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11 Febbraio 2016

Ddl Concorrenza, il legale di un gruppo di cliniche odontoiatriche scrive alla politica ed agli organi di controllo una segnalazione: gli emendamenti minano la libertà d'impresa


Questa mattina, in nome e per conto di numerose aziende eroganti servizi odontoiatrici e rappresentative del comparto (che preferiscono rimanere nell'anonimato), l'avvocato Silvia Stefanelli, esperto di diritto sanitario in Bologna, ha inviato al Ministro dalla Salute Lorenzin e Ministro dello Sviluppo Economico Guidi, al presidente della Commissione Industria del Senato dott. Mucchetti, ai presidenti dei Gruppi parlamentari del Senato della repubblica italiana ed al Garante della Concorrenza e del Mercato, una segnalazione spiegando i motivi per cui gli emendamenti proposti da ANDI non meritano accoglimento, supportata da una relazione tecnico economica del mercato di riferimento realizzata da Roberto Rosso, presidente Key-Stone.

"Gli emendamenti proposti da ANDI sono del tutto illegittimi sotto il profilo giuridico mirano infatti a limitare l'attiva di impresa in ambito odontoiatrico introducendo l'obbligo dei 2/3 terzi di soci professionisti previsto nel nostro ordinamento solo per le società professionali (che non sono imprese)", spiega l'avv. Stefanelli.

"In questo modo si limita fortemente la concorrenza e si viola l'art. 41 della costituzione sulla libertà di impresa", continua.

Avvocato che evidenza nella missiva come le argomentazioni sulle base delle quali ANDI cerca di "giustificare" gli emendamenti -il rischio in caso di fallimento da parte delle società che il paziente non abbia la possibilità di rivalersi- "sono del tutto infondate".

Avvocato Stefanelli che, sollecitata telefonicamente da Odontoiatria33, precisa che in caso di fallimento è vero che la società non potrebbe più risarcire il paziente, "ma questo avviene anche se l'emendamento proposto da ANDI passasse. Il rischio è lo stesso anche se la società è di proprietà di un odontoiatria iscritto all'Albo".

"Il rischio di fallimento delle società -continua- non viene meno con l'inserimento degli odontoiatri nell'assetto societario, la soluzione può essere trovata nell'obbligo di RC professionale (come già sta avvenendo del DDL Gelli sulla responsabilità medica); i 10 anni per chiedere i danni che ANDI fa passare per una specificità dell'odontoiatra in realtà è regola giurisprudenziale che vale per tutte le responsabilità sanitarie; la disciplina della pubblicità che ANDI sostiene applicarsi in maniera diversa tra professionisti ed imprese in realtà è applicata a tutti indistintamente (Tar ER 16/2012)".

Sul tema della pubblicità, ANDI, ricorda che il direttore sanitario di una società odontoiatrica, se sospeso dall'Ordine, viene sostituito e la clinica non chiude mentre un libero professionista se viene sanzionato non può esercitare per il periodo in cui è stato sospeso.

"Perché le forme giuridiche sono differenti, ma anche se passasse l'emendamento ANDI questo non cambierebbe. I miei assistiti, con la loro iniziativa vogliono spiegare che quelli emendamenti non andrebbero ad intervenire sulle situazioni che ANDI ha evidenziato ma limiterebbero, esclusivamente, la libertà d'impresa costringendoli, di fatto, a chiudere".

Chiusura che per il legale sarebbe un danno anche al sistema Paese. Aspetto che nella segnalazione viene ricordato grazie all'analisi effettuata dalla Key-Stone.

"Indubbiamente l'odontoiatria è branca sanitaria che, più di altre, ha visto lo sviluppo dell'impresa sanitaria nel suo ambito", si legge sulla segnalazione.

I motivi indicati dagli estensori della missiva sono il costo delle attrezzature, l'organizzazione necessaria ed il costo del personale: "in sostanza una organizzazione di mezzi e personale che molto facilmente fa "scivolare" tale fattispecie nell'ambito della nozione giuridica di impresa".

400-500 mila euro il costo indicato come necessario per l'apertura di una struttura odontoiatrica.

"Questo è il motivo spiegano per cui negli ultimi 10 anni il nostro ordinamento ha visto nascere e svilupparsi, a fianco dello studio tradizionale, circa 1.500 società che gestiscono strutture odontoiatriche (fonte Agenzia delle Entrate), di cui peraltro solo una cinquantina gestiscono le 560 strutture che operano nell'ambito di network raccolti sotto circa 30 brand (fonte Key Stone)".

"L'attività d'impresa -spiegano- gestita attraverso lo strumento societario, meglio si attaglia ad una così complessa organizzazione di mezzi , persone e capitali".

Estensori della segnalazione inviata a politica ed organismi di controllo che, inquadrato il settore odontoiatrico, ribadiscono "che gli emendamenti proposti all'art. 46 del DDL concorrenza - e cioè l'obbligo che l'assetto societario sia composto per 2/3 da odontoiatri - non impattano sulla disciplina dell'erogazione della prestazioni odontoiatrica (come invece fa la legge 183/'11 legittimando le STP); ma andranno ad impattare invece (ove approvati) sulla disciplina dell'imprese che gestiscono una struttura sanitaria di cui la prestazione odontoiatrica è elemento costitutivo.

"Ciò peraltro appare evidente -spiga l'avv. Stefanelli- anche dalla semplice formulazione letterale della norme. Mentre l'art. 10 della legge 183/'11 limita il suo ambito di applicazione alla attività professionale, parlando espressamente di "società per l'esercizio di attività professionali", al contrario, gli emendamenti all'art. 46 fanno riferimento genericamente alle "di società operanti nel settore odontoiatrico".

Legale che conclude la nota ribadendo che gli emendamenti "mirano ad introdurre una limitazione alla libertà di impresa".

Norberto Maccagno

Sull'argomento leggi anche:

9 Febbraio 2016: Ddl concorrenza. Le Catene agitano i fantasmi del protezionismo, ANDI invoca comune rispetto di deontologia ed etica per liberi professionisti e società

 
 

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