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18 Febbraio 2012

Il training autogeno nella letteratura scientifica

di Debora Bellinzani


Non è semplice trovare studi che abbiano sperimentato il training autogeno specificamente in ambito odontoiatrico, mentre si possono leggere diversi lavori che hanno testato altre tecniche di rilassamento per contenere la paura del dentista ottenendo una significativa riduzione dell’ansia.1 Come in altre aree, tuttavia, anche in ambito odontoiatrico il training autogeno sembra risultare più efficace per i disturbi che sono legati agli stati ansiosi: uno studio del 20092 ha dimostrato per esempio che questa tecnica di rilassamento ha contribuito a ridurre la secchezza delle fauci in 60 pazienti affetti da stomatopirosi.
Con il solo scopo di descrivere in quali ambiti il training autogeno ha ottenuto risultati positivi, presentiamo una rassegna parziale degli studi indicizzati in Pubmed. Uno dei lavori che ha coinvolto il maggior numero di persone è stato condotto presso il Royal Hospital for Integrated Medicine di Londra,3 dove il training autogeno è stato insegnato a 153 pazienti, 111 dei quali soffrivano di insonnia. I risultati della sperimentazione, pubblicati online nel 2011, indicano che i pazienti hanno riportato miglioramenti tra i quali una maggiore facilità nell’addormentarsi e la sensazione di avere più forza ed energia al risveglio al mattino.
Nel 2010 uno studio giapponese4 ha fatto sperimentare il training autogeno a pazienti con sindrome dell’intestino irritabile concludendo che questa tecnica può ridurre il dolore e migliorare la qualità di vita di chi soffre di questo disturbo.
Anche per quanto riguarda una patologia come la sclerosi multipla esistono in letteratura dati positivi: una ricerca pubblicata nel 20055 ha dimostrato che i pazienti che avevano imparato e praticato questa tecnica di rilassamento sentivano di avere più vigore ed energia e percepivano di avere meno limitazioni rispetto alla situazione di partenza.
Un gruppo di donne con sindrome X cardiaca, che presentavano cioè dolore anginoso, ha dimostrato nel 2009 che il training autogeno può ridurre non solo la frequenza dei sintomi ma anche la loro severità,6 mentre la medesima tecnica si è dimostrata efficace nel ridurre l’ansia legata all’intervento di angioplastica coronarica.

Un altro disturbo cronico e disabilitante nei confronti del quale il training autogeno sembra dare buoni risultati è il mal di testa: uno studio del 20038 pubblicato dalla rivista Headache, sulla base dei diari delle pazienti, ha concluso infatti che la frequenza degli attacchi di cefalea tensiva e di tipo misto era diminuita già dal primo mese di pratica della tecnica di rilassamento, mentre gli attacchi di emicrania avevano fatto rilevare una diminuzione ma a partire dal terzo mese; la conseguenza di questi risultati è stata per tutte una riduzione dei farmaci assunti.
In relazione alle patologie tumorali, il training autogeno è stato sperimentato in un gruppo di pazienti con tumore in stadio iniziale9 facendo rilevare un miglioramento dei parametri che misurano l’ansia e la depressione e una migliore risposta immunitaria; anche in uno studio irlandese,10 pubblicato nel 2002, sono stati rilevati la riduzione dell’ansia, il miglioramento della qualità del sonno e la rinascita di uno “spirito combattivo” in pazienti con diagnosi di cancro.
In letteratura si trovano anche testimonianze che parlano della possibilità di utilizzare il training autogeno nel trattamento dei giovani: una ricerca tedesca del 200311 ha dimostrato che un gruppo di bambini e adolescenti di età compresa tra 6 e 15 anni con problemi comportamentali e di carattere emotivo ha presentato una riduzione dello stress e dei sintomi psicosomatici. Altri studi, infine, hanno dimostrato effetti positivi in relazione a patologie quali l’ipertensione, l’asma, la sindrome di Ménière e la malattia di Raynaud.

GdO 2012;1

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