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30 Settembre 2007

Portare soldi all'estero? Sì, con le private insurance

di Andrea Telara


Soltanto a sentirne parlare c’è chi pensa subito a una pratica fuorilegge, magari a una fuga disperata verso la frontiera svizzera, con una valigetta 24ore piena zeppa di contanti e con la Guardia di Finanza alle calcagna. E invece, trasferire una parte della propria ricchezza al di fuori dei confini nazionali, in maniera assolutamente legale, è in realtà una pratica alla portata di tutti (o quasi). 

Secondo alcuni esperti, anche una mossa azzeccata per mettere al sicuro i propri investimenti e per alleggerire (sempre in maniera legale) il peso del fisco sul proprio patrimonio, dribblando persino l’imposta di successione, reintrodotta dal governo a partire dal gennaio 2007. Possibile? Certamente sì. Basta avere un patrimonio di una certa consistenza (almeno 300mila o 500mila euro) e sottoscrivere una semplice polizza assicurativa sulla vita. Ma non una polizza qualunque. Per portare i soldi all’estero, occorre sottoscrivere dei particolari contratti assicurativi che le banche e le compagnie previdenziali creano su misura per ogni cliente, in base alle sue specifiche esigenze. Gli addetti ai lavori li chiamano servizi di private insurance.

Dunque, il gioco è presto fatto: chi possiede già un patrimonio di una certa consistenza, può rivolgersi a una compagnia assicurativa (o a una banca a essa collegata) e chiederle di conferire la propria ricchezza in una polizza sulla vita in qualità di premio unico iniziale. Al posto di una somma di denaro liquida, dunque, l’assicurato versa dei titoli o dei fondi d’investimento che ha già “belli e pronti” nel portafoglio. Il suo patrimonio si trasforma così nell’attività sottostante alla polizza, assume cioè una veste assicurativa. Con quali vantaggi? È proprio qui il nocciolo della questione. Perché i vantaggi del private insurance sono ben più d’uno. In primis, benché vengano vendute sul mercato italiano, occorre ricordare che le polizze di private insurance sono spesso emesse da compagnie residenti all’estero, per esempio in alcune nazioni dell’Unione Europea come il Lussemburgo o l’Irlanda. Dunque, facendo confluire il patrimonio in una polizza, gli investitori trovano un modo (assolutamente conforme alla legge) per esportare il capitale, cioè trasferire la propria ricchezza, almeno sotto il profilo giuridico, al di fuori dei confini nazionali. C’è poi un altro aspetto tutt’altro che trascurabile: il codice civile italiano stabilisce infatti che qualsiasi provento derivante da un contratto assicurativo non rientra nell’asse ereditario. Cosa significa? Detto in soldoni, se l’assicurato passa improvvisamente a miglior vita, i suoi discendenti che ricevono in eredità il patrimonio della polizza non devono pagare un centesimo per la tassa di successione.
Esportazione dei capitali e fisco più leggero, il tutto rispettando rigorosamente le norme di legge. Altri aspetti da tenere in considerazione sono l’impignorabilità e l’insequestrabilità delle somme o dei beni versati

C’è anche qualche aspetto critico che merita di essere sottolineato. Il primo riguarda i costi. In occasione del versamento del premio iniziale, le compagnie trattengono infatti per sé una quota del patrimonio (cioè un caricamento), che in genere si aggira sull’1 per cento circa del totale.
Infine, occorre ricordare che, come tutte le polizze sulla vita, anche i contratti di private insurance, prevedono una copertura contro il rischio di morte dell’assicurato. In altre parole, il patrimonio liquidato agli eredi deve sempre essere maggiorato di un bonus, cioè di una quota percentuale che varia a seconda dell’anzianità dello stesso titolare della polizza.

GdO 2007; 13

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