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12 Luglio 2020

Quei camici che lo Stato considera di serie “b” così come le cure odontoiatriche

di Norberto Maccagno


Dopo il DiDomenica della scorsa settimana in cui chiedevo una mano per fare alcune riflessioni sul primo passo per diventare dentisti, iscriversi al Corso di laurea, in questo affrontiamo lo step successivo: la specializzazione in odontoiatria

A suggerirmelo è un lettore/lettrice che come spesso capita quando mi raccontano di questioni legate all’ambito universitario, mi si chiede l’anonimato. Anche se, in questo caso, la denuncia non tocca un singolo Ateneo, un professore e neppure più in generale i “referenti” di settore, ma porta l’attenzione verso un aspetto da sempre conosciuto, denunciato ma sul quale la politica non sembra aver mai voluto neppure ascoltare e cercare di capire: figuriamoci affrontare.

 Ed è un peccato che il mio interlocutore o la mia interlocutrice non mi consenta almeno di citare l’ateneo che frequenta perché, dalla conversazione telefonica che ho avuto, emerge un livello di qualità formativa, di attenzione alla formazione, di qualità assistenziale verso i pazienti trattati che andrebbe raccontato ed esaltato. 

Questo quanto mi scrive. 

Sono laureato/a in Odontoiatria e all'ultimo anno di specializzazione in Chirurgia Orale. Come ben saprete la nostra specializzazione, come anche Ortognatodonzia e Odontoiatria Pediatrica, non viene retribuita in quanto considerata appartenente all'area sanitaria non medica.
Questo ogni iscritto lo sa nel momento in cui decide di intraprendere questa strada, per cui non voglio far riferimento alle 5-6 ore di lavoro quotidiano che ciascuno di noi effettua per eseguire procedure più o meno rischiose (chirurgia in pazienti cardiopatici, sieropositivi, affetti da HCV E HBV) gratuitamente.
Tuttavia, mi piace soffermarmi sul fatto che venga richiesto a noi specializzandi di rientrare in maniera operativa ad affiancare gli strutturati di riferimento nonostante l'emergenza del Coronavirus, senza alcun tipo di retribuzione, tutela assicurativa (l'università copre lo specializzando di odontoiatria con la stessa copertura prevista per gli studenti, cui attualmente viene impedito di recarsi presso i dipartimenti), con le implicazioni fisiche e psicologiche che i DPI che dobbiamo utilizzare comportano (mancanza di respiro, cefalea, sudorazione, vista non nitida a causa delle visiere), ed anzi con l'eventualità che malauguratamente si entrasse in contatto con un paziente Covid positivo verrebbe prevista obbligatoriamente la quarantena e con essa quindi anche l'impossibilità di poter lavorare privatamente.
Tutto questo risulta essere molto triste oltre che rischioso, ma soprattutto noi, la categoria di lavoratori al momento più a rischio di contagio, possiamo davvero essere definiti ancora come appartenenti alla categoria di area sanitaria non medica e quindi non retribuiti?”


Chi segue da tempo la questione “scuole di specializzazione” (direi pochi), sa bene che quella di accettare a malincuore di “finire” nell’area sanitaria non medica è stato il compromesso necessario per poter riaprire i corsi di specializzazione sospesi da anni, perché lo Stato non avrebbe potuto (così giustifica) pagare gli specializzandi. Per ripercorrere un po’ di storia ecco due nostri approfondimenti (emendamento che riattiva le scuole di specializzazione odontoiatriche – ultimo atto che le rende pienamente operative)   

Questione specializzazione tornata preponetemene di attualità in queste settimane per quelle in area medica, con la richiesta di FONOMCeO di portare il numero di borse di specialità al pari dei laureati in medicina. Perché, come sappiamo, la carenza di medici negli ospedali e negli ambulatori pubblici non è dovuta alla carenza di laureati in medicina ma di specialisti, quelli che poi vengono assunti nei vari reparti. Degli utimi giorni l’impegno del Governo ad aumentare il numero di borse di studio di specializzazione da mettere a concorso per il prossimo anno accademico. 

Ma questo rivendicare e chiedere, non poteva essere l’occasione per portare anche la questione degli specialisti in odontoiatria

No.  

Perché da sempre l’odontoiatra è comunque la cosa più lontana dal SSN di tutte le specialità mediche dando per scontato che non serve perché è normale andare dal privato. Poi sappiamo bene delle differenze regionali ma la media è certamente quella di un SSN che latita cercando di gestire l'offerta in modo "creativo", pur di dare almeno qualche cosa.

Negli ospedali ci sono ancora molti laureati in medicina con specialità in odontostomatologia o maxillo facciale che gestiscono e lavorano nei reparti, mentre negli ambulatori delle Asl prevalentemente l’assistenza è garantita dai “Sumaisti” che fino al rinnovo del contratto avvenuto lo scorso anno, potevano collaborare anche se laureati in odontoiatria e senza un diploma di specialità; come invece richiesto per i concorsi da dirigente medico odontoiatria per lavorare negli Ospedali pubblici. Certo il problema si porrà tra qualche anno quanto la maggior parte di questi andranno in pensione, ma prima di allora magari si approverà qualche deroga o norma che risolva la cosa senza fare spendere soldi allo Stato. 

Però il problema di fondo che pone la o il nostro lettore o lettrice, rimane. Perché questa disparità di trattamento tra un medico che frequenta una scuola di specialità e lavora in corsia ed il suo collega odontoiatra che, anche lui, cura pazienti negli ambulatori pubblici? 

Quando chiedo al mio/mia interlocutore/interlocutrice se ha scelto di specializzarsi perché vuole cercare di continuare a lavorare nel pubblico, mi risponde di no: “la scelta è per imparare, per meglio qualificarsi”. 

Ed in effetti la specialità consente ad un neo laureato, con meno di 2mila euro all’anno di tasse universitarie, di frequentare un corso di alto livello che gli permette di fare 6 ore di pratica tutti i giorni per 3 anni. Già perché, in alcuni atenei italiani, gli studenti non prendono solo un “pezzo di carta”, ma imparano realmente a fare i dentisti. 

Quindi ecco probabilmente il perché dell’accettare di essere discriminati, “sfruttati”.

Ma come scrive, lui/lei il problema non sono i soldi, la borsa di studio assegnata invece ai colleghi medici: “lo sappiamo già quando ci iscriviamo”. Il problema è quel lavorare senza tutele in periodo post Covid che per lui/lei, è l’ennesimo schiaffo alla loro professionalità, al loro essere medici, al loro lavoro all’interno di una struttura pubblica. 

Al telefono mi dice che la tutela infortunistica sarebbe quel riconoscimento verso il loro lavoro, verso i sacrifici fatti per esercitare l’attività ambulatoriale pubblica. 

Sostanzialmente “un gesto” per farli sentire riconosciuti parte di un sistema. 

Ed è questa la vera questione degli “specializzandi” odontoiatri: lo Stato, le Istituzioni sanitarie, non danno un valore all’odontoiatria pubblica, non considerano l’odontoiatria pubblica parte integrante del SSN. 

Uno degli aspetti che permette di distinguere il valore di un servizio, è quanto sei disposto a pagare per usufruirne, o quanto sei disposto a pagare i professionisti per offrire il servizio. Per l’odontoiatria pubblica sembra, sempre, che nessuno sia disposto a pagare per farla funzionare: se non il singolo cittadino che per ottenere le cure si rivolge altrove, se può. 

Nessuna battaglia odontoiatrica (anche quelle che interessano il singolo dentista privato, la libera professione) sarà mai vinta fino a quando rimarrà la convinzione (sia nella politica ma anche nella governance della medicina) che la patologia odontoiatrica è una patologia di serie “b”. Una patologia che per risolverla, in fondo, basta un ambulatorio che tolga il dente, e il male sparisce.  

Fino a quando la mentalità sarà questa (nascondendosi dietro ad un “mancano i soldi” che, però, per le atre branche della medicina si trovano), l’odontoiatra continuerà ad indossare il camice da medico di serie “b”. 

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