La chemioradioterapia delle neoplasie della testa e del collo è molto spesso associata a seri eventi avversi: in media la metà dei pazienti soffre di conseguenze tossiche soprattutto a livello ematologico, mentre un quarto è colpito da neuro e ototossicità, polmonite, nausea, vomito, febbre, disidratazione e malnutrizione richiedenti ospedalizzazione. Nonostante i progressi tecnologici, chemio e radioterapia restano in pratica due forme di avvelenamento acuto. Può succedere, quindi, che i medici decidano di sperimentare altre terapie: anche se la scienza ufficiale non le consiglia, anche se autorevoli esperti, come il farmacologo Silvio Garattini, le bollano come “acqua fresca”. Può succedere pure che queste terapie siano talvolta così efficaci che i medici scrivano lettere toccanti come quella che riportiamo di seguito in sintesi.
Un caso speciale ma non unico
La casistica riportata dal gruppo di Alberto Laffranchi, in cui sono state impiegate magnetoterapia di risonanza (Mtr), omotossicologia e ultrasuonoterapia, conta più di 40 pazienti ed è stata presentata in diversi congressi internazionali. È ovvio che una simile casistica non può fare testo: secondo i moderni protocolli di ricerca, le prove di efficacia terapeutica devono nascere da campioni i più ampi possibili, con un disegno di doppio cieco e ripartizione casuale dei soggetti tra i vari gruppi esaminati. Lo studio di Laffranchi, di tipo osservazionale, è comunque un punto di partenza che non va trascurato, tanto più se si considera che è nato in un istituto che da anni fa scuola nel suo settore. L’osteoradionecrosi (Orn) del caso citato nella lettera è insorta a tre anni dalla radioterapia, nonostante un ciclo di ossigenoterapia iperbarica prima di effettuare le estrazioni dentali.
L’osteoradionecrosi e le medicine complementari
Gli effetti acuti della radioterapia su cute e mucose consistono generalmente in flogosi, eritema cutaneo, pigmentazione o mucosite. I danni tardivi possono insorgere anche a distanza di anni dal termine della radioterapia e in territori dove non si erano osservate lesioni acute. La fibrosi è il danno tardivo più comune e si può osservare in numerosi tessuti, cute compresa. A livello orale i danni comprendono anche xerostomia, disgeusia e maggior rischio di carie. L’osteoradionecrosi è una patologia cronica evolutiva con tendenza all’aggravamento progressivo, attraverso episodi acuti.
Gli esiti sono la fibrosi e la necrosi dei tessuti. Contrariamente a quanto ci si può attendere, non tende a regredire spontaneamente. Per lo sviluppo dell’Orn occorre che si manifestino contemporaneamente ipovascolarizzazione, ipocellularità e ipossia tissutale (in inglese, le 3 H). Questo avviene di norma tra i 3 e i 27 mesi dopo la radioterapia, ma non di rado anche a distanza di 3 anni e più. L’estrazione dentaria in un territorio precedentemente irradiato è la principale causa dell’Orn; pertanto la prevenzione si basa su interventi mirati di bonifica orale prima della radioterapia. Alcuni studi hanno dimostrato un’effettiva riduzione dell’incidenza di Orn effettuando l’ossigenoterapia iperbarica, prima e subito dopo l’avulsione dentale; l’antibioticoterapia, invece, non si è mai rivelata efficace.
Magnetoterapia di risonanza
Le basi fisiologiche dell’impiego della Mtr stanno nella diversa polarità di membrana, nella corrente endogena che le attraversa e nel differente campo magnetico prodotto. Il campo magnetico cellulare è strettamente legato alla massaforma della cellula, come dimostra la risonanza magnetica nucleare che evidenzia i tessuti discriminando il diverso campo magnetico endogeno di ogni cellula. Confrontando la corrispondenza degli effetti biologici della Mtr con la fisiopatologia delle lesioni da radiazioni ionizzanti, il gruppo di Laffranchi ha elaborato un approccio terapeutico per il trattamento delle Orn e delle lesioni acute e croniche di cute e mucose. Gli effetti dei campi magnetici pulsati più importanti sono quelli anti-infiammatorio, osteoriparativo, angiogenetico e il cosiddetto “effetto ossigeno”.
Nella Mtr le cellule bersaglio vengono sollecitate con campi magnetici esogeni che presentano le medesime caratteristiche fisiche di quelli cellulari endogeni. Nell’applicazione dei campi magnetici terapeutici occorre tener presente che le caratteristiche di quelli cellulari mutano continuamente, seguendo il progetto di salute o di malattia dell’organismo (omeostasi biochimico/ energetica). È possibile realizzare campi magnetici di risonanza terapeutici in grado di spingere il tessuto bersaglio verso lo stato di equilibrio biodinamico opportuno che corrisponde allo stato di omeostasi energetico/ biochimico compatibile con lo stato di salute.
Omotossicologia
L’omotossicologia, nata in Germania negli anni Trenta per opera del medico Hans Reckeweg, si basa su una combinazione di farmaci omeopatici a diluizioni medio-basse. Secondo la sua visione, ogni organismo è continuamente minato da un’enorme quantità di tossine esogene ed endogene. La malattia è solo una tappa necessaria affinché l’organismo elimini le sostanze tossiche (omotossine); pertanto, la giusta terapia non starebbe nei farmaci che bloccano i meccanismi di difesa. Per esempio, l’artrite è solo una specifica azione fisiopatologica per risolvere un generico “stato tossico”.
L’acido acetilsalicilico, farmaco che “blocca” i meccanismi della flogosi, darà un sollievo temporaneo, ma non eliminerà la causa di fondo, cioè lo stato tossico. Il suo persistere provocherà, prima o poi, un nuovo attacco di artrite, oppure un’altra malattia. Ciò che rende diversa l’omotossicologia è il fatto che essa mira all’eliminazione delle cause dello stato tossico, agendo su alimentazione e ambiente e, soprattutto, somministrando sostanze omeopatiche complesse per eliminare le tossine e i danni dovuti alla loro azione.
Ultrasuonoterapia
L’ultrasuonoterapia ha precise indicazioni per il trattamento degli stati dolorosi osteoarticolari, degli edemi e delle raccolte ascessuali. Nel caso riportato vi erano fratture patologiche, sequestri ossei, ascessi e fistole osteo-cutanee. Gli ultrasuoni a una potenza di 3 Watt/cm2, applicati inizialmente pochi secondi e infine per 10 minuti, hanno favorito la liberazione dei sequestri ossei, la formazione di callo osseo e la riduzione della flogosi. Poiché non esiste un criterio temporale preciso per stabilire la durata di ogni seduta, questa veniva determinata da due fattori: presenza di dolore, nel qual caso la terapia veniva subito interrotta, e aumento della temperatura locale avvertita dalla paziente. Il futuro e il presente La perplessità maggiore che tuttora frena l’uso delle medicine come l’omeopatia è l’oscurità che copre i meccanismi d’azione insieme con le deboli evidenze derivanti dagli studi clinici svolti secondo i protocolli attuali. In fatto di omeopatia le revisioni sistematiche della letteratura secondo i criteri della medicina basata sulle evidenze pubblicate dalla Cochrane Collaboration mostrano un lungo elenco di verdetti sfavorevoli che vanno da no evidence a insufficient evidence.
Interessante eccezione che ricorda lo studio di Laffranchi è quella svolta dal gruppo di studiosi del Royal London Homoeopathic Hospital coordinati da P. Fisher (Homeopathic medicines for adverse effects of cancer. Cochrane Database Syst Rev 2009 15;(2): CD004845), secondo la quale i farmaci omeopatici sono efficaci nella profilassi della dermatite acuta da radioterapia, della stomatite da chemioterapia e, pur mancando di conferme sicure, in altri disturbi iatrogeni in terapia oncologica; sono comunque esenti da effetti collaterali gravi. Come sottolineano diversi autori è necessario continuare le ricerche. Per troppi anni il dibattito sulle medicine complementari, che una volta non a caso erano chiamate “alternative”, ha sofferto un po’ di estremismo: da una parte, gli integralisti del metodo scientifico, dall’altra, gli ortodossi della medicina tramandata dal verbo dei maestri, pronti a trattare lo shock anafilattico con granuli di Apis C15 (vedi J. Meuris. Homoéopathie en odonto-stomatologie), in mezzo, i pazienti, più confusi di tutti, ma anche tanti medici, talvolta confusi pure loro, che cercano solo di capire.
Chi scrive è sempre stato piuttosto scettico sull’omeopatia e le altre medicine complementari ma un sano scetticismo implica obbligatoriamente una mente aperta e senza preclusioni, altrimenti si rischia di tornare indietro di secoli. Ben vengano quindi iniziative come il gruppo di studio di Laffranchi e la sua lettera aperta a Garattini: la collaborazione e la ricerca seria possono solo fare bene. A tutti.
GdO 2010; 4
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