Rilanciare l’immagine dell’odontoiatra presso il pubblico, trasmettendo l’idea di un professionista che segue il codice deontologico e rispetta la legislazione nella gestione quotidiana dello studio. Questo al centro del programma dell’Associazione italiana odontoiatri (Aio), che a inizio dicembre ha rinnovato esecutivo e vertice del sindacato. Siamo andati a sentire Pierluigi Delogu, il neo presidente che rimarrà in carica per il prossimo triennio, per capire quale saranno le proposte del sindacato tra crisi, novità della professione e difficoltà dei giovani.
Dottor Delogu, quale linea per il suo mandato?
Obiettivo principale per i prossimi tre anni è rivalutare l’immagine dell’odontoiatra. Il nostro impegno sarà diretto a lanciare un messaggio forte alla popolazione, trasmettendo l’idea che essere socio Aio significa condividere un sistema di valori che mette il paziente al centro. L’odontoiatra deve essere visto come un professionista della salute, che riveste un ruolo di grande utilità per la società e offre prestazioni di qualità. L’idea che perseguiamo è quella di un professionista che rispetti in modo vivo il codice etico, che fornisca al paziente informazioni corrette, che segua leggi e normative - in tema di gestione e organizzazione degli studi, contratti di lavoro, sicurezza dei processi - che non faccia concorrenza sleale, che paghi le tasse e via di seguito.
Prendiamo il caso dell’abusivismo: fino a ora ci siamo lamentati, ma di fatto non abbiamo trovato una soluzione al problema. È vero che adesso c’è una proposta di legge che prevede un inasprimento delle sanzioni in caso di flagranza di reato e per il prestanomismo, ma credo che il provvedimento di per sé non sia sufficiente: a essere necessario è un reale cambiamento di comportamento che parta dalla categoria stessa.
Principi onorevoli, ma come riuscire a realizzare questo obiettivo?
I provvedimenti sono ancora in fase di definizione e, a essere sincero, certe iniziative funzionano se messe in atto senza preavviso. Quello che posso dire è che ci sono due aspetti di cui si dovrà tenere conto: da un lato, spesso, la popolazione non è al corrente dei problemi del settore, che rimangono argomento di discussione all’interno della categoria. In questo senso, ritengo fondamentale acquisire canali e modalità diverse di comunicazione al pubblico.
Dall’altro lato, c’è la necessità che l’odontoiatria sia veramente credibile e questo può realizzarsi solo nel rispetto del codice etico e delle leggi.
Chi non segue questi principi va accerchiato, perché danneggia tutta la categoria. Un problema, in questo senso, riguarda la visione “mercantile” dell’odontoiatria. È una percezione che va combattuta e, di certo, non è d’aiuto l’attuale modo di confrontarsi tra pubblico e privato. È fondamentale che il pubblico trovi una sua strada, perché la competizione sulle tariffe non fa bene alla nostra immagine. Per di più, va detto, l’odontoiatra è un operatore della salute privato, che può trovare uno sbocco naturale soprattutto nella libera professione.
Credo, allora, occorra orientarsi verso un maggiore equilibrio e una specializzazione del pubblico, che deve aumentare il suo peso nelle terapie elettive e nei servizi a favore delle fasce deboli della popolazione. Suoi raggi di azione naturali possono essere tutte quelle cure che nello studio privato non sono eseguibili, tra cui quelle ai pazienti complessi - diversamente abili o interessati da patologie quali neoplasie, malformazioni e via dicendo. Anche la prevenzione è un ambito che dovrebbe sviluppare maggiormente, a tutto vantaggio della collettività.
Non crede però che il pubblico possa essere un elemento di supporto per il cittadino, che altrimenti paga di tasca propria le prestazioni odontoiatriche? Tanto più in un momento di crisi come quello attuale?
Rispetto alla crisi, la questione è tutta da vedere. Ci si lamenta tanto, ma a spese come l’Iphone non si rinuncia.
In ogni caso, credo che si possa sostenere i cittadini in altro modo: una delle nostre proposte per esempio riguarda la detraibilità totale delle spese per la cura orale. Non va dimenticato poi che ci sono le assicurazioni e i fondi.
Ma soprattutto bisogna tenere in considerazione l’impatto della prevenzione: solo attraverso la sensibilizzazione dei cittadini verso l’igiene orale e atteggiamenti virtuosi, quali la propensione a fare con costanza visite di controllo, è possibile ridurre l’impatto dei problemi dentali e, di fatto, i costi per i cittadini.
Diversa è la solidarietà, che facciamo, sia come associazione, sia come singoli dentisti, sotto forma di volontariato nelle case di riposo o presso famiglie di-sagiate, ma anche con progetti in Paesi meno ricchi.
A proposito di prevenzione, un’impressione che nasce sfogliando giornali e riviste è che si dia poco spazio, tra le rubriche dedicate alla salute, a quella orale e che, forse, la sensibilità sull’argomento tra i cittadini non è pari a quella verso altre problematiche. Per quale ragione, secondo lei, si è affermata questa tendenza?
Occorre considerare il fatto che in Italia l’odontoiatria, come disciplina a sé, è nata più tardi che in altri Paesi ed è stata a lungo tempo percepita come la sorella minore della medicina. Le cose sono cambiate, lentamente, a partire dagli anni Ottanta, quando è stato avviato il corso di laurea. Certamente in trent’anni sono stati fatti passi da gigante, ma rispetto a molti altri Paesi scontiamo ancora questo gap. Il lavoro di sensibilizzazione che viene fatto sui cittadini è in realtà ingente e coinvolge un po’ tutte le istituzioni che gravitano attorno al dentale, dall’Ordine, alle società scientifiche, ai sindacati. Uno dei risultati di questa attività è il sempre più stretto collegamento tra le patologie orali e le malattie sistemiche, che ha finito per dare alla bocca un ruolo sempre più importante nella prevenzione e nelle cure.
Quello che è certo è che occorre agire soprattutto sui giovani, per indurre fin da subito comportamenti virtuosi e un’attenzione maggiore all’apparato orale. Partendo, in particolare, dalle scuole.
Torniamo al programma. Ha parlato di rilancio dell’immagine della professione. Perché, secondo lei, il sentire comune verso gli odontoiatri, come ha detto, non è poi così positivo?
C’è da dire che le cure odontoiatriche, rispetto ad altre prestazioni, vengono pagate di tasca propria dai cittadini. Il sentore negativo verso questa professione non è una prerogativa dell’Italia, ma un fenomeno comune anche ad altri Paesi. Quello, però, che va sottolineato è che in alcuni stati, come gli Usa, il problema viene gestito a livello di amministrazione pubblica. Negli Stati Uniti, infatti, è stato portato avanti un grosso lavoro per far capire alla popolazione che le terapie hanno un costo. E il risultato è che non si sentirà mai un americano dire che i dentisti sono ladri o troppo cari.
Oltretutto, in Italia scontiamo ancora un retaggio del passato. Dentisti che hanno onorari eccessivamente elevati sono ormai rarissimi e in ogni caso tutto va relativizzato: nel centro di Roma o di Milano le tariffe saranno certamente più alte rispetto, per esempio, alla provincia di Sassari dove opero.
Per questo riteniamo di fondamentale importanza che l’odontoiatra sia ineccepibile e inattaccabile e abbiamo inserito nel nostro programma lo sforzo reale per cambiare l’immagine nella popolazione.
Uno dei problemi di attualità, che non riguarda solo il settore dentale, è costituito dai giovani, che spesso lamentano di vedersi riconoscere stipendi bassi e di non riuscire a inserirsi nella realtà lavorativa in maniera stabile.
È vero, ma va detto che il problema è legato soprattutto alle strutture low cost. Occorre considerare che la terapia sotto costo non esiste: com’è possibile proporre un’ablazione al 10% in meno del prezzo e riuscire a mantenere in attivo il conto economico? Se si tiene in considerazione il costo del materiale, il fatto di dover seguire determinate procedure e protocolli, o di assumere il personale regolarmente, è evidente che per offrire certe tariffe a qualcosa si debba rinunciare.
E spesso, appunto, il risparmio grava sul personale, che non è assunto regolarmente e non viene pagato in maniera proporzionale alla professionalità e alla qualità del lavoro richiesta.
Il consiglio che diamo ai giovani è di resistere, ma credo che vada anche detto con chiarezza che i tempi sono cambiati: oggi è sempre più difficile entrare nella nostra professione. Quello che occorre fare è trasmettere a chi si accinge a scegliere la propria strada un messaggio corretto. Il corso di laurea in Odontoiatria, allo stato attuale, offre sempre meno prospettive interessanti, la nostra professione è oramai congestionata e il mondo del lavoro è sempre più difficile. Detto questo, l’attenzione verso le più giovani generazioni è per noi un fatto storico: come sindacato, siamo nati proprio per sostenere l’interesse dei neolaureati. A ogni modo, intendiamo interfacciarci con i giovani e agire in modo che entrino sempre di più a far parte delle attività del sindacato.
Sempre in tema di professione, lei è specializzato in ortognatodonzia. Ritiene che la strada per il futuro sia verso una sempre maggiore specializzazione della professione e una conseguente divisione del lavoro oppure verso una formazione più generica?
Il consiglio che mi sento di dare ai giovani è che la laurea non basta. Così come per la medicina, la specializzazione dovrebbe essere parte integrante della formazione in odontoiatria. Con il tempo, credo che si arriverà a un aumento delle scuole di specializzazione e a una maggiore definizione delle branche del nostro settore, dalla parodontologia all’implantologia e così via. Detto questo, deve essere chiaro, però, che si tratterebbe di un percorso di qualificazione della professione: la specializzazione non deve portare a una parcellizzazione delle cure. L’impostazione dell’odontoiatra deve comunque essere per una comprensione a tutto tondo del problema del paziente. Questo significa che, al di là della specializzazione, che costituisce un arricchimento, tutte le branche devono essere ben presenti nel professionista.
Tornando al suo mandato, sarà più all’insegna della continuità o dell’evoluzione rispetto ai suoi predecessori?
Continuità nell’idea politica generale, però, con forti spinte all’innovazione, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione e il modo di affrontare i problemi. Intendiamo fare un “mea culpa” rispetto alle varie problematiche e ripartire da lì in maniera propositiva e fattiva.
Un tema oggetto di dibattito, non soltanto per l’odontoiatria, è l’opportunità di convergere verso un’unica rappresentanza sindacale o, al contrario, la necessità di avere tante sigle che possano rappresentare meglio le sfaccettature della società. Guardando ai due principali sindacati del settore, Aio e Andi, è una distinzione che oggi ha ancora senso?
Per rispondere a questa domanda, occorre risalire all’origine di Aio e del corso di laurea in Odontoiatria.
All’inizio, la nostra professione era esercitata solo da medici e l’unico sindacato era l’Andi. Successivamente, dopo la nascita del corso di laurea dedicato, l’idea che c’era dell’odontoiatria era di una disciplina di secondo ordine e l’odontoiatra era visto un po’ come un infiltrato, che non aveva le stesse capacità del medico. Questa situazione ci ha creato grossi problemi, all’inizio, e ci ha reso difficile lavorare. È stato in questo contesto che abbiamo fondato l’Aio e abbiamo dato una rappresentanza ai neolaureati in odontoiatria.
Negli ultimi anni comunque l’Andi si è aperto anche a questa rappresentanza, ma, al di là delle origine, le differenze ci sono ancora oggi, soprattutto nella visione politica e nella filosofia alla base del sindacato.
Però, un obiettivo che intendo pormi è quello di avviare una maggiore collaborazione tra i due sindacati e credo di poter trovare un ottimo referente in Gianfranco Prada, che non solo è il primo odontoiatra eletto alla guida dell’Andi, ma è stato a lungo iscritto al nostro sindacato.
GdO 2011;2
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