Un rebus ancora irrisolto. Può essere definita così, in sintesi, la questione delle società tra professionisti (le Stp), le nuove "creature" che dovrebbero vedere la luce quest'anno (ma il condizionale è d'obbligo) per effetto della legge n. 183 del 2011, cioè l'ultima manovra economica approvata dal governo guidato da Silvio Berlusconi, prima di rimettere il proprio mandato nelle mani del presidente della Repubblica. Fortemente contestate dal mondo dei professionisti (odontoiatri compresi), le Stp esistono per adesso soltanto sulla carta, poiché vi sono ancora molti ostacoli sul loro cammino che ne impediscono lo sviluppo.
Nel testo della legge 183 ci sono infatti alcuni punti oscuri, su cui il Cup (il Comitato Unitario Permanente degli Ordini e dei Collegi professionali) ha chiesto al ministero della Giustizia di fare chiarezza. In caso contrario, sarà impossibile inserire le nuove Stp negli appositi Albi e Ordini professionali, comprese quelle società che otterranno l'iscrizione nel Registro delle Imprese, conservato presso le Camere di Commercio.
Le origini
Per capire in cosa consistono tutte queste perplessità del Cup, però, occorre innanzitutto fare qualche passo a ritroso. Lo scorso anno, con l'intento di riformare il mondo delle professioni, il governo uscente di centrodestra ha approvato infatti alcune norme che introducono questa nuova figura del tutto assente nel nostro ordinamento giuridico.
Nello specifico, il Consiglio dei Ministri ha stabilito che, in Italia, le attività professionali potranno essere svolte non soltanto nelle modalità tradizionali (cioè in forma individuale o all'interno di uno studio associato) ma anche attraverso delle apposite società partecipate da diversi tipi di soggetti: oltre agli stessi professionisti che erogano le prestazioni, possono entrare a far parte delle Stp (ed è questo l'aspetto più controverso) anche delle persone che ne acquistano le quote con una semplice finalità d'investimento (soci di capitali) o che svolgono attività secondarie di natura puramente tecnica (soci d'opera).
Queste due categorie di soggetti, secondo la legge, non avranno la necessità di essere iscritti ad appositi Ordini o Albi professionali. Si tratta di una novità assoluta che ha spinto il Cup a chiedere al ministero della Giustizia di far luce su alcuni punti controversi, che rischiano di impedire le attività di vigilanza degli Ordini e di ledere gravemente i diritti degli utenti finali.
Le richieste al Governo
Nello specifico, il Consiglio Unitario Permanente ha sollecitato il governo a fissare nero su bianco (attraverso un apposito regolamento) alcuni principi importanti. Il primo è l'obbligo assoluto per le Stp di svolgere esclusivamente un'attività di tipo professionale, senza sconfinare in altri campi e generare confusione nei clienti (o nei pazienti, nel caso delle prestazioni sanitarie).
Inoltre, il Cup ha chiesto al governo di ribadire la necessità che a erogare le prestazioni siano esclusivamente dei soggetti iscritti ad appositi Ordini o Albi. I soci di capitali o i soci d'opera, dunque, devono evitare nel modo più assoluto di interferire nei rapporti tra professionisti e gli utenti.
Infine, a detta del Consiglio Unico Permanente, dovrebbero essere specificate pure le modalità di esclusione dalle Stp di tutti i professionisti che subiscono delle sanzioni disciplinari (per esempio una sospensione o una radiazione dall'albo).
Senza aver fatto luce su questi punti, secondo il Cup le società tra professionisti non potranno essere riconosciute dai rispettivi Ordini e non potranno mai entrare in attività. La palla passa ora al Governo che, entro il prossimo 15 maggio, dovrà emanare un regolamento su una materia così complessa, che ha già creato fin troppe polemiche.
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