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25 Aprile 2012

25 aprile: un sentiero verso il futuro

Speaker's Corner: un'intervista per non dimenticare

di Cosma Capobianco


25 aprile25 aprile

È difficile non pensare a "Sentiero dei nidi di ragno" parlando con Dario Ferrando, ligure come Italo Calvino, quando racconta la sua vita di partigiano; così come, quando riflette sulla nostra democrazia, è difficile non pensare a Stephane Hessel, suo coetaneo e autore di "Indignez - vous!" il libello che ha infiammato tanti giovani di oggi.
Le parole di chi è stato testimone di fatti lontani, che ci paiono irripetibili, meritano ascolto e meditazione da parte di tutti.
 
Dr Ferrando, perché ha scritto questa "Lunga Lettera a mio nipote Elia"?
L'idea di scrivere questa testimonianza è nata dalle incalzanti richieste del piccolo Elia che, sentendo in famiglia, nei discorsi "tra grandi", qualche riferimento agli episodi della guerra, ha sempre voluto saperne di più, conoscere i dettagli, comprendere il contesto.
In questo modo è stato più facile ritrovare il filo di un vissuto personale, nel quale i ricordi, seppur lontani nel tempo, permangono con i colori vividi di immagini sempre presenti nella memoria.
Il fatto straordinario, e che in qualche modo ha sorpreso anche me, è che in questi racconti, che ora faccio da nonno, ritrovo il sentimento di forza e convinzione del ragazzo - troppo presto uomo - che sono stato, quando quegli episodi li ho vissuti in prima persona.
L'auspicio è questa mia testimonianza possa servire, oltre che a Elia, anche a qualche altro "nipote" delle nuove generazioni che potrà così fare le sue riflessioni su ciò che è stato, contando su una testimonianza diretta che, magari anche con alcune carenze, è però libera dai giudizi e interpretazioni... semplicemente una storia nella Storia.
 
Lei visse "in prima linea" il periodo più tragico della nostra storia nazionale. Che cosa fu a spingerla a  combattere con i partigiani?
È facile rispondere che furono i principi di giustizia e libertà a farmi andare dalla parte giusta. Ed è assolutamente vero, ma la piena consapevolezza di ciò l'ho avuta stando con i partigiani, combattendo gli uni accanto agli altri, sentendo che tutto ciò che stavamo vivendo, poteva avere un senso solo in virtù di qualcosa di davvero grande e importante.
Di fatto, quando mi sono avvicinato ai gruppi di lotta partigiana non avevo che 16 anni e io, come forse molti altri, non sapevo come sarebbe andata a finire ma sentivo che comunque era giusto combattere e lottare. Ho visto compagni cadere in battaglia, il cui volto è impresso nella mia mente con lo sguardo fiero della loro giovane età, perché non ho avuto il privilegio di averli al mio fianco nell'età adulta, ma per le loro famiglie, come per quelli che come me invece ce l'hanno fatta, e soprattutto per chi c'è stato dopo e ci sarà, ritengo ne sia valsa la pena.

Alla generazione della Resistenza ne sono seguite altre due: alcune conquiste democratiche, ottenute anche grazie al suo impegno personale, oggi sembrano messe in discussione: il popolo vota liberamente ma non comanda, i lavoratori sono pagati ma sempre più spesso trattati come merce. È più facile liberarsi di un esercito invasore o risvegliare una democrazia?
A volte mi chiedo come sia possibile che i diritti fondamentali, per i quali in tanti abbiamo pagato un prezzo altissimo, vengano ignorati e addirittura calpestati da una classe dirigente che ha vissuto quell'epoca, se non direttamente almeno molto da vicino.
Non dobbiamo mai fare l'errore di dare nulla per scontato, le conquiste ottenute con tanto sacrifico vanno difese quotidianamente con impegno e consapevolezza. A volte sembriamo un popolo senza memoria e mi auguro che sia un po' anche questo il valore del mio libro

I giovani sono sempre stati l'anima di rivoluzioni, resistenze e rivolte: oggi cominciano a ritornare in piazza. Se fosse con loro, che cosa gli direbbe in poche parole?
Mi verrebbe da dire che se sei un ragazzo con chiaro in mente cosa significa la dignità dell'uomo e hai sete di giustizia, nulla può fermarti. Ma ho l'impressione che sempre più si tenda a sopire l'energia che è spontanea e naturale nelle generazioni dei più giovani, favorendo piuttosto un allontanamento da quelli che sono i pilastri fondamentali di una vera democrazia.
A tutti coloro che oggi scendono in piazza, con l'intenzione di difendere giustizia e libertà, stringo idealmente la mano, a uno a uno, congratulandomi del fatto che, a differenza di altri, magari più grandi e magari con una posizione sociale consolidata, non danno per scontate quelle conquiste che sono costate la vita a tanti loro coetanei.
Li inciterei a continuare nella difesa di quei principi, perché quel duro periodo della Resistenza non sia stato vano e nessuno debba più subire ciò che io e molti altri abbiamo vissuto: Resistenza significa resistere a una pericolosa minaccia, che non sempre imbraccia un fucile, può avere vesti anche più subdole. Ciò che le giovani generazioni dovrebbero sempre fare, è resistere a chiunque provi, con ogni mezzo, a rubar loro il diritto al presente e al futuro. È in virtù di questa difesa che il nostro più duro passato rinnova il suo significato più profondo.

cosma.capobianco@tin.it

GdO 2012;4:1-6

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