Venerdì 13 e sabato 14 giugno si è svolto a Milano il congresso nazionale della Società italiana di chirurgia orale e implantologia (Sicoi).
I temi del congresso sono stati due: “Le biotecnologie applicate alla chirurgia orale” e “Il trattamento implantare nel paziente anziano”. Nella prima parte dell’incontro, durante il corso precongressuale di venerdì mattina, Francesca Bianchi ha affrontato il tema della comunicazione con il paziente destinato all’implantologia e nel farlo ha proposto una nuova figura professionale, l’Implant Coordinator. Questa figura già affermatasi da alcuni anni negli Stati Uniti completerebbe il team chirurgico implantare. Secondo il relatore l’Implant coordinator ha il compito di informare il paziente, di concordare il piano di trattamento, di presentare i vantaggi e le possibili alternative, di definire la sequenza degli appuntamenti, di raccogliere la documentazione necessaria e comunicare con il laboratorio e i fornitori. Questa figura dovrebbe quindi consentire all’implantologo di poter delegare gli aspetti non strettamente clinici.
Nel pomeriggio Massimo Simion ha parlato di biotecnologie applicate alla chirurgia. Il titolo della presentazione è stato “Rigenerazione ossea mediante rh-PDGF e Biomateriali: studi pre-clinici ed esperienze cliniche”. La rigenerazione ossea guidata (GBR) è nata nel 1989 quando sono stati effettuati i primi studi clinici che valutavano la possibilità di rigenerazione ossea attorno a impianti mediante utilizzo di membrane. Questa prima fase, secondo la descrizione di Simion, può essere definita come il periodo di sviluppo, e a partire da questo momento la curva di apprendimento della ricerca scientifica ha subito un sensibile incremento. Nel periodo successivo definito come consolidamento che identifichiamo a partire dal 1996, la ricerca sulla GBR tende a rafforzare quanto acquisito fino a quel momento. A partire dal 2005 abbiamo il periodo della semplificazione.
Acquisite le conoscenze necessarie per ottenere buoni risultati rigenerativi si ricercano tecniche predicibili e affidabili che possano essere
utilizzate da molti clinici e in molti pazienti. Gli studi sono stati condotti su scaffold (bone materials) di cui possediamo numerosissimi lavori, molecole (grow-factors) e cellule (osteoblasti). Recentemente si sente parlare molto di cellule staminali totipotenti in ogni campo, ma secondo Simion siamo ancora troppo acerbi sull’argomento per diventarne esperti. Si coltivano prevalentemente osteoblasti e, anche se i risultati della ricerca sono confortanti, i costi sono assolutamente proibitivi e ne rendono conveniente l’utilizzo solo per grandi ricostruzioni di femore e calvaria. Non ha senso utilizzare questi materiali per piccole ricostruzioni del cavo orale dove funzionano molto bene gli scaffold utilizzati in associazione al 50 per cento con osso autologo.
Simion ha presentato uno studio clinico sulla possibilità di rigenerare anche grandi volumi di osso in tre dimensioni con un blocco di osso bovino deproteinizzato infuso con rhPDGF-BB (fattore di crescita mitogenetico e chemiotattico per fibroblasti e angioblasti) fissato con viti in acciaio e senza membrana. Benché i primi risultati siano entusiasmanti sono necessari studi clinici a lungo termine per verificare la stabilità dei risultati ottenuti. Inoltre i materiali utilizzati sono ancora troppo costosi e la tecnica chirurgica messa a punto per la rigenerazione eccessivamente complessa perché si possa diffondere su larga scala. La principale difficoltà è maneggiare il blocco di osso bovino deproteinizzato, troppo fragile, e chiudere per prima intenzione con sdoppiamento del lembo secondo la tecnica proposta dal dottor Merli. A questa fase di sviluppo delle conoscenze deve seguire come in passato, una fase di consolidamento e semplificazione che renda attuabile in molti pazienti la tecnica descritta.
Tra gli interventi che hanno seguito la presentazione di Massimo Simion sono da ricordare la relazione di Sebastian Saverbier dal titolo “Interazioni fra biomateriali e cellule staminali” in cui è stata proposta una tecnica di prelievo di rh-PDGF dalla cresta iliaca per ottenere quantità adeguate di fattore di crescita per la ricostruzione di numerosi difetti. Henrick Terheyden ha parlato delle reali applicazioni cliniche delle ricerche sperimentali in chirurgia orale. Sono stati ottenuti ottimi risultati con l’utilizzo di osso bovino deproteinizzato e OP-1® (BMP) ma non esistono ancora trial clinici randomizzati in doppio cieco che diano valore scientifico ai risultati clinici fino a questo momento ottenuti nei case series.
Alla fine della giornata di venerdì Roberto Weinstein è intervento richiamando l’attenzione sul concetto di scienza come un continuo porsi delle domande, riproporsi di dubbi, e ricordando che la certezza blocca la possibilità di conoscere, il progresso scientifico è possibile se, come diceva Popper, tutto è negato e reinventato. Bisogna quindi continuare a fare ricerca e prendere ogni risultato ottenuto non come un punto di arrivo ma di partenza per nuove e rivoluzionarie scoperte.
Infine l’intervento di chiusura di Carlo Clauser ci riporta con i piedi per terra ricordando che al momento le nuove tecnologie non sono economicamente accessibili, e che le tecniche chirurgiche sono realizzabili solo da mani molto esperte.
La seconda giornata congressuale ha inizio con la relazione di Giulio Preti dal titolo “Estetica per guarire lo spirito di chi ha perso i propri denti”. La presentazione ha richiamato l’attenzione sull’importanza del mantenimento della dentatura naturale anche in tarda età, la perdita dei denti comporta infatti una riduzione della funzione e dell’estetica, il volto ne risulta deturpato e l’espressività del soggetto sensibilmente ridotta. In passato l’edentulismo era considerato una conseguenza inevitabile legata all’età del soggetto, ma oggi non è più così. Abbiamo il dovere di ripristinare la funzione e in egual misura anche l’estetica come caratteristica soggetiva di ogni singolo paziente. I pazienti devono essere riabilitati ripristinando anche le naturali imperfezioni della loro dentatura. Stefano Carossa ha completato il tema della presentazione del Giulio Preti riportando alcuni dati sull’edentulismo in Italia nel 2000. In quella data la popolazione edentula era circa il 19 per cento tra i 65 e 74 anni, si ha quindi un’idea della dimensione del problema. Ha ricordato inoltre come in pazienti con scarse possibilità economiche la soluzione protesica ideale è costituita da una protesi totale superiore e una totale inferiore con il posizionamento di due impianti interforamina con ancoraggio a pallina. Adi Palti e Jorg Ritzman hanno parlato di “Mini impianti in pazianti edentuli”. L’utilizzo di mini impianti è una alternativa terapeutica poco invasiva e molto semplice che permette di evitare le tecniche ci rigenerazione ossea. I risultati protesici ottenuti con questo tipo di riabilitazione sono realmente validi ma non sono ottenibili in tutti i casi. I mini impianti sono utilizzati soprattutto per overdenture in casi di grave atrofia, in monoedentulie con spazi estremamente ridotti o come impianti temporanei in attesa della osteointegrazione degli impianti tradizionali.
GdO 2008; 11
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