educazione continua in medicina, così come l’abbiamo conosciuta, non ci sarà più: è quanto ci sembra di capire, leggendo in queste settimane le agenzie di stampa.
Ma ovviamente non sappiamo ancora come sarà e visto che a poche settimane dalla fine della fase sperimentale, Stato e Regioni non si sono ancora accordati e non hanno deliberato in merito, tutto farebbe supporre la fine del progetto.
Ma la parola fine alla formazione continua, prima ancora delle istituzioni, probabilmente l’hanno scritta le case farmaceutiche che, per protestare contro il taglio dei prezzi dei farmaci imposto dal Governo, hanno tagliato i fondi per lasponsorizzazione degli eventi formativi.
Il ministro della salute Livia Turco intanto promette che si attiverà per sollecitare il dialogo con le Regioni e dal ministero ricordano come la sperimentazione Ecm partì grazie ad un decreto firmato a fine dicembre.
Come dire: tempo ne abbiamo ancora.
Più probabile sembra invece una deroga al periodo di sperimentazione che servirebbe solo a prolungarne l’agonia, aggravata dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha delegittimato il decreto Sirchia sulle regole per le società scientifiche. La sentenza di fatto legittima le Regioni a organizzare l’Ecm a modo loro, ponendo le basi per una formazione con 20 regolamenti differenti.

La confusione continua.

Sappiamo bene come, sopratutto nel settore odontoiatrico, il progetto di Educazione continua non abbia avuto una vita facile. Tuttavia, la considerazione che voglio affidare a voi lettori non è sulle regole che hanno governato in questi anni l’Ecm, ma sullo spirito iniziale che spinse l’allora ministro Bindi a ideare un sistema che obbligasse i medici ad aggiornarsi. Infatti il ministro voleva poter garantire ai pazienti che si rivolgevano al Ssn di poter contare su operatori sanitari qualificati, preparati e aggiornati.
Ma come si pensa di potere quantificare l’aggiornamento necessario di un operatore sanitario? E del resto non tutti gli operatori sanitari partono, ciascuno nel proprio campo, da una preparazione di base comune; e gli anni di anzianità, l’esperienza?
Come paziente, vorrei che il mio cardiologo o anche solo che il mio medico di base conoscesse ogni nuova cura o ogni nuovo farmaco che viene immesso sul mercato.
Ma si può indicare genericamente per quanto un medico deve aggiornarsi?
Difficile da dirlo, forse si potrebbe stabilire un metodo che penalizzi i medici meno bravi costringendoli quindi ad aggiornarsi. Ma come si fa a calcolare se un medico è bravo? Lo si fa giudicare dai colleghi medici? Lo si calcola sulla base di quanti pazienti si riescono a guarire?
Il rischio, imponendo un tetto minimo di ore da dedicare alla formazione, è quello che al limite un medico si aggiorni troppo, ma almeno si costringe tutti a partecipare a eventi formativi o a leggere libri, riviste.
Guardando le presenze nelle sale dei convegni in questi anni di Ecm o peggio ancora, vedendo i numeri degli abbonati alle riviste scientifiche odontoiatriche, non mi sembra che siano poi molti tra i 50mila dentisti italiani, coloro che si aggiornano.
Certo, probabilmente l’Ecm era obbligatoria solamente per gli odontoiatri che collaborano con il Ssn (il fatto che dopo 5 anni non si sia riusciti a definire con certezza neppure questo aspetto la dice lunga sull’organizzazione del sistema), ma l’aggiornamento è un obbligo deontologico il cui rispetto è dovuto da tutti gli iscritti e non solo per 5 anni.

 
 

GdO 2006; 16

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