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15 Aprile 2007

L'igienista e la diagnostica

di C. Guastamacchia


Spesso si sente dichiarare che nel piano operativo dell’igienista (non si parli più di “compiti” o di “ruoli”!) non deve rientrare l’effettuazione della “diagnosi”. Intendiamoci bene: una certa coerenza generale c’è al riguardo, perché, se è definitivo il concetto che l’igienista debba operare su prescrizione (o “ricetta”) del dentista, è ovvio che l’impostazione generale su “quanto c’è da fare” debba essere del dentista. Successivamente a diagnosi, prognosi, piano terapeutico impostati dal dentista, l’igienista eseguirà quanto gli è stato suggerito/prescritto.
Bene: mi interessa poco essere “fuori dal coro”. Dico solo che in questo modo di ragionare (e di far procedere l’igienista) tocca sopportare una buona dose di ipocrisia e, insieme, di pericolosa trascuratezza. Infatti non si può accettare il principio per il quale se l’igienista vede un “buco” in un dente, non lo debba segnalare al dentista. Di più: non è accettabile il principio secondo il quale l’igienista non debba segnalare (non “diagnosticare”, per carità!) una carie che può essere stata “non vista” dal dentista.
Così arriviamo al dunque del discorso, non più cautelativo o di seconda battuta, ma a un dunque attivo e, accentuerei, obbligatorio per l’igienista. Poche storie: l’igienista deve sempre cercare di individuare le carie, segnalandole al dentista in modo chiaro… sempre che, ovviamente, il dentista non le abbia già incluse nel suo piano terapeutico.
Dalla teoria alla pratica. L’industria ci fornisce oggi ottimi mezzi diagnostici per fare diagnosi precisa di carie, con precisione quasi assoluta: 95 e più per cento rispetto ai vecchi sistemi che sono intorno al 60-70%.
Uno di questi mezzi sfrutta la diversa risposta di un raggio laser quando questi incontri smalto sano, dentina sana e/o dentina cariata. Un suono specifico chiarirà all’esaminatore (e al paziente, debitamente informato!) che quel dente, apparentemente sano è, in realtà, cariato. Cariato in modo iniziale, quel modo che consente/obbliga ad un intervento terapeutico davvero (davvero!) preventivo.
Vogliamo davvero operare per il bene dei nostri pazienti? L’igienista, secondo me, è l’operatore di elezione in questo modo di avvicinarsi a una reale prevenzione. Qui non siamo di fronte a un overtreatment ma ad una condizione patologica “beccata” alle sue più minuscole origini: in alto in alto, quando il ruscello non è ancora un fiume in piena, quando la palla di neve non è ancora una valanga.
Dico bene? Mi piacerebbe sentire l’opinione di qualche Lettore… Cosa ne pensate?



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