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21 Gennaio 2019

Dentista privato e dentista pubblico. Damilano (CAO Cuneo): serve definire le competenze, individuare chi fa cosa, assegnare le responsabilità


Il recente caso del dentista romano che ha rifiutato di prestare la propria opera su un paziente sieropositivo apre interessanti spunti di riflessione su quale debba essere il ruolo dell'odontoiatra nel nostro sistema sanitario. Al momento attuale sappiamo che la quota gestita all'interno del sistema pubblico non arriva al 12%, (dati istat) risultando quindi del tutto marginale rispetto ai reali bisogni della popolazione. Fino ad oggi la domanda è stata prevalentemente soddisfatta dall'odontoiatria privata, che spesso ha dovuto vicariare al ruolo che il sistema pubblico, più o meno volutamente, non è stato in grado di interpretare.

Una serie di considerazioni: questo approccio è in grado di assicurare a tutti il giusto accesso alle cure? In base alle situazioni, ci sono ambiti  di esclusiva pertinenza pubblica o al contrario privata? E' possibile una coesistenza  collaborativa tra i due sistemi? Deve il pubblico funzionare con criteri mutuati dalla sanità privata, o piuttosto il privato adeguarsi ad avere anche  una funzione pubblica? 

E' fuor di dubbio che, per quanto costituzionalmente garantito, attualmente la platea degli esclusi da ogni tipo di prestazione odontoiatrica è piuttosto vasta, pur aumentando le evidenze scientifiche di come patologie di questo distretto incidano pesantemente sulla salute generale dell'individuo, e di come una semplice, adeguata prevenzione sia in grado di evitare altre ben più gravi, e costose per la collettività, malattie.

Nella programmazione dei fabbisogni fino ad ora questo aspetto è stato ampiamente sottovalutato, o non compreso, lasciando a scelte locali il compito di intervenire ma senza alcuna evidenza di coordinamento nazionale. Assistiamo quindi ad una estrema parcellizzazione dell'offerta di cure, con criteri di accesso, impegno economico, efficacia degli interventi estremamente diversificata.Manca, come base di partenza, una chiara definizione di quali debbano essere i livelli base di assistenza, e a quali categorie ci si debba rivolgere. Non si può pensare di aggredire efficacemente la questione senza avere un chiaro quadro di quali siano le prestazioni essenziali, quali siano i soggetti interessati, quale sia l'epidemiologia attuale e la probabile evoluzione futura.

Solo a questo punto sarà possibile effettuare una adeguata programmazione.

Occorre poi definire quali di questi interventi siano da affrontare esclusivamente in ambito pubblico, quali in ambito privato, quali da entrambi. Non si può continuare, con un'ottica "privatistica " a mettere in competizione i due soggetti, generando diseconomie  e fenomeni distorsivi, né contemporaneamente dimenticare che se spesso l'odontoiatra privato assume anche un compito sociale lo fa a sua scelta, impegnando le sue personali risorse e competenze a scapito del proprio giusto guadagno.Altrettanto importante è chiarire, una volta per tutte, quale deve essere lo standard minimo accettabile per poter esercitare, e questo vale sicuramente per il soggetto privato, ma anche purtroppo per il soggetto pubblico. Non è un mistero che alcuni ambulatori pubblici operino in condizioni di dotazione tecnologica o strutturale che le stesse leggi giudicano inaccettabili per il privato, e che i requisiti necessari all'esercizio professionale siano estremamente variabili sul territorio.

Occorre chiarire se lo scopo del privato debba essere esclusivamente la produzione di profitto, o se abbia anche compiti sociali. In questo caso va favorito con misure che, in cambio di assunzione di ruolo vicariante, permettano agevolazioni, snellimenti procedurali, sgravi fiscali o contributivi e quant' altro possa avere funzione incentivante. Ma bisogna anche definire con esattezza, e semplicità, quali siano gli obblighi burocratici, strutturali, legali da rispettare, rendendo il sistema più facilmente orientabile alla produzione di prestazioni e disboscandolo di tutti quegli adempimenti che ne ostacolano lo sviluppo e ne condizionano pesantemente i costi. In altri termini, le risorse, che anche nel privato non sono infinite, vanno orientate alla parte clinica e non alla parte amministrativa, ripensando il sistema normativo, via via sempre più incrostato da fumose incombenze, peraltro in genere  mal individuate, e scardinando l'attuale contesto che prevede norme pletoriche e mal scritte accoppiate a controlli mal eseguiti e stocastici. 

Va individuato il fabbisogno economico necessario al corretto funzionamento del comparto, non fermandosi alla mera contabilità dell'impegno immediato, ma valutando anche i costi indotti  e a lungo termine; in base alle esperienze maturate, le risorse destinate hanno dimostrato di non produrre gli effetti sperati , anzi spesso hanno determinato effetti distorsivi dove , ad esempio con il terzo pagante, il vero soggetto vincitore  è il fondo ma non i quelli realmente importanti e coinvolti, i pazienti e i professionisti.La situazione evidenziata dal caso romano richiede esattamente quanto qualunque esperto di gestione rileva come primo intervento da adottare in situazioni di crisi: definire le competenze, individuare chi fa cosa, assegnare le responsabilità.  Tutto il resto è strumentalizzazione, e stantia ideologia. 

Gian Paolo Damilano: Presidente Cao Cuneo  

 
 

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