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26 Giugno 2026

Odontotecnici e professione sanitaria: un confine da non oltrepassare

Il presidente Brugiapaglia motiva perché il riconoscimento sanitario rischia di confondere ruoli e responsabilità ed il valore di un aggiornamento tecnico senza sconfinamenti sanitari


brugiapaglia

Egregio Direttore, come Lei ben sa, da quando è arrivato il famoso D.Lgs. 46/97, mi sono sempre interessato, a vario titolo, alla questione che ne è derivata, perchè, proprio da allora, le varie sigle rappresentative degli odontotecnici, con cadenze assai ravvicinate, hanno tentato - e tentano tuttora - di diventare professione sanitaria.  

Ho avuto modo di confrontarmi con molti dei loro rappresentanti, apprezzandone alcuni, per le loro competenze ed argomentazioni - primi tra tutti Maurizio Troiani ed Dino Malfi (il maggior conoscitore delle normative nazionali ed europee, l'unico che ebbe il coraggio di affermare che era sbagliato parlare di dichiarazione di conformità, mentre era corretto definirla dichiarazione del fabbricante), prematuramente scomparso, poi con Lino Mezzetti, Alessandro Cappelletto, Martinelli e vari altri e di scontrarmi, anche pesantemente con altri, tra cui Mestroni - anche lui scomparso - che in una seduta al Ministero, davanti ai rappresentanti dott. D'Ari e dott.ssa Marcella Marletta, ebbe la spudoratezza di pretendere che le istruzioni al paziente, per la manutenzione del dispositivo medico, fossero fornite dal laboratorio.

Sempre in quel periodo, Troiani affermò che era giusto che gli odontotecnici conseguissero un titolo universitario, ma non necessariamente in ambito sanitario.   Partendo dal presupposto che un approfondimento culturale non si nega a nessuno, più volte fu proposto agli odontotecnici di accedere a corsi adeguati per approfondire le loro competenze che risiedono nella conoscenza dei materiali utilizzati (resine, compositi, ceramiche, zirconia, ecc.), delle temperature di fusione dei vari metalli, resistenza all'usura, ecc.; quindi in ambito fisico-chimico, ingegneristico, come avviene in altri Paesi dell'Europa.  

Ma non accettano questo approfondimento tecnico, pratico e culturale. Anzi, cercano di convincere alcuni rappresentanti della Conferenza Stato-Regioni, a supportare le loro richieste in ambito sanitario. Venni a conoscenza in anticipo del metodo utilizzato e lo diffusi ampiamente e così il loro progetto fallì.  

Ma perchè tanta ostinazione? Se si vuole essere sinceri, obiettivi, l'aspirazione ad essere inquadrati in ambito sanitario, deriva dal fatto che, in caso di controlli da parte delle Autorità competenti, diventerebbe molto più difficile, per queste ultime, evidenziare l'eventuale invasione di campo delle competenze del tecnico da quelle dell'odontoiatra. Si incrementerebbe - quasi legalmente - l'esercizio abusivo della professione.   Con buona pace per gli odontotecnici, loro non possiedono le conoscenze biologiche, mediche, la capacità di fare una valutazione clinica globale che sono, invece, proprie ed esclusive dell'odontoiatra. Per fare un manufatto protesico, non basta un modello in gesso o uno scanner una TAC; serve conoscere lo stato di salute generale del paziente, anche dal lato psicologico, clinico, se assume farmaci (perchè e di che tipo), se presenta parafunzioni, ecc.  

Se tra i loro "clienti", ci sono degli Odontoiatri che non sono in grado di effettuare una corretta preparazione protesica, al punto da dover richiedere un intervento da parte dell'odontotecnico che, per Legge, non può effettuare alcuna manovra - cruenta o incruenta - nella cavità orale del paziente, quindi esponendosi alla violazione dell'artr 348 del C.P., anziché accondiscendergli, perchè non li segnalano all'Ordine? Hanno forse il timore di veder calato il proprio fatturato?   

Dott. Cesare Brugiapaglia - Presidente CAO - Ferrara   


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