Confprofessioni ha misurato l’indice di fiducia dei professionisti, gli odontoiatri tra quelli con il dato più negativo. Pessimismo confermato anche dalla propensione ad acquisire nuovi collaboratori, solo l’8% ipotizza di farlo
Per oltre vent’anni l’Istat ha misurato il clima di fiducia delle imprese per anticipare l’andamento di economia e occupazione. Ma mancava un indicatore capace di cogliere le aspettative di un altro pilastro dell’economia italiana: i liberi professionisti, protagonisti di studi, consulenze e servizi ad alta specializzazione che accompagnano cittadini e aziende nelle scelte cruciali.
Per colmare questo vuoto l’Osservatorio delle libere professioni di Confprofessioni ha sviluppato il primo indice di fiducia dei professionisti, modellato sull’equivalente Istat. Lo strumento rileva le attese sulla congiuntura economica e sulle prospettive occupazionali nei prossimi mesi, offrendo una lettura anticipatrice del modo in cui una parte decisiva del capitale umano del Paese interpreta la fase economica.
Il nuovo indicatore consente di confrontare la percezione dei professionisti con quella delle imprese, evidenziando eventuali differenze in termini di prudenza, dinamismo e variabilità per età, territorio o dimensione dello studio.
L’indagine, realizzata in collaborazione con Confprofessioni, Gestione Professionisti e BeProf, si basa su un campione di circa 1.280 liberi professionisti e include anche coloro che operano senza dipendenti o con meno di tre addetti.
Dall’analisi emergono differenze significative per settore, età, territorio e dimensione organizzativa. Indice di fiducia dei professionisti che debutta con un dato negativo: - 9,4, oltre cinque punti sotto la media Istat delle imprese dei servizi di mercato (-4,1). Un valore che indica aspettative economiche e occupazionali più prudenti e critiche rispetto al resto dei servizi.
Come è calcolato l’indice di fiducia dei professionisti
L’Indice di fiducia dei professionisti è calcolato come la media dei saldi tra risposte favorevoli e sfavorevoli dei professionisti sulle loro aspettative riguardo all’andamento generale dell’economia italiana e dell’occupazione nei prossimi tre mesi. Valori positivi indicano un orientamento più ottimista, mentre valori negativi segnalano un atteggiamento più prudente. L’analisi dell’Indice evidenzia un valore medio pari a -9,4, segnalando un orientamento complessivamente negativo e sensibilmente più cauto rispetto alla media Istat delle imprese dei servizi di mercato (-4,1), con uno scarto di oltre cinque punti che segnala una percezione più critica della fase economica.
I dati: gli odontoiatri tra i più pessimisti
All’interno del campione si osservano differenze settoriali marcate, sottolineano da Confprofessioni. I livelli di fiducia più bassi si registrano tra le altre professioni tecnico-specialistiche (-20,4) e nelle professioni mediche e assistenziali (-16,0), seguite da odontoiatri (-12,9), altre attività economico-finanziarie (-12,0), avvocati e notai (-10,0), tutti comparti che si collocano su valori inferiori sia alla media del campione sia al dato Istat sulle imprese.
Di contro, architetti, ingegneri e professioni assimilate (-5,6), consulenti del lavoro (-5,8) e, soprattutto, le altre attività professionali, scientifiche e tecniche (-3,9) evidenziano una tenuta relativamente migliore, con livelli di fiducia superiori alla media del campione e prossimi al riferimento Istat. In particolare, il gruppo delle altre attività professionali, scientifiche e tecniche rappresenta l’unico segmento che supera il dato Istat sulle imprese, mostrando l’orientamento più fiducioso all’interno delle libere professioni.
Le differenze di genere risultano complessivamente contenute, pur evidenziando una maggiore prudenza tra le donne (-9,8) rispetto agli uomini (-9,1). Si evidenziano, al contrario, differenze più marcate per profilo generazionale: il livello di fiducia diminuisce progressivamente al crescere dell’età, passando da -4,9 tra gli under 44 a -12,6 tra gli over 65. Tale andamento conferma un orientamento relativamente più dinamico tra i professionisti più giovani, il cui valore si avvicina alla media Istat sulle imprese, e un atteggiamento più cauto tra le coorti mature, che registrano livelli inferiori alla media del campione.
Sul piano territoriale, il Nord Est evidenzia l’indice più negativo (-11,7), seguito dal Mezzogiorno (-10,1), mentre Nord Ovest (-8,0) e Centro (-8,1) mostrano valutazioni relativamente meno critiche e superiori al dato medio del campione, delineando un quadro geografico differenziato ma non polarizzato.
Particolarmente significativa è la relazione con la dimensione organizzativa: gli studi privi di dipendenti esprimono il livello di fiducia più basso (-13,8), ma l’indice migliora progressivamente all’aumentare del numero di addetti, fino a raggiungere -6,5 negli studi con sei o più dipendenti. Una maggiore articolazione organizzativa e una struttura più solida si associano ad aspettative relativamente meno pessimistiche e a una migliore capacità di assorbire l’incertezza congiunturale.
L’intenzione di acquisire nuove risorse umane nel 2026 si inserisce coerentemente nel quadro di fiducia delineato dall’Indice, confermandone le linee di segmentazione interna (Tabella 1). A livello complessivo, solo il 13,6% dei professionisti prevede di assumere nuovo personale, a fronte di una quota largamente maggioritaria che esclude tale possibilità (61,8%) e di un 24,6% che rimane in posizione attendista. Il dato medio riflette dunque un orientamento prudente, ma con differenze rilevanti tra gruppi. Architetti, ingegneri e professioni assimilate (26,6%) e le altre attività professionali, scientifiche e tecniche (23,7%) segnalano una maggiore propensione all’espansione organizzativa; al contrario, avvocati e notai (3,5%), odontoiatri (8,4% prevedono di acquisire nuovi collaboratori, il 26,4% non sa, il 65,2% no) e professioni mediche e assistenziali (9,6%) mostrano cautela.
Anche sotto il profilo anagrafico emerge una chiara relazione con il clima di fiducia: tra gli under 44 oltre un quarto (27,6%) prevede nuove assunzioni, quota che si riduce progressivamente con l’età fino all’8,1% tra gli over 65, confermando un orientamento più dinamico e probabilmente più aperto alla costruzione di studi associati tra i professionisti più giovani. Le differenze di genere risultano contenute, con una propensione maschile all’assunzione lievemente superiore rispetto a quella femminile (14,2% contro13,0%).
Sul piano territoriale le differenze sono moderate: Nord Ovest (14,8%) e Mezzogiorno (14,2%) presentano percentuali di “Sì” leggermente superiori alla media. È di nuovo la dimensione organizzativa a rappresentare il fattore discriminante, sottolineano da Confprofessioni. La quota di professionisti intenzionati ad assumere raggiunge il 30,6% tra gli studi con sei o più dipendenti, a fronte del 12,2% tra le strutture senza dipendenti e del 7,3% tra quelle con un solo addetto, confermando come la solidità organizzativa costituisca un elemento chiave nel tradurre le aspettative in scelte concrete di crescita.
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