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10 Marzo 2008

Parliamo di "welfare odontoiatrico"

di Norberto Maccagno


Abbiamo incontrato Antonio Pelliccia, consulente di direzione per le strategie di impresa e per la gestione strategica delle risorse umane (professore a contratto di Economia e organizzazione aziendale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Policlinico Agostino Gemelli a Roma e dell’Università Vita e Salute dell’Ospedale S. Raffaele di Milano).
Lo scopo dell’incontro con Pelliccia era inizialmente quello di capire come un esperto di economia odontoiatrica commentasse l’accordo Ministero-Andi. In realtà l’intervista ha proposto un’interessante fotografia del settore dal punto di vista economico.

Dottor Pelliccia, da sempre studia il settore odontoiatrico dal punto di vista economico. Quale è lo stato di salute degli studi dentistici italiani?
Con una metafora direi che il malato sta cronicizzando la patologia: si sta abituando al dolore.
Non dobbiamo mai dimenticare che gli studi odontoiatrici fanno parte di un comparto che nell’insieme forma una “economia di scala”. I dentisti, danno lavoro a qualche centinaia di migliaia di persone. In termini di Pil odontoiatrico il risultato è in flessione negli ultimi anni. Le cause sono sicuramente determinate dalla continua pressione derivante dagli studi di settore che andrebbero migliorati e che spesso determinano indirettamente il “prezzo delle prestazioni”. Anche la spesa sanitaria delle famiglie è diversamente distribuita rispetto a dieci anni fa: si pensi all’incremento del settore dermatologico della dermocosmesi.
In un suo scritto pubblicato sul sito Andi sostiene che il mancato accordo con il ministero sull'odontoiatria sociale poteva dare un significativo contributo per aumentare il giro d’affari negli studi.
Ho illustrato come questo accordo avrebbe potuto far crescere il Pil del settore e ho tenuto conto di condizioni che sono realtà degli studi dentistici, quali la difficoltà nel far accettare il costo della diagnosi (spesso le visite vengono effettuate gratuitamente, unica branca della medicina a farlo). Non esiste, se non in teoria, un riconoscimento formale e un’agevolazione istituzionale sull’offerta di prestazioni che tendono a ridurre il costo sociale dei problemi odontoiatrici, determinando un valore economico pubblico della diagnosi e della prevenzione primaria, secondaria e terziaria. Tutto ricade su iniziative e soluzioni individuali, sulla scontistica che dequalifica il decoro professionale.
Incremento economico? C’è chi sostiene che le tariffe ipotizzate per le prestazioni contemplate nell’accordo erano troppo basse per i dentisti e alte per i pazienti.
Questo accordo con il ministero in economia si sarebbe dovuto promuovere come “Welfare odontoiatrico”. Il ministero, stipulando un accordo con i dentisti che liberamente scelgono di aderire, da un lato trova chi assiste i pazienti che dovrebbero essere assistititi dal Ssn, dall’altro deve offrire agli aderenti una deroga agli “studi di settore”. Infatti la polemica reale nasce dal fatto che non tutti possono praticare i prezzi concordati perché i costi sono elevati. Gli odontoiatri ne avrebbero diversi giovamenti in termini economici e fiscali, ponderando gli studi di settore con il riconoscimento pubblico di prestazioni mirate alla diffusione della salute nella popolazione in difficoltà.
Quali potevano essere vantaggi e svantaggi, sia per il Ssn che per i dentisti privati, di un accordo che si basa sulla collaborazione pubblico-privato?
I vantaggi per i dentisti privati sono l'aumento dell’economia di settore e il rilancio degli investimenti e della qualità. Quest’ultima si finanzia infatti solo con remunerazione dei professionisti e quindi con un maggior accesso alle cure.
Avrei capito tanta polemica se si fosse detto che tali prestazioni rappresentavano le giuste tariffe del dentista. Ma non è così. Stiamo parlando di un accordo mediato e finalizzato a obiettivi precisi, sociali, che avrebbero poi portato anche qualche centinaio di milioni di euro alla categoria. Come tutte le cose hanno il rovescio della medaglia.
Quindi chi ci avrebbe guadagnato e chi ci avrebbe perso?
A perderci sicuramente i pazienti interessati all’accordo, perché a oggi non hanno alternative al dentista privato per curarsi e i loro budget non consentono loro di accedervi. Anche se è vero che queste fasce spesso non spendono in sanità per mancanza di “cultura”. L’accordo avrebbe probabilmente motivato queste fasce di popolazione alla cura della propria salute orale. Promuovendo la salute orale si sarebbe “mosso”, il mercato dando un nuovo flusso economico.

GdO 2008; 3

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