Quindicimila denunce ogni anno, 300 milioni di euro di richieste di risarcimenti e una valanga di assoluzioni. Sono questi i numeri che fotografano la realtà dei contenziosi tra medici e pazienti, casi che, negli ultimi anni, si sono moltiplicati a livello esponenziale in tutta Italia. È un fenomeno che da tempo preoccupa le associazioni dei “camici bianchi” (odontoiatri compresi), costretti in molti casi a lavorare con lo spauracchio di essere trascinati davanti al giudice dai loro assistiti.
A dire il vero, i dentisti sono meno bersagliati dalle denunce dei pazienti rispetto ai loro colleghi del mondo sanitario. La maggior parte dei procedimenti giudiziari riguarda, infatti, gli ortopedici (17,5%), gli oncologi (13,9%), i ginecologi e le ostetriche (7,7%), i chirurghi (5,4%). Ma c'è una quota non trascurabile di cause civili e penali (pari al 5,2%) che vede salire sul banco degli imputati anche i professionisti dell'odontoiatria.
Tradotto in cifre, una denuncia su 20 colpisce i dentisti, per un totale di circa 750-1000 contenziosi ogni anno. Eppure, le cause civili e penali si risolvono spesso in un nulla di fatto: circa l'80% dei procedimenti non giunge neppure nella fase dibattimentale perché totalmente infondati. Tra i processi in tribunale, invece, 9 su 10 finiscono a vantaggio del medico mentre quasi tutti i pazienti rimangono “con un pugno di mosche in mano”. Ma le denunce, dicono le statistiche, continuano a fioccare lo stesso, ingrossando le parcelle degli avvocati e i premi incassati dalla compagnie assicurative. Già, perché una delle poche armi che i medici hanno a disposizione per difendersi è rappresentata dalle polizze contro la Responsabilità civile professionale.
Sono contratti con i quali una compagnia assicurativa, in cambio del pagamento di una somma di denaro (che si chiama premio), s’impegna a coprire al posto del medico le spese di un eventuale risarcimento ai pazienti. Non di rado, però, è previsto un limite per gli indennizzi che la compagnia è disposta a sborsare: si tratta del cosiddetto massimale, che in genere è compreso tra 1 milione e 2 milioni di euro. Le tariffe delle polizze variano ovviamente secondo il massimale coperto.
Per orientarsi tra i prezzi, basta dare un'occhiata alla tabella in pagina, che riporta le tariffe delle polizze sottoscrivibili dagli odontoiatri iscritti all'Andi (l'Associazione nazionale dei dentisti italiani ha, infatti, stipulato una convenzione con Cattolica Assicurazioni per offrire ai propri aderenti delle polizze sulla Rc professionale a prezzi scontati).
Come si può vedere leggendo la tabella, la somma da pagare per assicurarsi è compresa in genere tra un minimo di 300 euro e un massimo di 1000 euro circa all'anno. Non è poco, ma è comunque una spesa che vale la pena affrontare per non essere costretti a sostenere di tasca propria un maxi-risarcimento ai pazienti. È bene ricordare, però, che le polizze contro la Rc professionale proteggono i medici e i dentisti soltanto nel caso in cui siano trascinati in tribunale per una causa civile. Ma molti camici bianchi, purtroppo, sono spesso coinvolti anche in cause penali, che possono avere conseguenze ben più gravi. Per questo, dicono le associazioni di categoria, molti professionisti dell'area sanitaria oggi lavorano con poca tranquillità, cioè con lo spauracchio di una condanna penale, che segnerebbe per sempre la loro carriera. Questo timore, a detta di non pochi osservatori, ha fatto crescere il fenomeno della medicina difensiva, cioè l'abitudine a prescrivere, in via cautelativa, esami e/o cure che lo stesso medico non ritiene necessari ma che possono consentirgli di evitare grattacapi legali, dimostrando di aver usato tutte le precauzioni possibili nella cura del paziente. L'eccesso di prudenza comporta dei costi notevoli per le casse dello Stato: si calcola che la spesa per esami e diagnosi inutili a carico del Servizio sanitario nazionale sia nell'ordine di 15-20 miliardi di euro all'anno.
È una cifra da capogiro che le finanze pubbliche italiane (non proprio in salute) riescono a sopportare a malapena. E così, allo scopo di arginare il fenomeno della medicina difensiva e per far lavorare i camici bianchi con maggiore serenità, alcuni parlamentari della maggioranza hanno presentato un nuovo progetto di legge, che deve ancora affrontare il lungo iter di approvazione alle Camere. Si tratta di un provvedimento che introduce nuove disposizioni in tema di responsabilità del personale sanitario e che, secondo alcune associazioni dei consumatori, in primis Cittadinanzattiva, porterà a una vera e propria depenalizzazione dell'errore medico. In realtà, secondo i proponenti (che vedono in prima fila gli onorevoli Iole Santelli e Giuseppe Palumbo, entrambi del Pdl) non si arriverà affatto a una depenalizzazione dell'errore sanitario. Più semplicemente, vi sarà una definizione “migliore di quella che è l'attività medica” per stabilire con maggior precisione ruoli e responsabilità dei professionisti. Per esempio, sarà sempre esclusa la colpa del medico nel caso in cui le terapie da lui prescritte, pur essendo conseguenza di una corretta diagnosi, abbiano provocato una reazione “oggettivamente imprevedibile” dell'organismo del paziente. Nel testo della legge, è invece ribadita la responsabilità penale del medico per alcuni comportamenti professionalmente scorretti; per esempio, è prevista la reclusione fino a 6 mesi per chi, nell’esercizio di un’attività sanitaria, sottopone una persona a un trattamento medico-chirurgico senza il suo consenso. Inoltre, il provvedimento all'esame delle Camere prevede anche alcune disposizioni sulle perizie nei tribunali. Si stabilisce che, “nei processi in materia di responsabilità medica, il giudice deve avvalersi di un collegio di esperti composto da un medico chirurgo specializzato in medicina legale e da uno o più specialisti nelle specifiche materie oggetto dell’indagine giudiziaria”. I camici bianchi, insomma, devono essere sempre giudicati da persone competenti, ovvero da altri professionisti dell'area sanitaria.
GdO 2009;17
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