La legge antifumo entrata in vigore il 10 gennaio del 2005, che vieta di fumare nei luoghi pubblici, ha certamente determinato miglioramenti: si è ottenuta infatti una flessione dei consumi di circa il 6 per cento. Tuttavia da allora il consumo medio giornaliero di tabacco è rimasto stabile.
Tenendo presente l’importanza che gli odontoiatri possono rivestire in quest’ambito, Giulio Leghissa, presidente del Cenacolo odontostomatologico italiano, ha intervistato Roberto Boffi, responsabile dell’ambulatorio per la prevenzione, la diagnosi precoce e il trattamento dei danni da fumo presso l'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
Dottor Boffi, da anni ti occupi delle patologie fumo-correlate e da tempo dirigi il centro antifumo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Quali ti sembrano debbano essere i punti fondamentali sui quali concentrare l’attenzione per motivarei colleghi a partecipare a una campagna nazionale “antifumo”?
Oggi in Europa fuma il 25 per cento della popolazione adulta. Le osservazioni recenti negli adolescenti confermano una tendenza per nulla al ribasso nella diffusione del fumo tra i giovani, con un aumento in particolare delle fumatrici.
Solo per cancro del polmone si calcolano circa 500.000 decessi ogni anno nei paesi della Comunità europea, il 90 per cento dei quali sono dovuti al fumo. Una quota del 20 per cento dei fumatori è destinata a sviluppare la Bpco, mentre è stato calcolato che il 50 per cento delle cardiopatie ischemiche è legato al fumo. Inoltre, l’estrema sensibilità dell’embrione e del feto al monossido di carbonio generato dalla combustione delle sigarette rende le donne in gravidanza particolarmente suscettibili ai danni da fumo attivo e passivo, e anche il rischio di embolia polmonare associato a fumo più pillola non va dimenticato, vista la giovane età della popolazione femminile in questione. Tuttavia si calcola che circa un terzo delle fumatrici continui a fumare anche in gravidanza.
L’aspettativa di vita del fumatore è di 10 anni inferiore a quella del non fumatore, con una globale qualità di vita oltre tutto nettamente inferiore.
Sappiamo ormai con certezza che gli effetti negativi del fumo si presentano anche nella ridotta capacità di guarigione della malattia parodontale a dispetto di un attento trattamento, nella ridotta capacità di guarigione delle ferite chirurgiche, nella maggiore incidenza di fallimento degli impianti ecc. Pensi che si sia fatto abbastanza per sensibilizzare i medici e gli odontoiatri su questi temi?
Gli odontoiatri potrebbero svolgere davvero un ruolo trainante ed efficace nella lotta contro il tabagismo: avete il compito fondamentale di gestire servizi preventivi e curativi in una popolazione sostanzialmente sana e solitamente disponibile a investire tempo e risorse sul proprio benessere.
Abbiamo visto che lo scrivere sui pacchetti di sigarette “il fumo nuoce gravemente alla salute” non ha dato grandi isultati. Per quali motivi, secondo te, il fatto di sapere che un comportamento sia così nocivo non si traduce in un cambiamento?
Fumare o non fumare è prima di tutto una scelta personale e un’esperienza solitaria, un confronto cioè con se stessi e con le proprie debolezze. La nicotina contenuta nel tabacco è capace di dare dipendenza anche più delle droghe maggiori. Pertanto chi non ce la fa da solo a smettere con le sigarette può e deve chiedere aiuto agli altri, perché in questo caso è bello essere aiutati ed è bello ammetterlo ed è ancora più bello vincere insieme.
Ci tengo comunque a segnalare una persistente carenza dei servizi sanitari italiani: i quasi 13 milioni di nostri fumatori hanno mostrato di comprendere e accettare la legge Sirchia che ha reso i locali pubblici smokefree, ma non hanno purtroppo ricevuto in cambio un numero adeguato di ambulatori certificati dal Ssn in grado di assisterli adeguatamente quando decidono di smettere di fumare.
Anche le più recenti iniziative mediatiche ed “educational” dell’Istituto nazionale dei tumori (come il forum per fumatori ed ex-fumatori sul sito internet di “Essere e Benessere” di Radio 24) sono andate in questa direzione: dimostrare l’efficacia e quindi la necessità di aumentare i servizi ambulatoriali e anche quelli distanza, come le Quit Line, ossia linee telefoniche gratuite d’assistenza ai fumatori che decidono di smettere, ma che da soli non ce la fanno, gestite da psicologi, infermieri e medici dei servizi di disassuefazione.
In Italia si calcolano lavorino circa 50.000 odontoiatri. Credi che sia possibile che almeno un parte di loro diventi parte attiva per convincere i propri pazienti della necessità di smettere di fumare? In alcuni stati degli Usa questa attività ha dato risultati incoraggianti (circa 10 per cento di sospensione dal fumo). Possiamo pensare di programmare anche qui un impegno in questo senso con il supporto di esperti come te?
Sarebbe fondamentale che ogni corso di laurea sapesse indicare ai suoi studenti la necessità prioritaria della lotta al tabagismo, con un’adeguata formazione e programmi di aggiornamento continuo sulle tematiche fumo-correlate.
La formazione all’intervento antifumo degli odontoiatri potrebbe essere una scelta fondamentale di salute pubblica per la società, ma anche l’occasione di essere coinvolti in un intervento di forte impatto sulla salute dei propri assistiti.
Il Cenacolo odontostomatologico italiano sta conducendo un impegno forte in questo senso che troverà un punto fermo sabato 22 novembre a Milano in una nuova manifestazione rivolta a medici, odontoiatri e team odontoiatrico. Pensi che sia utile gestire questa giornata coinvolgendo anche i cittadini?
La quotidiana lotta ai problemi dovuti al tabagismo costituisce tuttora il più importante campo di azione in cui la prevenzione può e deve intervenire efficacemente. Il tabagismo è infatti la prima causa attuale di morbi-mortalità evitabile nei paesi occidentali e lo sta diventando, con un ritmo di crescita impressionante, anche nei paesi in via di sviluppo.
L’informazione corretta nella prevenzione primaria è alla base di ogni cosa, ma la strada da fare è ancora molto lunga. Inoltre va ricordato che in campo di cessazione del tabagismo non esiste assolutamente un metodo unico e valido per tutti per smettere di fumare. “Conoscere per decidere” è il nostro slogan preferito.
Vi è un generale consenso sul fatto che difficilmente i fumatori smettono senza un supporto psicologico e farmacologico. Quale è la tua esperienza in questo senso?
Smettere di fumare è notoriamente difficile. In Italia ci sono oltre sei milioni di ex-fumatori, che hanno smesso in buona parte dopo aver preso consapevolezza dei danni del fumo sulla salute, e grazie alla loro forza di volontà e motivazione. Per molti fumatori, tuttavia, non basta la sola conoscenza dei rischi cui vanno incontro, oltre alla volontà e alle motivazioni. Si rendono quindi necessari per loro supporti psicologici e farmacologici adeguati. Buoni passi avanti in questo campo ne sono stati comunque fatti, anche ultimamente con l’introduzione in commercio di nuove molecole antifumo, e altri ne seguiranno nei prossimi anni, anche se si discute se sia giusto che l’acquisto dei farmaci che si sono dimostrati attivi nella “smoking cessation” (la terapia sostitutiva nicotinica, il bupropione e la vareniclina) sia tuttora a completo carico dei fumatori e, soprattutto, che la ricerca sulla prevenzione delle malattie direttamente legate al fumo come il tumore del polmone non abbia ancora fondi assolutamente sufficienti.
GdO 2008; 8
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