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17 Maggio 2010

Predire il futuro attraverso i denti

di Cosma Capobianco


Conoscere il proprio destino è un’aspirazione che anima il genere umano dagli albori della sua esistenza: le arti divinatorie hanno assunto le forme più varie nelle diverse civiltà senza concretizzarsi in metodi affidabili. Tra quelle basate sull’osservazione del corpo umano, la chiromanzia è sicuramente l’arte divinatoria più popolare, ancora oggi praticata un po’ ovunque. E oggi, la possibilità di prevedere almeno in parte il futuro di una persona potrebbe aver trovato una sua versione scientificamente più affidabile. Alla fine degli anni ’80, l’epidemiologo inglese David Barker pubblicò alcuni articoli in cui sosteneva che nella patogenesi delle più comuni malattie croniche del mondo occidentale lo sviluppo fetale aveva più importanza dei fattori ambientali. All’inizio, le sue idee non trovarono molti sostenitori, ma col tempo hanno accumulato diverse conferme sperimentali. Una fonte decisiva a sostegno di Barker è stata la bioarcheologia e, all’interno di questa, altrettanto decisivo si sta rivelando lo studio dei denti: i difetti dello smalto insorti in utero e nell’infanzia avrebbero, infatti, un legame significativo con la longevità. Tutto cominciò con l’analisi delle statistiche di mortalità cardiovascolare nel Regno Unito: Barker e i suoi colleghi si aspettavano di trovare l’incidenza più alta nelle aree più ricche e, invece, scoprirono che questa si trovava nelle aree dove sessant’anni prima vi era stata la mortalità neonatale e infantile più alta.
Proseguendo le indagini epidemiologiche su ampie coorti, i ricercatori scoprirono che un fattore importante era una minore mortalità per malattie cardiocircolatorie e diabete. Le idee di Barker assunsero il nome di “ipotesi della programmazione prenatale”, riassunte poi nell’acronimo DOHaD (Developmental Origins of Health and Diseases). Gli studi su animali hanno confermato che la programmazione prenatale è effettivamente correlata a ipertensione, sindrome metabolica e funzione vascolare. A oggi i critici delle tesi di Barker rimangono molti e l’unico punto fermo resta la forte associazione tra gli stress in utero e nei primi anni di vita con le malattie in età adulta e la longevità. Le cause che alterano il regolare sviluppo fetale possono essere le più varie (dalle carenze alimentari allo stress psicologico alle infezioni) e vengono genericamente definite “stressors”. I progressi tecnologici, in particolare quelli legati all’isolamento e all’analisi del materiale genetico, hanno portato alla nascita della bioarcheologia, giovanissima scienza che si occupa dello studio dei resti organici, sia animali sia vegetali, presenti in un sito archeologico. I denti, com’è noto, rappresentano un importantissimo elemento di studio, sia per la loro disponibilità nei siti sia, soprattutto, per la loro capacità di registrare in modo permanente la reazione dell’organismo alle condizioni ambientali. In particolare, l’ipoplasia dello smalto è segno indelebile di un disturbo dello sviluppo nel periodo tra il quinto mese in utero (inizio dell’amelogenesi dei denti decidui) e l’adolescenza (fine dell’amelogenesi dei terzi molari). Tra le varie forme che può assumere l’ipoplasia dello smalto, quella di tipo lineare viene considerata come uno stressor generico, cioè un indicatore non specifico di un disturbo dello sviluppo fisico. Identificata con l’acronimo Leh (Linear Enamel Hypoplasia), essa può avere molte cause (dalle carenze nutritive ai traumi, ai più vari stati di malattia) e si riscontra in frequenza inversamente proporzionale allo stato di benessere della popolazione. Le prime conferme bioarcheologiche dell’ipotesi di Barker sono curiosamente precedenti a essa. Risalgono, infatti, alla fine degli anni ’70 e provengono da una ricerca sui resti degli Australopitechi sudafricani, vissuti più di un milione di anni fa. Nel sito di Swartkrans gli individui con ipoplasia del primo molare superiore morirono in un’età compresa tra i 4 e i 10 anni, mentre quelli senza ipoplasia morirono tra gli 8 e i 31 anni: in media circa 12 anni in meno di aspettativa di vita. Le successive conferme sono invece degli anni ’90 e provengono da un’ampia varietà di scavi archeologici. In una popolazione preistorica nordamericana già dedita all’agricoltura, gli individui con ipoplasie morirono circa 15 anni prima di quelli con denti completamente sani.
Un altro sito nordamericano della stessa epoca vide la prima indagine su un ampio campione di denti decidui; i risultati dimostravano che i bambini con ipoplasie verificatesi tra il quarto mese in utero e il primo anno di vita morirono entro il settimo anno di età. I dati accumulati in un’altra indagine archeologica hanno rivelato una correlazione lineare tra numero di difetti dello smalto e durata di vita: 35 anni per gli individui con denti intatti, 31 per quelli con un solo difetto e 25 per quelli con due o più segni di ipoplasia. Com’è logico aspettarsi, il danno degli stressors è tanto maggiore quanto più precoce è l’epoca in cui agiscono e, infatti, gli individui con ipocalcificazione (che tende a verificarsi più spesso in utero) muoiono prima di quelli con ipoplasia (che tende a verificarsi più spesso nel primo mese postnatale). Parlando di archeologia non potevano mancare ricerche svolte in Italia: particolarmente interessante è quella riguardante la grande necropoli di Isola Sacra nell’antico Portus Romae, situata a circa 20 km dalla capitale, che custodisce i resti di circa duemila persone, di cui 800 scheletri completi.
In questo luogo, importante sede di traffici, un gruppo internazionale ha esaminato più di duecento denti decidui appartenuti a 127 bambini e ragazzi che abitavano con le loro famiglie di commercianti. I ricercatori hanno studiato la distribuzione delle bande di Wilson e hanno concluso che i bambini se la passavano piuttosto male, pur vivendo nella Caput Mundi. Il tasso di mortalità infantile è stato calcolato in 280 su 1000, peggio di quelli registrati oggi nei paesi sottosviluppati, con picchi intorno ai 3 e ai 9 mesi di vita, che seguono fedelmente i picchi di distribuzione delle bande di Wilson Per spiegare la relazione tra mortalità precoce e difetti dello smalto sono state avanzate diverse ipotesi. La prima è di tipo genetico: l’ipoplasia sarebbe una caratteristica propria degli individui di costituzione fragile e, quindi, destinati a morire prima degli altri.
La seconda, viceversa, è di tipo ambientale: gli individui con difetti dello smalto sono più colpiti dagli stressors perché vivono in un ambiente più sfavorevole, sia in età infantile che in età adulta (come sembrano dimostrare alcune ricerche archeologiche). In questa ipotesi rientrano anche le critiche all’ipotesi di Barker, che non terrebbe adeguatamente conto dei fattori ambientali in età adulta. La terza ipotesi è che gli stressors responsabili dei difetti dello smalto diminuiscono la capacità di difesa degli individui, che rimangono biologicamente svantaggiati, per esempio per alterazioni del sistema immunitario. Al momento, i dati disponibili non sembrano essere a favore di un’ipotesi più di un’altra. Un metodo che potrebbe fare più chiarezza è quello di incrociare i dati sull’ipoplasia con quelli che documentano lo sviluppo immunitario e neurologico. Alcune ricerche, per esempio, hanno dimostrato la correlazione tra mortalità precoce e riduzione delle misure del canale vertebrale; se l’incidenza dei difetti dello smalto si correlasse anche con questi dati, allora sarebbero un indice sicuro di un’alterazione dello sviluppo.

GdO 2010;8

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