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21 Ottobre 2009

Nella specialistica vista dalla Cao spazio alla formazione sul campo

di Francesca Giani


Le scuole di specializzazione sono fondamentali purché siano veramente di qualità e capaci, con un’adeguata attenzione al saper fare, di preparare alla professione. Questo al centro dell’intervento che Giuseppe Renzo, presidente Cao, ha presentato durante il convegno “Formazione pre-laurea e specialistica. Individuazione dei fabbisogni di medici e odontoiatri”, organizzato il 18 settembre dalla Fnomceo a Bari. Un convegno nato dalla necessità di avviare una riflessione sulla programmazione e sui percorsi formativi dei futuri odontoiatri e medici chirurghi e che ha visto la partecipazione dei ministeri dell’Istruzione e del Welfare, delle Agenzie regionali sanitarie e di Federspecializzandi.
«Come Cao, siamo favorevoli a una formazione specialistica in odontoiatria» ha spiegato Renzo «purché sia in grado di garantire l’efficienza attraverso strutture, personale docente, regole di organizzazione di qualità. Un obiettivo quanto mai necessario, se si considera che da un buon percorso di formazione dipende la tutela della salute orale dei cittadini». Un obiettivo comunque che, per essere raggiunto, richiede il superamento di alcune criticità. Prima fra tutte la mancanza di un riconoscimento da parte delle Istituzioni della formazione specialistica. «Occorre innanzitutto risolvere la questione dell’accesso degli odontoiatri al concorso per il Ssn. Attualmente, anche a seguito di pronunce della Magistratura, è evidente una contraddizione tra il percorso di formazione, che vede i laureati in Odontoiatria e protesi dentaria affrontare un corso di laurea di durata sovrapponibile a quello in Medicina e chirurgia, e l’impossibilità ad accedere al Ssn, se non dopo una specializzazione. La nostra proposta è quindi quella di essere allineati all’Europa, dove il conseguimento di una specializzazione in ambito odontoiatrico è pratica comune».
Un altro appunto mosso dalla Cao all’attuale sistema riguarda i contenuti formativi. «La preparazione dei professionisti deve prevedere sempre più attività sul campo. A nostro parere due terzi dei Cfu devono essere riservati alle attività pratiche professionalizzanti, con almeno il 70% di prestazioni erogate nell’ambito del Ssn». Un’esigenza, questa, emersa anche tra i medici e i chirurghi, che hanno avanzato la richiesta di una formazione costruita anche attraverso esperienze ospedaliere, di medicina generale e di ricerca.
«Quanto poi alle regole di organizzazione della specialistica» continua Renzo «occorre normare e verificare con attenzione l’integrazione di strutture universitarie ed extra universitarie, per evitare il rischio di sovrastimare le potenzialità formative. D’altra parte, il numero e le dimensioni delle scuole deve risultare funzionale alle esigenze del Ssn, secondo criteri di accreditamento stabiliti dall’Osservatorio nazionale della formazione medica specialistica».
C’è un’altra criticità che secondo il presidente degli odontoiatri è fondamentale risolvere: le cosiddette lauree truffa (si veda box). Tra le strade che per la Cao possono essere intraprese c’è anche quella di mettere sotto controllo l’attività formativa pratica. «Per evitare abusi» spiega Renzo «crediamo sia opportuno che le prestazioni sul campo degli specializzandi abbiano lo status di prestazioni sanitarie amministrate: si tratta in sostanza di emettere una rendicontazione amministrativa che possa essere ispezionata e controllata».
Una preoccupazione, questa, meno sentita tra i Medici e chirurghi, che invece si trovano a dover gestire il problema rappresentato da una progressiva diminuzione dei professionisti. Basti pensare che, secondo i dati Fnomceo, nel 2017 undici milioni di pazienti potrebbero ritrovarsi senza medico di famiglia. «All’attuale trend di iscrizioni agli Ordini» ha spiegato infatti Gabriele Peperoni, presidente Omceo Napoli, «nel 2029 avremo circa 280mila medici chirurghi (in età tra i 30 e i 70 anni), con un decremento, rispetto a oggi, di oltre 63,5mila iscritti (pari a -9,7%). I cambiamenti prevedibili saranno quelli dell’aumento dell’età media, con un passaggio dall’attuale 48,9 ai 52,0 anni, minori possibilità di carriera per nuovi iscritti, sensibili problemi pensionistici e un forte incremento dei professionisti di nazionalità estera. Le correzioni sono possibili, ma richiedono tempo: bisogna considerare infatti che una programmazione che parta oggi avrà effetto dal 2030».
La situazione è invece più sostenibile per gli odontoiatri, che faranno registrare una flessione più lieve (pari al -3,6%), raggiungendo nel 2029 le oltre 45,5mila unità contro le oltre 47mila di oggi. «La preoccupazione che interessa i medici chirurghi» commenta Giuseppe Renzo «non sembra riguardarci più di tanto. D’altra parte, la pletora è un dato incontrovertibile: allo stato attuale il rapporto odontoiatra-cittadino è pari a 1/1000 contro il rapporto ottimale indicato dall’Oms di 1/2000».
Un fenomeno invece condiviso da entrambe le professioni è la progressiva femminilizzazione: la presenza di camici rosa tra gli odontoiatri passerà dal 24% di oggi al 28% del 2019, per assestarsi fra vent’anni a un 36%. Simile dinamica tra i medici chirurghi, per i quali le professioniste passeranno dal 35% del 2009 al 41% del 2019, per sorpassare gli uomini nel 2029 con un 52%.
Tra le altre tematiche emerse nel convegno e condivise tanto dalla professione medica quanto da quella odontoiatrica la necessità di preparare i professionisti anche alla gestione del rapporto con il paziente. «La formazione accademica è ancora troppo incentrata su una medicina clinica» ha spiegato Maurizio Benato, vice presidente della Fnomceo. «La proposta che come Ordine intendiamo portare avanti è quella di una maggiore concentrazione sulle medical humanities - filosofia della scienza, psicologia, sociologia, diritto, etica, storia –, discipline quasi del tutto trascurate dal curriculum universitario, ma fondamentali per la gestione della relazione di cura. Oltre a questo, un confronto tra scienze hard e soft, una maggior attenzione al pluralismo etico e culturale, alla comunicazione interpersonale, all’etica della formazione per favorire la conoscenza interpretativa della medicina. Senza trascurare la Deontologia, che è la base fondante di ogni pratica medica e che purtroppo è una disciplina ancora poco approfondita».
Insomma, le proposte non mancano. «Ora» conclude Benato «bisogna iniziare a discuterne tutti insieme. Siamo fiduciosi, anche se finora, da parte delle istituzioni, è prevalsa l’attenzione ai tagli di spesa e ai contenimenti dei costi piuttosto che alla progettazione. Ma se vogliamo porre rimedio ai problemi della formazione - che avranno un’incidenza a partire dal 2020 - gli investimenti vanno fatti ora».

GdO 2009;14

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