L’istituto universitario odontoiatrico è da riformare? Dove è possibile intervenire? L’Università di Milano è certamente un polo d’eccellenza e anche per questo motivo siamo andati a trovare il professor Antonio Carrassi, dal 2 di ottobre nuovo presidente del Corso di laurea magistrale in odontoiatria e protesi dentaria.
Prof. Carrassi, quale è lo stato di salute dell’Università italiana dal punto di vista dell’odontoiatria?
Questo è un momento in assoluto difficile per l’Università e i corsi di odontoiatria non fanno eccezione. Ci aspetta un periodo di contrazione delle risorse. I corsi di laurea in odontoiatria sono cambiati e si sono numericamente accresciuti dalla loro istituzione avvenuta nel 1980: in Italia ne abbiamo oltre 30, in altri Paesi con popolazione pari alla nostra questo numero è un terzo. Credo che questo dato debba farci riflettere.
Un corso di laurea dovrebbe sviluppare nei propri studenti le competenze teoriche, deontologiche e cliniche che consentano loro di esercitare correttamente la professione. Per poter sviluppare queste competenze ci vogliono, però, risorse: sia umane sia strutturali. Ci vogliono professori, bravi e in numero adeguato e ci vogliono i riuniti. Sinceramente non credo che tutti gli oltre 30 corsi italiani abbiano queste caratteristiche. In Italia la situazione è a macchia di leopardo: accanto a cliniche universitarie con un numero adeguato di strutture e docenti, ci sono altre sedi universitarie che non hanno né personale né struttura. Corsi nei quali può essere molto difficile, se non impossibile, fornire agli studenti l’esperienza e le competenze cliniche necessarie per affrontare con sicurezza questa difficile professione. Troppi corsi di laurea e poche risorse rendono necessaria una riflessione, una razionalizzazione. Dovremmo stabilire quanti odontoiatri servono ogni anno al Paese e sulla base di questi numeri stabilire quante Scuole di odontoiatria siano necessarie per soddisfare questo bisogno. I professori dovrebbero dedicare le loro energie e il loro tempo prevalentemente alla ricerca e alla formazione degli studenti e naturalmente dovrebbero avere uno stipendio adatto a questo impegno, cosa che invece ora non è. Chiaro è che nessuno obbliga nessuno e si sa che gli stipendi degli universitari non sono favolosi. Quando, però, la scelta è fatta, essa va perseguita e non è giustificabile, a mio avviso, non impegnarsi a fondo a causa di uno stipendio non adeguato. Come ho detto, nessuno è obbligato a fare questa carriera.
E per quanto riguarda il numero di studenti, i 750 circa che oggi possono iscriversi, sono troppi o pochi?
Credo che il numero di studenti ammessi al primo anno sia al momento adeguato. Il Collegio dei docenti ha promosso un’indagine volta a chiarire le fasce d’età degli odontoiatri attualmente attivi per poter collaborare a una pianificazione futura. I dentisti in Italia, ora, sono troppi, ma è importante l’acquisizione di dati precisi riguardo all’età degli esercenti per non trovarsi nel medio periodo ad accorgersi che con la cessazione lavorativa degli attuali, per esempio, sessantenni potremmo aver bisogno di un maggior numero d’iscritti. Ovviamente il numero degli studenti può variare secondo, non solo il numero di esercenti, ma anche dai bisogni sanitari della popolazione. Sperando pure che nel frattempo gli abusivi e i prestanomi vengano perseguiti. Dobbiamo creare le condizioni perché le nostre Dental School diventino competitive con quelle straniere. Ricerca e didattica devono riconoscere una maggiore attenzione da parte nostra, la nostra vocazione all’internazionalizzazione deve essere sviluppata e ovviamente i concorsi devono premiare i migliori. Possiamo farlo e io sono convinto che esistano oggi le condizioni per un reale miglioramento.
Un suo parere sul numero chiuso e su come è gestito oggi.
Condivido la necessità di una programmazione degli accessi in alcuni percorsi di educazione superiore. È inevitabile che debba esistere una qualche forma di governo degli accessi in odontoiatria perché il numero degli odontoiatri deve essere rapportato ai parametri che già le ho citato. Forse la modalità della selezione degli studenti non è la migliore, probabilmente è perfettibile.
Quella in odontoiatria è una facoltà relativamente giovane. Da alcuni anni si parla di portare da 5 a 6 gli anni di durata del percorso formativo. Quando sarà introdotta questa nuova norma?
Il passaggio da 5 a 6 anni mi lascia piuttosto perplesso ed è poco rappresentato negli altri Paesi europei. È probabile, comunque, che questo cambiamento avvenga a partire dal prossimo anno accademico cioè dal 2009-2010. Il sesto anno sarà quasi completamente dedicato allo sviluppo di competenze cliniche sul paziente.
Lei è uno dei 4 esperti dell’Osservatorio nazionale delle scuole di specialità. Dopo l’istituzione dei diplomi in ortognatodonzia e chirurgia orale, arriveranno nuovi corsi?
Le scuole di specializzazione rappresentano un percorso cui, a un primo livello formativo che permette di acquisire tutte le competenze necessarie per esercitare correttamente la professione odontoiatrica, possono seguire percorsi di approfondimento finalizzati all’acquisizione dell’eccellenza in un singolo settore. Il campo delle scienze odontoiatriche è così vasto che, chi voglia dedicarsi a una disciplina perseguendone l’eccellenza, necessita di una preparazione ad hoc. Esattamente come succede per i laureati in medicina e chirurgia.
Attualmente stiamo collaborando al perfezionamento di un iter normativo che consente di avviare altre due scuole di specializzazione: una in odontoiatria pediatrica e una seconda in odontoiatria clinica generale.
Esse permetteranno l’ingresso di giovani odontoiatri nelle strutture del Ssn che, come è noto, richiede per i suoi medici e i suoi odontoiatri il requisito della specializzazione.
Il mio auspicio è che queste nuove scuole vengano avviate solo nelle sedi che possono sostenerne l’impatto per quanto riguarda il numero dei docenti, l’entità delle strutture e la presenza dei servizi medico-ospedalieri che necessariamente devono essere disponibili per l’attivazione di tali strutture.
In un Paese come l’Italia, dove il 90% della professione odontoiatrica è esercitata da liberi professionisti, a differenza della medicina dove è il pubblico che sceglie i suoi dipendenti tra i pluri-specialisti, i diplomi di specialità non rischiano di essere dei titoli puramente accademici o a impiego esclusivo di coloro che vogliano svolgere attività didattica o pubblica? Considerando, poi, che qualsiasi abilitato all’esercizio dell’odontoiatria può esercitare le branche oggetto di diploma di specialità.
L’istituzione di questi diplomi specialistici è un po’ come guardare al futuro. La figura del dentista tuttologo è destinata a ridimensionarsi e a lasciare più spazi agli specialisti. Per quanto riguarda il servizio pubblico, certamente oggi l’organico del Ssn è molto modesto ma necessario per fornire risposte assistenziali ai soggetti la cui gestione richiede competenze e strutture di terzo livello. Mi riferisco ai pazienti che richiedono per il loro trattamento una tutela di tipo ospedaliero e un’adeguata competenza medica. Se poi posso sbilanciarmi, credo che dovrebbe essere un dovere del Ssn darsi delle priorità più precise, e questo in odontoiatria porta a puntare sulla prevenzione perché come sappiamo, soprattutto in odontoiatria, la prevenzione paga molto e costa molto poco.
GdO2008; 17
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