Molti sono i trattati sull’inutilità dei “muri” intesi come strumento che cerca di arginare l’arrivo dell’invasore, del nuovo, del diverso. Ci sono i muri come la grande muraglia cinese, che ci ricordano come una barriera fisica non è mai abbastanza alta o lunga per impedire l’ingresso dell’invasore, e ci sono poi i “muri” legislativi: più efficaci di quelli fisici, ma che hanno ugualmente un pro e un contro. Si pensi ai dazi: favoriscono il mercato interno ma penalizzano le imprese che vogliono allargare il proprio business. Questa breve e banalotta premessa serve per spiegare il motivo del parallelo che tento di fare su due argomenti forse diversi, ma che in questo periodo sono stati accumunati: abusivismo e lauree prese all’estero. Sull’abusivismo non aggiungo molto di più a quanto già sapete: tutti chiedono di alzare il “muro” legislativo per rendere meno conveniente delinquere. Su questo argomento segnalo però una novità: il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e quello della Salute, Ferruccio Fazio, hanno espresso la volontà di intervenire. “L’esercizio abusivo delle professioni mediche” ha dichiarato tramite un comunicato stampa il ministro Alfano “deve essere punito adeguatamente attraverso un processo di modernizzazione di questo settore, non solo aggravando sensibilmente le pene, ma anche impedendo la ripetizione dei reati con la confisca, per esempio, delle attrezzature utilizzate per lo svolgimento abusivo della professione”.
Il Ministro ha anche dichiarato di sostenere la proposta di legge presentata dall’onorevole Giuseppe Marinello, che punta a rivedere l’articolo 348 del Codice Penale. Proposta che, come abbiamo più volte ricordato, è desolatamente ferma dal 14 ottobre 2008 in II Commissione Giustizia, e non è mai stata calendarizzata per una prima discussione. Ma la dichiarazione sul tema che ho letto con più soddisfazione è quella del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, giunta pochi giorni dopo quella del ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Dopo alcune vicende di cronaca (che hanno coinvolto alcuni finti medici) ha detto quanto da tempo scrivo e in tanti mi spiegano: inasprire le pene per gli iscritti all’Ordine non è la strada per combattere il fenomeno. “Contro gli abusi in medicina” ha dichiarato il Ministro “stiamo cambiando il sistema sanzionatorio dell’Ordine dei medici, per renderlo più agile e in grado di dare risposte tempestive in caso di eventi dannosi’’. Direi che su questo tipo di muro, sia legislativo sia ordinistico, nessuno possa trovare controindicazioni.
Discorso diverso per quanto la Cao nazionale è andata a sollecitare al Parlamento europeo nei confronti delle lauree fasulle o “facili”, prese da studenti italiani all’estero. La norma su cui la Cao chiede di intervenire - oltre a intensificare i controlli - è quella che permette agli studenti di laurearsi in Europa chiedendo poi il riconoscimento del titolo conseguito all’estero. Ovviamente la norma vale per tutti titoli di studio, dall’ingegnere nucleare all’infermiere, passando anche dall’odontoiatra. La battaglia della Cao, giustamente, da una parte cerca di contrastare l’acquisto di diplomi all’estero - per quanto, in assenza di dati oggettivi, è ancora tutto da provare se sia un fenomeno dilagante - ma anche di impedire che venga aggirato il numero chiuso, che di fatto regola la quantità di professionisti che possono lavorare in Italia. Anche se, e lo ricordiamo sempre, il numero programmato è stato introdotto per garantire agli studenti una preparazione adeguata e, quindi, viene definito in funzione delle potenzialità dell’ateneo. Ipotizziamo che l’Europa accolga le richieste della Cao e metta dei paletti per la sola formazione odontoiatrica (impensabile - e controproducente per il nostro Paese - vietare a uno studente italiano di andare a studiare all’estero), la norma sarebbe comunque esente da controindicazioni? Perché impedire a uno studente che non riesce a entrare in una di quelle facoltà italiane dove si insegna veramente l’odontoiatria e vuole prepararsi all’estero in buone università? In queste pagine, cerchiamo di dare una, seppur superficiale, fotografia dei problemi dell’università italiana, stretta tra i tagli che non consentono di sostituire i docenti che vanno in pensione e regole di autofinanziamento, attraverso le rette, che difficilmente si sposano con numeri programmati, veramente esigui, per ateneo. Le università italiane subiscono, quindi, la concorrenza degli atenei privati esteri, come la Spagna insegna. Ricordo - visto che fu proprio il Gdo a darne per primo la notizia oltre un anno fa (GdO 2009;16, ndr) - che in Spagna, nel 2009, c’erano circa 750 studenti (ora circa mille) italiani che studiavano da dentisti in tre università.
Quindi ha ragione la Cao: il fenomeno è tutt’altro che marginale anche se, siamo sicuri, questi studenti otterranno tutte lauree regolarmente conseguite dopo avere frequentato gli anni necessari in università di qualità. Ma va anche notato come in Spagna i corsi di laurea in odontoiatria sono meno della metà di quelli italiani e così è in Francia e in altri stati europei. Ma se riduciamo il numero dei corsi di laurea italiani costringeremo i giovani a lunghi a soggiorni fuori casa. Se poi non permettiamo ai ragazzi italiani di frequentare i corsi di laurea spagnoli, la maggior parte di loro, figli d’arte, non potrà dare un futuro allo studio di famiglia. Se invece non si metteranno paletti, molti dei giovani studenti italiani avranno un futuro di odontoiatri precari. Rieccoci ritornati al punto di partenza: il muro alzato per risolvere un problema ne crea inevitabilmente un altro. Quindi? Come sempre la soluzione politica sarebbe la migliore: un tavolo che coinvolga tutte le parti in causa e che sappia vedere oltre le singole esigenze per ridisegnare professione e università. Anche a livello europeo come propone giustamente la Cao. Per favorire questo si sono impegnati il Ministro Rotondi e il commissario alla Salute della Ue John Dalli. Vedremo se saranno le solite promesse “di circostanza”.
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