Un problema globale come quello della selezione merita un titolo che comincia in latino e finisce in inglese. Il punto principale di questo problema è capire se i test siano lo strumento più adatto per selezionare quelli che saranno i nostri futuri medici, ingegneri, veterinari e via laureando.
Il primo classificato nel test di odontoiatria sarà un professionista migliore di chi è arrivato ultimo?
E il numero 10 o il 100 degli esclusi non sarebbe potuto diventare altrettanto bravo? Le mani di chi ha azzeccato tutte le risposte di chimica e fisica modelleranno meglio i compositi di chi ne ha sbagliata qualcuna?
A porsi queste domande non sono soltanto gli esclusi, per i quali i test servono a selezionare i più raccomandati e i più furbi, ma anche persone che si occupano ad alto livello di problemi didattici e professionali.
Riportiamo di seguito alcune dichiarazioni pubblicate dai giornali in occasione dello svolgimento dei test di ammissione.
“I quiz sono troppo nozionistici, li riformeremo, ma prima occorre una approfondita riflessione. I test attuali valutano le nozioni e poco le capacità di ragionamento. Su tutto questo intendo aprire un confronto con il mondo universitario e con gli studenti, che sono quelli che si sottopongono alle prove.” Così ha detto agli inizi di settembre l’attivissima Mariastella Gelmini, ministro dell’istruzione, che sta provando a non farsi inghiottire dalle sabbie mobili dove giacciono tanti suoi predecessori insieme con i loro progetti di riforma. “I test non accertano la capacità di ragionamento, sono inutili”- afferma Salvatore Settis direttore della celebre Scuola Normale di Pisa, che in fatto di esami di ammissione non scherza (o se scherza in apparenza, poi fa sul serio come col famoso problema dove si chiedeva di calcolare quante dita hanno i marziani).
Ci sono sistemi migliori, più efficaci, più adatti a individuare le capacità critiche e il talento. La Normale non ha mai abbandonato il suo sistema di selezione: i ragazzi li scegliamo per concorso all’uscita dal liceo, non sulla base della provenienza sociale né del voto di maturità ma del loro merito e delle loro potenzialità. Le prove prevedono scritti e orali, un esame con colloquio, che è una discussione su temi determinati. Puntiamo tutto sui giovani talenti: vogliamo cogliere la loro motivazione, le reali capacità di ragionamento, con criteri molto selettivi e rigorosi, per questo il test è inefficace.”
Per Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale, i test sono indispensabili ma devono essere migliorati, con interviste strutturate, come in altri paesi, per valutare le capacità di ragionamento. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche Giunio Luzzatto, ordinario di analisi matematica a Genova: “È vero, sono nozionistici, ma se vogliamo fare valutazioni oggettive e comparabili non si sfugge ai test. L’importante è migliorarli; se sono costruiti bene, ma è faticoso, allora si coglie il ragionamento.”
A conferma di queste critiche generali, sta il fatto che il sistema dei test è da tempo alla ricerca di correttivi e miglioramenti per rendere più proficua la selezione dei futuri medici e dentisti, tant’è che nella letteratura biomedica si trovano numerosi studi riguardanti nuove prove basate sulle attitudini psicofisiche.
I primi articoli risalgono alla fine degli anni ’60 e provengono da nazioni molto diverse, tra cui quelle dell’Est Europa. L’idea portante di molte di queste ricerche è quella di trovare un nesso tra le caratteristiche psicofisiche (abilità motorie, capacità visive e tratti psicologici) e la buona riuscita non solo negli studi universitari ma, soprattutto, nella vita professionale.
Al momento, la conclusione che si può trarre dagli studi disponibili è che le abilità manuali sono indicatori poco affidabili mentre le caratteristiche psicologiche potrebbero esserlo molto di più ma sono necessarie ulteriori conferme.
Il futuro della selezione al momento sembra essere nelle cosiddette interviste strutturate e nei test psicologici. Da questo punto di vista il Canada è una delle nazioni apripista o pathfinder, se si preferisce. Uno studio longitudinale su 373 studenti dell’università del Western Ontario ha esaminato la validità di questa analisi (preparata dalla Canadian Dental Association) come fattore di previsione dei risultati accademici e clinici dei futuri dentisti.
L’intervista strutturata si è dimostrata affidabile nel prevedere i risultati clinici negli ultimi anni di corso ma non i risultati accademici; esattamente il contrario del Dental Aptitude Test (Dat - vedi box) che prevede molto bene quali studenti saranno i migliori nei primi anni di corso. In particolare, due sono i fattori psicologici più interessanti rivelabili dell’intervista: la scrupolosità e la mentalità aperta.
Pertanto, concludono i ricercatori, sarebbe utile unire il Dat (test usato anche dalle università Usa) con l’intervista strutturata per individuare i soggetti che riusciranno bene tanto negli studi di base che in quelli clinici. Se in Italia si critica soprattutto la capacità del
test di individuare i migliori dal punto di vista tecnico, in altre nazioni si critica il sistema anche per altri motivi egualmente importanti. Per
esempio, in Germania (dove per 9.900 posti a medicina si sono presen tati in 48.000) , Theodor Windhorst, presidente dell’ordine dei medici della regione Westfalia, ha detto una cosa sacrosanta ma forse un po’ dimenticata: “La professione del medico deve essere intesa come vocazione e non come un lavoro prestigioso”.
Intanto, è diventato un campo di lavoro anche quello connesso ai test: in prima fila gli avvocati, che da anni patrocinano ricorsi al Tar e, spesso, ottengono l’immatricolazione degli studenti esclusi e, in secondo luogo le società che pubblicano libri o organizzano corsi di preparazione agli esami di ammissione. Capostipite è sicuramente Alpha Test di Milano, gestita per ironia della sorte proprio da un odontoiatra, Renato Sironi, che nel 2008 ha venduto 200.000 libri, preparato 3.000 studenti e fatturato 5 milioni di euro impiegando 12 persone a tempo pieno e circa 60 collaboratori esterni. Anche Sironi non nasconde qualche perplessità sull’attuale sistema di selezione “È innegabile che il test abbia limitazioni nel definire le qualità del candidato, però ha il vantaggio che permette di selezionare molte persone contemporaneamente. Purtroppo capitano anche domande banali e nozionistiche tra quelle che ogni anno vengono preparate dalla commissione ministeriale ma per fortuna siamo ben lontani dallo stile quiz televisivo. In ogni caso, la selezione ha sicuramente senso se si pensa che il Clopd ha un’alta percentuale di laureati (superiore al 90 per cento) mentre la media dei corsi aperti a tutti è del 40 per cento. Questo vuol dire che chi supera il test ha voglia di studiare. Ci sono alcune ricerche, fatte sugli studenti dei politecnici, che dimostrano una relazione stretta tra punteggio del test di ammissione, curriculum accademico e punteggio di laurea.”
Per chi avesse figli in età di test, ricordiamo una recente risoluzione dell’Agenzia delle Entrate in risposta all’istanza di un contribuente (n.87/E del 11.03.08) secondo la quale le spese effettuate per la partecipazione ai test di accesso ai corsi di laurea possono essere considerate spese per istruzione e come tali possono essere detratte (a norma dell’articolo 15, comma 1, lett. e del Tuir) in misura del 19 per cento dall’imposta lorda.
GdO 2008; 13
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