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05 Ottobre 2010

I fondi integrativi: tra carenze del Ssn e vantaggi fiscali

di Norberto Maccagno


Se pensavate che dopo l’approvazione da parte del Governo Berlusconi del decreto Turco sui fondi sanitari integrativi e il successivo decreto Sacconi dell’ottobre 2009 che ha istituito l’Anagrafe dei fondi - confermando l’obbligo, se si vuole ottenere gli sgravi fiscali, di offrire per almeno il 20% prestazioni odontoiatriche (anche protesiche) e assistenza ai non autosufficienti -, il tanto sbandierato “secondo pilastro della sanità pubblica” non sarebbe entrato a regime, vi sbagliavate. Certo, manca ancora qualche passaggio burocratico, una cabina di regia con il compito di monitorare, coordinare e indicare i correttivi futuri, ma il sistema è tutt’altro che fermo al palo.
La conferma non sono i circa 300 fondi già iscritti all’Anagrafe (si stima che entro l’anno diventeranno 400), ma il continuo aumento del numero di aziende che inseriscono la copertura sanitaria all’interno del contratto di lavoro. Fiat, Ducati, Granarolo, Gucci, De Longhi, Siemens, Finmeccanica, ma anche Sky e persino Mediaset sono alcune delle tante aziende che già da qualche tempo hanno attivato un fondo integrativo per i propri dipendenti e familiari. Luxottica, la famosa azienda di occhiali conosciuta in tutto il mondo, è forse una delle ultime grandi imprese ad aver inserito nel contratto di lavoro dei suoi 7.300 dipendenti la copertura sanitaria: prestazioni odontoiatriche incluse, anche se con un tetto annuo di 200 euro. Anche le piccole imprese con meno di dieci dipendenti o le associazioni che tutelano singole categorie di lavoratori (a luglio anche le badanti lombarde aderenti a Cas.sa.colf si sono dotate di un proprio fondo sanitario) preferiscono inserire la copertura sanitaria, invece che chiedere un aumento salariale.
E questo spiega anche il perché la materia sia in mano al ministero del Lavoro, mentre quello della Salute, in questo momento, sembra entrare meno nel merito della questione. A far decollare i fondi sanitari integrativi - in attesa che i gestori comincino a vendere quelli per i singoli cittadini, ottenendo vantaggiosi sgravi fiscali - sono, infatti, i sindacati e gli stessi lavoratori, prima ancora che la politica.
La motivazione è semplice e si chiama vantaggio fiscale. Se in caso di un aumento salariale di 20 euro al mese, al lavoratore rimangono poco meno di 10 euro, investendo gli stessi soldi in un fondo sanitario integrativo per fornire assistenza sanitaria sarà utilizzata l’intera cifra. Non a caso, come ha riportato il settimanale L’Espresso qualche mese fa, in un’azienda del bellunese il 70% dei 170 dipendenti tra un aumento salariale di 200 euro annui e un fondo sanitario integrativo finanziato dalla azienda hanno scelto quest’ultimo.
Certo, per alcune prestazioni come quelle odontoiatriche la copertura massima di 200 euro annui non consente di ottenere più di un’otturazione e una pulizia del tartaro (prestazioni che comunque vengono utilizzate e su questo i gestori dei fondi puntano molto per convincere i lavoratori), ma grazie alle altre possibilità garantite dal fondo sarà possibile per il lavoratore e in molti casi anche per i suoi familiari bypassare - quando servirà - code e liste d’attesa per esami e visite specialistiche. Sono proprio le carenze del Servizio sanitario nazionale, la consapevolezza di dover pagare per ricevere un’assistenza sanitaria adeguata, a spingere i lavoratori a preferire questo tipo di copertura. Secondo una ricerca Istat su condizioni di salute, fattori di rischio e ricorso ai servizi sanitari, i cittadini italiani pagano di tasca propria 25 miliardi di euro, in particolare, per visite specialistiche. Tra queste le più richieste sono quelle odontoiatriche (26,9%), seguite da quelle ortopediche (11,4%), oculistiche (10,8%) e cardiologiche (9,5%). Una situazione, questa, che penalizza prevalentemente le famiglie con redditi bassi, che peraltro, come rileva il Censis, sono anche quelle che tendono a ricorrere più di altri alla sanità privata, anche quando potrebbero rivolgersi al Ssn. L’ultimo rapporto Ceis ha rilevato che l’impoverimento delle famiglie per le spese sanitarie è in costante crescita: l’1,5% dei nuclei familiari subisce il fenomeno per cause di salute. Tra i principali fattori, secondo il rapporto ci sono l’assistenza per i non autosufficienti e le cure odontoiatriche: proprio i due settori su cui il legislatore chiede ai fondi sanitari integrativi di investire.
Ma quali sono le motivazioni che portano alla scelta di pagare di tasca propria le visite mediche, gli accertamenti diagnostici e i ricoveri, rivolgendosi all’assistenza sanitaria a pagamento? “In generale - sostiene Carla Collicelli, vice direttore del Censis - il ricorso a prestazioni e servizi sanitari a pagamento dipende da un mix di fattori, tra cui, i più importanti, sono: lo stato dell’offerta pubblica (di fronte a un deficit di servizio pubblico, è logico attendersi un incremento del ricorso al privato e, dunque, della spesa out of pocket), il livello dell’efficienza pubblica (se l’offerta pubblica è inefficiente, è naturale un incremento del consumo privato), infine, le attitudini e le propensioni verso il privato a pagamento (aspetti soggettivi, come un maggior comfort, prestazioni personalizzate o una specifica équipe medica e così via).
È chiaro che la spesa privata è indotta da un’articolazione delle motivazioni molto ampia: agli estremi si collocano, da una parte, i soggetti che scelgono di rivolgersi al privato, in cerca di trattamenti personalizzati e di maggiore qualità, dall’altra, le persone che ricorrono a prestazioni private per iniquità o lentezze nelle modalità di accesso ai servizi e alle prestazioni pubbliche.
Relativamente a quest’ultimo punto, i dati di ricerche da noi condotte evidenziano come sia alta la quota di cittadini che sceglie di rivolgersi al mercato privato delle prestazioni sanitarie per le liste di attesa; i deficit dell’offerta pubblica con riferimento a questi aspetti, soprattutto per quanto riguarda gli accertamenti diagnostici e le visite mediche specialistiche, rappresentano una delle principali motivazioni per le quali gli italiani scelgono di pagare le prestazioni.”
Quindi, facile pensare che i fondi, soprattutto perché “sponsorizzati” dallo Stato, che li vede non solo come strumenti per integrare le prestazioni non fornite dal Ssn, ma anche - e soprattutto - come strumenti a cui i cittadini si affidano per sostituirle, avranno sempre più diffusione. D’altra parte, basta analizzare i dati di questi anni, che indicano come già oggi le prestazioni odontoiatriche siano quelle più erogate, con una percentuale che supera di gran lunga il minimo del 20% imposto dal legislatore.

GdO 2010;13

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