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24 Marzo 2017

Come ridurre i rischi dell'implantologia. Il Protocollo Longevity spiegato dal presidente IAO Tiziano Testori


Nonostante il successo dell'implantologia, i fallimenti sono numerosi e spesso dipendono da una inadeguata valutazione dei rischi. Oggi però esiste uno strumento diagnostico computerizzato, accessibile online, che può essere di grande aiuto all'implantologo: si chiama Protocollo Longevity ed è stato ideato da un team di specialisti italiani. Un ruolo fondamentale nella sua creazione e nella verifica sperimentale della sua validità è stato ricoperto da Tiziano Testori (nella foto)e il suo team, implantologo di fama internazionale, responsabile del reparto di Implantologia e riabilitazione orale presso la Clinica odontoiatrica diretta da Roberto L. Weinstein presso l'IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi, Università di Milano, e presidente della Italian Academy of Osseointegration (IAO), costituita dall'unione di SICOI (Società Italiana di Chirurgia Orale e Implantologia) e SIO (Società Italiana di Implantologia Osteointegrata).

Dott. Testori, cos'è il Protocollo Longevity e come si utilizza?

È uno strumento computerizzato che permette di valutare il rischio implantare e classificare il paziente in tre classi di rischio: alto, medio e basso. Abbiamo fatto una ricerca e un grading della letteratura e ne abbiamo ricavato i fattori di rischio per il trattamento implantare a livello medico generale, biomeccanico ed estetico.
L'implantologo che lo utilizza raccoglie i dati richiesti, li inserisce nel software e in risposta riceve una valutazione del rischio e dei suggerimenti riguardo alle possibili correzioni che può apportare alla procedura oppure indicazioni per il paziente. Ad esempio, se quest'ultimo è un forte fumatore e deve fare della terapia rigenerativa ossea, il rischio di un insuccesso è molto elevato se non cambia i suoi stili di vita. Non è detto che vada per forza male, ma c'è più rischio.
Il Protocollo Longevity non si limita a indicazioni generiche, ma valuta i fattori di rischio in base al tipo di protesi che l'odontoiatra ha progettato. Consideriamo ad esempio un paziente che è un forte fumatore e deve sottoporsi a un'implantologia a livello mandibolare perché è totalmente edentulo. Se l'impianto viene posizionato nella parte anteriore della mandibola, dove c'è un osso molto denso, e si fa una protesi fissa ibrida, una classica Toronto Branemark, la piu sperimentata al mondo, il fumo agisce poco e la percentuale di successo può essere elevata; se invece lo stesso paziente viene sottoposto a una terapia rigenerativa nell'arcata superiore e a una ricostruzione ossea, può essere molto a rischio.

Come si è accertata la validità del protocollo?

Il protocollo è stato validato su 250 pazienti che hanno avuto fallimenti implantari, anche multipli, e abbiamo visto che se avessimo usato il software avremmo potuto certamente evitarne alcuni. Quando un paziente si rivolge all'odontoiatra per avere una riabilitazione e dunque una protesi di denti fissi, non sempre l'implantologia è il trattamento più indicato. È il caso di ricordare, in un mondo in cui tutti vogliono fare l'implantologia, che ci sono tanti trattamenti alternativi che possono essere valutati quando il rischio implantologico risulta troppo elevato. La validità del Protocollo Longevity è anche attestata dalla sua applicazione, ormai estesa a oltre seimila pazienti.
L'impostazione rigorosa che comporta l'abitudine a una diagnosi dettagliata e all'analisi dei rischi prima di fare un trattamento è molto anglosassone; da noi l'odontoiatra è meno attento a questa valutazione, anche se è diffusa in altri ambiti medici, dal cardiovascolare al diabetico. Stiamo cercando di introdurre questo approccio molto moderno anche nell'odontoiatria italiana, anche se incontra ancora qualche resistenza.
Il Protocollo Longevity può essere inteso come una check list che permette di valutare, senza dimenticarne nessuno, tutti i fattori che influiscono sul risultato clinico e di cui non sempre i dentisti sono attenti. Inoltre questi fattori sono pesati in base alle evidenze scientifiche e questo permette all'odontoiatra di farsi meno influenzare dalle proprie visioni personali e da un'esperienza che in ogni caso non può che essere limitata: questo comporta meno errori e meno bias in piani di trattamento che possono anche essere molto complessi. Ricordiamo che, in chirurgia, uno strumento semplice come le check list ha dimezzato la mortalità nelle sale operatorie.

Com'è stata l'accoglienza da parte dei colleghi?

C'è molto interesse nel mondo odontoiatrico di un certo livello, ma mi aspettavo un'accoglienza migliore nel resto dei degli odontoiatri. Ma questo è il riflesso di una situazione più generale: dei 51mila odontoiatri italiani, oltre la metà fa implantologia, ma solo cinquemila vanno a corsi e congressi.

Che ne è dunque della formazione continua?

Nella professione, non c'è un reale interesse per l'ECM, per qualcosa di più scientifico e moderno. Spesso gli implantologi, più che fare diagnosi e piani di cura, fanno preventivi; non si fanno pagare la visita preliminare e già questo dice molto. Molti colleghi non considerano l'odontoiatria come una professione di tipo intellettuale fondata su un percorso medico specifico: esame obiettivo, raccolta dei dati, esami strumentali, diagnosi, piano di trattamento, alternative, prognosi, valutazione del rischio... L'ECM è un prerequisito fondamentale, ma purtroppo non ci sono controlli e sanzioni.

Ci sono però molti contenziosi, in cui l'odontoiatra viene chiamato a rispondere di certi presunti errori. In questo ambito il Protocollo Longevity può avere un ruolo?

Certamente sì, in caso di contenzioso una cosa che manca sempre è la documentazione clinica iniziale e il protocollo può essere utile anche a livello documentativo, per dimostrare che l'odontoiatra ha agito in base alle evidenze scientifiche e ha compiuto tutti i passi necessari per ridurre al minimo i rischi.

Adelmo Calatroni

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