Maurizio è un mio compagno delle superiori, ora è l’ortodontista dei miei figli. Dopo il diploma ha lavorato qualche anno e poi ha deciso di iscriversi a medicina, in realtà voleva fare il dentista ma quella facoltà (odontoiatria) istituita da poco non lo convinceva, pensava che essere medico sarebbe stato meglio, così come avevano fatto prima di lui i dentisti affermati che esercitavano la professione. Dopo qualche anno, scoprì che con la laurea in medicina non poteva più fare il dentista. Avevano cambiato le regole. Non rientrava neppure tra coloro che potevano sanare la loro posizione ed iscriversi all’Albo degli odontoiatri frequentando un corso, ed allora si iscrisse ad odontoiatria e prese la seconda laurea. Poi, già che c’era, prese anche la specializzazione in ortognatodonzia.
Altro caso simile quello di un laureato in medicina, specialista in chirurgia maxillo facciale che al mattino con i suoi colleghi più anziani, in ospedale, rimette insieme facce tumefatte e ogni tanto toglie impianti messi male da dentisti inesperti. Al pomeriggio vorrebbe, come fanno i colleghi anziani, andare nel suo studio a mettere impianti, ma lui non può farlo, non può più iscriversi all’Albo degli odontoiatri ed aprirsi uno studio privato.
Anche per lui le regole erano cambiate.
Regole stupide direte voi. Forse, ma comunque regole che devono essere rispettate.
Anche quelle poste per definire la nuova figura dell’ASO sono regole: chi non può dimostrare di avere svolto la professione per un certo periodo (con un contratto di lavoro specifico) deve fare un corso e sostenere un esame per ottenere un attestato di qualifica. E questo vale per tuti: se un laureato in odontoiatria volesse essere assunto come ASO deve fare il corso e conseguire l’attestato.
Questa settimana su Odontoiatria33 si è parlato nuovamente di ASO, ma a stupirmi non è stata tanto la lettera della signora Viviana Magnaghi che attraverso il nostro giornale ha reso pubblico il suo particolare problema legato al riconoscimento della figura dell’ASO -spesso ci scrivono lavoratrici per chiederci informazioni- ma alcuni post che su Facebook commentavano la questione. La maggior parte criticavano la Legge e indicavano un presunto colpevole della situazione che ogni cambiamento comporta.
Mi tengo fuori dal gioco, però alcune considerazioni credo possano essere fatte senza cercare di voler passare per quello che vuole spiegare le norme.
La prima è che nel tanto discutere nessuno mi sembra abbia dato delle risposte ai problemi evidenziati dalla signora Magnaghi. Li sintetizzo: per varie vicissitudini personali nonostante la signora avesse molti anni di pratica come Assistente alla poltrona non rientra tra coloro che possono vedersi riconosciuta la professionalità sul campo perché non ha 36 mesi di assunzione negli ultimi 5 anni. Inoltre la signora ha la terza media, non avendo potuto finire il liceo che ha frequentato con successo per alcuni anni. E quindi non può iscriversi al corso per ottenere l’attestato di qualifica, almeno in Lombardia, regione dove lavora.
E sul web si scatenano i “ma come si fa a mettere delle regole così assurde”. “Ma chi era seduto ai tavoli ministeriali? Come hanno fatto a non pensarci? E poi la cosa della terza media”.
Sono passati talmente tanti anni da quando il Ministero ha deciso di accogliere le incessanti richieste delle associazioni di riferimento delle ASO che volevano vedere riconosciuta la propria professione, che diventa difficile indicare con certezza tutti quelli che a quei tavoli si sono seduti. Certamente i rappresentanti sindacali dei dentisti oltre ai funzionari e dirigenti del Ministero che negli oltre 15 anni di gestazione della norma si sono alternati. Quasi mai i rappresentanti delle ASO. E poi bisogna anche considerare chi si sono seduti ai tavoli regionali, sempre che siano stati istituiti.
Ma se anche ci fossero stati, la ASO coinvolte, le criticità ora evidenziante potevano essere evitate?
Già perché quando si tira una riga, si stabiliscono delle regole c’è sempre una parte che in quelle regole non rientra. Avessero previsto una finestra di 10 anni invece che di 5 per chi è stato assente dal modo del lavoro, chi ne aveva 11 avrebbe sicuramente gridato all’ingiustizia. E siccome alla fine le scelte, spero, vengono fatte secondo un criterio (magari non condiviso) probabilmente il Ministero ha ritenuto che 5 anni poteva essere un periodo ragionevole che consentisse di mantenere le competenze professionali anche se non si era al lavoro.
Ricordiamoci che il decreto ha come obiettivo quello di regolamentare la figura professionale dell’ASO soprattutto dal punto di vista della formazione, una formazione che fino ad oggi era affidata al singolo professionista che assumeva l’Assistente e che oggi viene istituzionalizzata a livello regionale come altre professioni che necessitano un attestato di qualifica. Certo, è vero, tra 5, 4 o 6 anni poco cambia ai fini pratici, ma alla fine un numero lo si doveva indicare, il “circa”, in una legge, non funziona.
Invece, per decidere chi potesse iscriversi al corso, la scelta dei funzionari ministeriali è stata più semplice, è bastato applicare la legge che oggi per scuola dell’obbligo si intende chi abbia avuto una formazione superiore alla terza media di primo livello lasciando alla Regioni di indicare eventuali deroghe.
Chi era seduto ai tavoli ministeriali avrebbe potuto fare cambiare idea su questo? Non so, sicuramente la possibilità data alle Regioni di “metterci del loro” seguendo le indicazioni ministeriali, poteva (o può dove ancora si deve definire il decreto di attuazione) aiutare. Ed infatti in alcune Regioni è prevista la possibilità di accedere al corso con la terza media per chi è nato entro un certo anno.
Oltre alla questione posta dalla signora Magnaghi ce ne una che tocca molte più ASO, si dice il 20-25% di quelle attualmente in attività, ed è quella dell’inquadramento contrattuale.
Per vedersi riconosciuta la professionalità che permette di non dover conseguire l’attestato di qualifica, si deve poter dimostrare di essere state assunte per almeno 36 mesi negli ultimi 5 anni, anche in modo non continuativo come “Assistenti alla poltrona”. Ma molte assistenti alla poltrona, pur facendo quella professione da sempre, non sono state inquadrate con quella qualifica contrattuale, ma con altre. Anche in questo caso, però alcune Regioni hanno previsto un elenco di qualifiche, “sinonime”, ammesse.
In questo caso la colpa è del Ministero che ha cercato il modo più “certificabile” possibile per riconoscere un percorso di riqualificazione a chi negli anni aveva svolto quel lavoro o di chi ha inquadrato quei dipendenti in un ambito che non era quello per cui realmente erano stati assunti? Poteva il Ministero indicare tra gli inquadramenti professionali che garantivano il riconoscimento della professionalità dell’ASO, le segretarie, le impiegate o altre figure? Ma molte di queste lavoratrici inquadrate con quei contratti facevano le ASO, direte voi. Vero, ma come si può dimostrarlo?
Ora, certo che le circa 25 mila ASO che pur facendo le ASO da una vita rischiano di dover fare il corso dovranno essere regolarizzate, si dovrà assolutamente trovare il modo di farlo. E lo si deve fare perché la cosa penalizza le lavoratrici. Non so in che modo si potrà dimostrare che una dipendente assunta come segretaria faceva l’Assistente alla poltrona e tanto meno come potrà essere sanabile, ma si dovrà trovare il modo di riuscirci. In alcune Regioni sembrerebbe possibile rivolgersi all’Ufficio del lavoro e denunciare “l’errore”, ed attraverso una sorta di autocertificazione chiedere di sanare l’errore con integrazione dei contribuiti Inail dovuti.
Su questo la CAO nazionale ha annunciato, durante il Congresso Nazionale AIO di Riva del Garda, un prossimo incontro con il Ministero per cercare di trovare una soluzione alla questione. Tornando alle questioni poste dalla signora Magnaghi, capisco bene il disappunto, capisco che chi ha una vita familiare, dei figli non ha più voglia e tempo di mettersi sui libri e frequentare un corso anche se di sole 300 ore, le altre 400 sono di pratica.
Per lei che risiede in Lombardia c’è il problema della terza media. In attesa che la questione possa essere risolta a livello regionale, come fatto da altre Regioni, può ovviamente valutare se iscriversi per effettuare il corso di formazione in regioni confinanti dove è possibile farlo e magari dove viene anche considerato il periodo che è stata assunta negli ultimi 5 anni, anche se non ha maturato i 36. Cosa che le può ridurre il numero di ore di formazione necessarie per poter dare l’esame per ottenere l’attestato. Certo, è un ulteriore sbattimento, ma per ora sembra la soluzione possibile, in attesa di eventuali modifiche che, però, devono arrivare entro aprile 2020.
Rimane il punto che la signora Magnaghi, più o meno indirettamente o chiaramente direttamente, tocca nella lettera: la questione tutela e il ruolo del sindacato. Non sappiamo se la signora è iscritta all’unico sindacato ASO presente o alle associazioni, aspetto non da sottovalutare perché alla fine un sindacato ha potere se è rappresentativo, se ha un numero di iscritti che lo rendono tale. Anche se poi la rappresentatività non garantisce che quanto venga chiesto venga accolto.
Per dare un piccolo sollievo ai disagi che la signora Magnaghi dovrà probabilmente sopportare per continuare a lavorare come ASO, evidenzio un aspetto certamente banale ma che, a volte, si tende a dimenticare.
Con il profilo dell’ASO nasce una professione ed una categoria che prima non esisteva perché la professione non era riconosciuta. Con quell’attestato le o gli ASO conseguiranno, oltre al riconoscimento professionale, un nuovo inquadramento contrattuale superiore all’attuale, non dovranno più avere paura di perdere il lavoro perché arriva la giovane “sciampista”, senza figli e disponibile ad orari più flessibili, “imparata” poi in studio. La nuova ASO avrà un ruolo ben definito ed esclusivo all’interno dello studio. In alcune Regioni è stato anche previsto un numero chiuso per l’accesso per evitare che vengano formate più ASO di quanto il mercato del lavoro può accogliere.
Magari proprio quell’attestato che la signora Magnaghi dovrà con mille sacrifici ottenere diventerà lo strumento che le consentirà, se lo vorrà, di licenziarsi e trovare con facilità un nuovo studio dove lavorare in orari normali, e non di sera, e soprattutto guadagnare più degli attuali 500 euro al mese.
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