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29 Maggio 2009

Dichiarazione dei redditi: le ispezioni del fisco

di Andrea Telara


Controlli della Guardia di Finanza e controlli dell'Agenzia delle Entrate: sono questi i due binari sui quali si muovono le verifiche e le ispezioni del fisco italiano nei confronti della folta platea dei contribuenti. Nel precedente numero di GdO, sono state passate in rassegna tutte le procedure seguite dai militari delle Fiamme gialle, per accertare la regolarità dei cittadini (soprattutto degli imprenditori e dei liberi professionisti) nel pagamento delle tasse e dei tributi. In quest'articolo, saranno, invece, analizzati nel dettaglio i controlli effettuati dall'Agenzia delle Entrate, una struttura amministrativa che opera direttamente alle dipendenze del Ministero dell'economia.

I funzionari delle Entrate lavorano spesso in stretta collaborazione con la Guardia di Finanza, scambiando informazioni sui contribuenti ed evitando il più possibile la sovrapposizione delle verifiche. Sulla carta, però, questi due organismi dello Stato (l’uno amministrativo, l’altro militare) operano in maniera autonoma, seguendo ciascuno i propri criteri di verifica.
Quali?
Le procedure d’ispezione dell’Agenzia delle Entrate sono state specificate (come quelle della Guardia di Finanza, oggetto dell’articolo pubblicato sul n. 6 del GdO) in una recente circolare, pubblicata il 9 aprile scorso. Si tratta di un breve documento (le cui linee-guida sono riassunte nella tabella in pagina), che dedica un capitolo specifico alle imprese di piccole dimensioni e ai lavoratori autonomi, cioè alla categoria professionale cui appartengono gli odontoiatri. È un documento che ogni titolare di studio dentistico dovrebbe conoscere (almeno per linee sommarie) per non giungere impreparato all'appuntamento col fisco.
L'amministrazione finanziaria, infatti, considera purtroppo i lavoratori autonomi una categoria di contribuenti a forte “rischio di evasione”, da passare ai raggi X con opportune attività ispettive. I controlli sono svolti a campione: tra tutti i piccoli imprenditori e i liberi professionisti (oltre 5 milioni di persone in totale), sono cioè selezionate alcune migliaia di contribuenti che, secondo le stime degli esperti, hanno maggiori probabilità di aver nascosto al fisco una parte dei propri redditi. Chi ha le carte in regola e ha pagato le tasse fino all'ultimo centesimo, ovviamente, non ha nulla da temere. Certo è, comunque, che nessun professionista accetta di buon grado l'idea che la propria attività sia messa sotto torchio all'improvviso, con l'obbligo di esibire documenti, scritture contabili, ricevute di pagamento, o attestazioni di spese.
Senza contare, poi, il fatto che qualche piccola dimenticanza possa costare caro, cioè una sanzione piuttosto onerosa. Per non farsi cogliere di sorpresa, dunque, è bene sapere in anticipo quali sono i binari sui quali si muovono i controlli dell'Agenzia delle Entrate.
Innanzitutto, i funzionari del fisco effettuano una prima selezione dei contribuenti a rischio, in base ai contestatissimi studi di settore. Si tratta, per chi ancora non lo sapesse, di veri propri studi analitici effettuati dai funzionari del Ministero dell'economia, che cercano di stimare a priori il giro d'affari di tutti i lavoratori autonomi, in base ad alcuni parametri riguardanti le caratteristiche della loro attività (la superficie dello studio professionale, l'ubicazione nel centro-città o in periferia, il numero dei dipendenti, il valore dei macchinari…). Per ogni professionista, dunque, è calcolato in maniera “presuntiva” un determinato reddito. Chi dichiara un giro d'affari in linea con quello riportato nello studio di settore è definito contribuente “congruo”. Il lavoratore autonomo “non congruo” (pur essendo libero di dichiarare un reddito non in linea con quello degli studi di settore) ha maggiore probabilità di subire un controllo da parte del fisco. Le linee-guida dettate nella circolare dell'Agenzia delle Entrate suggeriscono, infatti, ai funzionari d’intensificare le proprie ispezioni su tutte le classi di lavoratori autonomi in cui si evidenzia un elevato numero di contribuenti non congrui, soprattutto quando non ci sono particolari situazioni che facciano pensare a una temporanea difficoltà economica del settore (per esempio una caduta delle vendite di un determinato prodotto o un calo del giro d'affari per una specifica attività professionale). La selezione dei contribuenti non congrui deve però avvenire tenendo conto dell'esistenza di ulteriori indicatori attestanti il rischio-evasione (la presenza di crediti verso il fisco non giustificabili, ma comunque utilizzati in compensazione di debiti o chiesti a rimborso, oppure un livello dei redditi dichiarati costantemente basso negli anni, a fronte di ricavi o compensi in crescita o, ancora, la presenza di perdite per un periodo di tempo duraturo, che denota situazioni di apparente difficoltà economica). Occorre sottolineare, però, che anche i contribuenti che risultano congrui non sono totalmente immuni dalla tagliola del fisco. Possono ugualmente essere sottoposti a dei controlli, soprattutto quando il loro giro d'affari supera determinate soglie (50mila euro, secondo i calcoli e le stime dell'Agenzia delle Entrate). Le attività ispettive dell'Agenzia, in genere, sono meno “invasivi” di quelle della Guardia di Finanza. Detto in soldoni: nessun funzionario del fisco si reca direttamente presso la sede della società o presso lo studio professionale (se non i casi del tutto eccezionali) ma, più semplicemente, richiede al contribuente di esibire i propri documenti fiscali. Quando si riscontrano delle anomalie o dei casi meritevoli di approfondimento, il lavoratore autonomo riceve un invito al contraddittorio, cioè a presentarsi di fronte a un funzionario del fisco, per fornire ulteriori dettagli e chiarimenti sui contenuti della propria dichiarazione e sulla relativa documentazione allegata.
Da non dimenticare, però, che l'invito al contraddittorio da parte dell'amministrazione finanziaria deve essere inviato con una comunicazione scritta, in cui deve anche essere specificato tutto il materiale da esibire per l'accertamento dei redditi.
Su quali redditi? Per legge, qualsiasi cittadino è obbligato a conservare la propria documentazione fiscale per almeno 5 anni. Le ispezioni dell'Agenzia delle Entrate (e il relativo monitoraggio delle varie categorie di contribuenti) avvengono però prendendo in esame le dichiarazioni presentate negli ultimi 3 anni (cioè dal 2004 al 2007, giacché quelle del 2008 sono ancora in fase di rielaborazione). Non si pensi, tuttavia, che la regolarità formale di ogni documento esibito metta definitivamente al riparo da ulteriori controlli del fisco. L'amministrazione finanziaria, infatti, ha il potere di spingersi ben oltre: può effettuare altre verifiche, ogni volta che un contribuente mostra una capacità di spesa (per il proprio tenore di vita personale o della propria famiglia) “non in linea” con i redditi dichiarati. Dunque, persino il patrimonio “privato” di ogni cittadino (soprattutto se lavoratore autonomo o libero professionista) può essere passato ai raggi X.

GdO 2009; 7

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