Il mondo universitario è alle prese con un cambiamento dettato, oltre che dalle “restringenti” norme volute dalla politica, anche dal mutare delle esigenze degli studenti e del mercato, soprattutto per l’influenza europea. Cambiamenti che, come spesso accade, vengono vissuti da alcuni come opportunità e da altri come incombenze.
Anche la formazione dei futuri odontoiatri non viene risparmiata e i nuovi problemi vanno a sommarsi a quelli cronici, come la differente qualità formativa offerta dagli atenei e la diffidenza di un settore, prevalentemente libero professionale, che considera ancora l’università non un luogo di formazione ma una fabbrica di nuovi concorrenti.
A pochi giorni dall’apertura dell’anno accademico 2010-2011, abbiamo intervistato Marco Ferrari, presidente della Conferenza dei corsi di laurea in Odontoiatria e Protesi dentaria, per capirne di più.
Professor Ferrari, cominciamo dal 3 settembre. Ventimila aspiranti dentisti hanno affrontato il test per Odontoiatria, sapendo che solo 789 di loro sarebbero riusciti a entrare. L’odontoiatria è ancora una professione ambita.
Non so se ambita, ma sicuramente ancora ricercata e comunque “provata”, anche se poi coloro che passano sia a Medicina sia a Odontoiatria, preferiscono quasi sempre la prima. Probabilmente perché dà più sbocchi professionali.
In merito al numero di iscrizioni indicate dal ministero dell’Università, vorrei evidenziare, con soddisfazione, che quest’anno siamo riusciti ad aumentare di 99 unità i posti rispetto allo scorso anno. Sicuramente una presa d’atto da parte del Ministero del fatto che tra una decina d’anni il numero degli esercenti l’odontoiatria sarà notevolmente ridotto rispetto all’attuale.
Dopo diversi anni in cui vi è stata una continua riduzione (nell’anno accademico 2005-2006 i posti erano 931), l’aumento dei posti è una inversione di tendenza importante. Sono stati premiati gli atenei che hanno investito aumentando le possibilità di fare pratica all’interno delle proprie strutture, e questo è positivo. E quelli che non sono stati premiati quest’anno lo potranno essere nel prossimo futuro. Ovviamente questi atenei dovranno confermare con i fatti la fiducia. Dal prossimo anno gli atenei potrebbero ritrovarsi a dover rispettare parametri e griglie di valutazione ministeriali più precise e stringenti; chi non si sarà organizzato potrà essere penalizzato, anche con la chiusura del corso di laurea.
Lei oggi si presenterebbe per sostenere l’esame di ammissione?
Perché no? Se fossi motivato e invogliato a esercitare l’odontoiatria come professione nella vita certamente mi presenterei.
I test non sono certo lo strumento ideale per scegliere i migliori futuri dentisti, soprattutto perché la selezione la fanno le domande di cultura generale. Ogni anno si chiede al Ministero di cambiare. Qual è la sua ricetta?
Non ho ricette, ma guardando oltre confine, a mio avviso, il sistema alla francese sembra quello più adeguato a una selezione in base al numero programmato degli accessi, ma nel contempo a dare la possibilità a tutti di giocarsi il proprio futuro. Il sistema prevede un anno in comune con Medicina e selezione in base ai voti ottenuti nel primo anno. Per attuarlo basterebbe bandire il numero programmato di posti complessivi per ogni sede (quelli di Medicina sommati a quelli di Odontoiatria): così chi si iscrivesse al primo anno saprebbe già che solo studiando con alto profitto avrebbe la possibilità di proseguire la propria carriera “sanitaria”. È comunque un sistema molto difficile da introdurre, se mette sullo stesso piano il diritto allo studio e quello di dare una formazione adeguata agli studenti. Come le dicevo il sistema francese è quello che forse offre più garanzie, anche se, comunque, il così detto diritto allo studio verrebbe (per i più garantisti) violato al secondo anno, al momento del taglio della maggioranza degli studenti in base alla media dei voti nei primi esami.
I tagli voluti dal Ministro Gelmini, ma non solo da lei, stanno mettendo a rischio molti corsi di laurea. Anche quelli di Odontoiatria e Igiene dentale?
Per ora abbiamo conservato tutti i corsi di laurea di Odontoiatria, e questo è positivo; nel contempo abbiamo invertito la tendenza al decremento che si stava consolidando negli ultimi anni, ottenendo circa 100 posti in più. Per il futuro sarà forse difficile mantenere tutti i corsi attualmente aperti.
Certamente i problemi ci sono, ma c’è anche la volontà di cercare di risolverli. Non credo, come sento spesso dire che si dovrà necessariamente rivedere il numero di corsi di laurea , soprattutto visto che all’estero, per esempio in Francia e Spagna, i corsi di laurea per Odontoiatria sono molto meno dei nostri, ma formano molti più professionisti.
Non credo si debba inseguire modelli stranieri per quanto riguarda il numero degli atenei e l’organizzazione. Il DdL Gelmini, se sarà approvato, darà comunque spinte in senso aggregativo alle sedi più deboli.
Come avete fatto voi a Siena e a Firenze.
Noi abbiamo “federato” i nostri due corsi di laurea in Odontoiatria e Protesi dentaria e da quest’anno è stato previsto un unico esame di ammissione; avremo due corsi paralleli, uno su Firenze e l’altro su Siena, con possibilità di movimento per i docenti, dove necessario.
Gli studenti, fatta la scelta, resteranno nella sede per i sei anni di corso.
Stiamo ancora finendo di armonizzare gli aspetti amministrativi, ma in breve tempo saremo a regime. Inoltre abbiamo iniziato a condividere gli altri corsi: sia la laurea di Igiene dentale (che sarà interateneo dal 2011-2012), le scuole di specializzazione e la Scuola di Dottorato Internazionale.
In pratica stiamo costruendo un polo regionale odontoiatrico, che potrà avere positivi sviluppi nella didattica, così come nella ricerca e nell’assistenza.
Un modello percorribile anche da altri atenei?
Assolutamente sì, qualora lo vogliano.
Andare a studiare all’estero per rientrare poi con la laurea in Italia è un percorso seguito da molti in tanti settori. Perché per l’Odontoiatria si grida allo scandalo?
In effetti questo è un aspetto un po’ strano. Noi facciamo sempre più notizia delle altre professioni, ma non saprei spiegare questo interesse un po’ “morboso” dei media nei confronti della nostra categoria.
Rimaniamo per un momento all’estero. 750 studenti italiani verseranno in 5 anni circa 100mila euro a testa nelle casse delle università spagnole per laurearsi. Sono soldi che le università italiane potrebbero andare a intercettare senza snaturare la loro funzione pubblica?
Chiariamo che quelle sono università private, con costi simili alle università private italiane.
La differenza è che in Spagna il numero di posti disponibile è molto più alto dei nostri.
Non escludo la possibilità di intercettare quegli studenti, anche se la ritengo molto difficile.
Attualmente il numero di italiani che studiano in Spagna è elevato, troppo per essere riassorbito dalle nostre strutture.
Forse si potrebbe, creando dei percorsi ben definiti da parte del Ministero, convertire i proventi delle tasse universitarie in investimenti in strutture e risorse umane, così da poter far fronte all’ipotetica domanda di rientri, che questa apertura provocherebbe.
L’università è anche ricerca, quindi fonte di informazione scientifica anche per la professione. In questo senso come è messa l’Italia?
Nel campo odontoiatrico vantiamo eccellenze mondiali nella ricerca e i nostri ricercatori e clinici sono apprezzati e richiesti a livello internazionale.
Quindi direi che sta bene. Anche su questo fronte non tutti gli atenei italiani sono sullo stesso piano, ma sarà compito dei migliori indicare la strada agli altri che vogliono crescere.
Un ultimo aspetto è la formazione pratica, che è un tasto dolente di alcuni nostri atenei. Il mondo accademico ha lanciato la proposta di sopperire alle carenze dell’odontoiatria pubblica con le cliniche universitarie e gli studenti. La vostra proposta è stata ascoltata? Sarete in grado di fare assistenza?
Siamo obbligati a far offrire assistenza agli studenti in base alla legge già oggi vigente e questa sarà ancora più autorevole quando arriveremo al sesto anno della laurea magistrale del nuovo corso di laurea, durante il quale è previsto un piano di studio eminentemente pratico.
Quindi la nostra proposta sarà necessariamente ascoltata e sono sicuro che le cliniche universitarie saranno in grado di fare assistenza perché lo vogliono gli studenti - che la sentono come un loro diritto - e i pazienti, che stanno affollando le nostre strutture come mai in passato.
GdO 2010; 14
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