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26 Marzo 2010

Il board del Ced apre le porte al primo membro italiano

di Norberto Maccagno


È il primo italiano a essere stato eletto nel board del Council of European Dentists (Ced), l’organismo che rappresenta nella Commissione europea le principali associazioni odontoiatriche nazionali. Marco Landi, presidente della Cao Lodi e della Fondazione Andi Onlus, non è però un novizio: da anni delegato del Ced, già componente della Cao nazionale, è un esperto nelle problematiche della professione e in quelle ordinistiche in particolare. Siamo andati a sentire quale è il ruolo del Ced e quali sono le principali problematiche di cui l’organismo europeo si sta occupando.
Dottor Landi, ci può spiegare che cos’è il Ced?
È uno dei più vecchi organismi europei di rappresentanza dei dentisti. Nasce negli anni Sessanta con il nome di Dental Liaison Committee e nel maggio del 2006 diventa Ced. Lo si può definire un organismo propositivo e di controllo. Si tratta di una struttura che si interfaccia con la Commissione europea; interagisce con i vari gruppi di lavoro ogni volta che necessitano un parere su questioni che riguardano la professione odontoiatrica, in particolare in tema di leggi e norme. Al momento stiamo lavorando sulla revisione della direttiva Zappalà, quella che permette il riconoscimento automatico delle lauree e dunque la libera circolazione dei professionisti in Europa; abbiamo poi seguito gli sviluppi della direttiva servizi e continuiamo a occuparci dell’evoluzione e degli aggiornamenti della 93/42 sui dispositivi medici. A differenza di altre associazioni europee di categoria - la Ero per esempio - il Ced si occupa delle questioni politiche e normative che interessano la categoria, ma questo non vuole dire che non interveniamo su questioni cliniche, quali l’utilizzo dei materiali e strumenti, la sicurezza del paziente e il controllo delle infezioni.
Da chi è composto?
Fanno parte del Ced tutte le associazioni dei dentisti dell’Unione europea. Quelle rappresentate sono 32 in tutto e provengono da 30 Paesi. I membri a pieno titolo sono 28; le altre 4 associazioni - Croazia, Islanda, Svezia e Svizzera - sono presenti come osservatori. In totale il Ced rappresenta più di 300mila dentisti europei. Oltre al board, i suoi organismi sono costituiti dai Working group. All’interno di queste strutture vengono studiate ed elaborate le strategie, definiti i pareri che poi vengono discussi e approvati dall’organismo decisionale, il General Meeting, composto da 56 delegati, 2 per ogni nazione con diritto di voto. L’Italia è rappresentata da Aio e Andi.
Penso non sia facile dare delle indicazioni comuni condivise da tutti i dentisti europei. Quali sono le principali differenze nell’esercizio della professione?
È difficile semplificare. Volendo essere particolarmente sintetici possiamo dire che in Europa ci sono due grandi blocchi, connotati da un diverso modo di governare la professione. Quello dell’area mediterranea, con una organizzazione professionale di tipo ordinistico, e quello dei paesi nordici e anglosassoni, con un’organizzazione basata prevalentemente sull’associazionismo. Ovviamente queste due impostazioni condizionano la visione della professione. Nei paesi nordici vige un forte concetto di delega. Il che comporta che siano presenti anche alcuni collaboratori del dentista, i cosiddetti “auxiliary”, che hanno competenze più ampie rispetto ai paesi latini. Questo vale per esempio per gli igienisti dentali. O si pensi anche alla presenza della figura del protesista dentale, che è a metà strada tra l’odontotecnico e il dentista. È vero che il dentista rimane il punto di riferimento, ma è intuibile che quando il Ced si deve pronunciare sugli ambiti di intervento delle figure che collaborano con il professionista le differenze emergono. Altro aspetto su cui si fatica a trovare posizioni comuni è l’intervento dello Stato nell’assistenza odontoiatrica. In alcuni Paesi l’assistenza odontoiatrica è prettamente pubblica e il convenzionamento è una norma, in altri, al contrario, è minimo.
Quindi anche le differenze in merito al modello attraverso cui vengono erogate le prestazioni odontoiatriche rende difficile il percorso verso una linea comune?
Su aspetti generali non è difficile trovarsi d’accordo. Lo è invece quando si entra nei dettagli dei singoli profili. In questi ultimi tempi abbiamo lavorato sul profilo e sulle competenze del dentista futuro: un documento cardine elaborato dal Ced che traccia le linee guida per la formazione e permette di ipotizzare l’evoluzione della professione in funzione dei cambiamenti derivanti dalla sempre maggiore correlazione tra patologie orali e sistemiche o legati all’immigrazione e all’invecchiamento della popolazione. È stata dura trovare una linea comune, proprio perché ci siamo dovuti esprimere sui dettagli dell’esercizio professionale; nonostante questo e grazie anche al nostro lavoro preliminare nel Working group specifico, il documento è stato approvato all’unanimità.
Sulle tante questioni su cui state lavorando quale toccherà a breve il dentista europeo e italiano?
Si tende a considerare, erroneamente, che l’Europa sia un’entità astratta; invece la maggior parte delle norme che regolamentano oggi la nostra professione sono europee. Tutto ciò su cui sta lavorando la Commissione europea e a cui noi del Ced siamo chiamati a pronunciarci interesserà i professionisti di tutti i Paesi Ue. Certamente la revisione della direttiva Zappalà porterà entro il 2012 alcuni cambiamenti nella formazione, prima ancora che nella circolazione dei professionisti in Europa.
Che considerazione hanno dell’Italia gli altri membri?
Buona. Siamo il Paese, dopo la Germania, con il più alto numero di dentisti rappresentati. Per quanto riguarda la rappresentatività per il voto, il regolamento del Ced pone sullo stesso piano tutte le delegazioni, quelle di Paesi importanti per numero di esercenti o casi come Malta e Cipro. Su questo siamo promotori di una proposta di riforma dello statuto, per fare in modo che il peso del voto sia proporzionale al numero dei dentisti rappresentati. Detto questo, i dentisti italiani sono comunque molto considerati anche dal punto di vista professionale, e direi quasi invidiati per la conservazione di uno status che in alcune aree dell’Europa si è irrimediabilmente perso.
Secondo lei cosa unisce i dentisti europei e cosa li divide?
A creare differenze e divisioni è soprattutto il rapporto con gli ausiliari e quindi la gestione del team odontoiatrico, così come il differente rapporto tra dentisti e Ssn, che in molti paesi è “totalizzante”. Ciò che invece unisce la categoria al di là dei confini nazionali è, oltre alla centralità del rapporto con il paziente, la componente di stress che l’esercizio della professione comporta. La nostra rimane una professione che dal punto di vista della gestione presenta elevati rischi, soprattutto nei confronti del rapporto con il paziente, per via delle terapie, per la complessità delle prestazioni erogate ma anche per la gestione dello studio, per l’aggiornamento. Un impegno mentale e fisico che non si riscontra in tutte le branche della medicina. Un altro fattore che è comune ad alcuni paesi è la diffusione del “franchising”, ma i risultati di esperienze che ormai sono avanti di diversi anni rispetto a quelle italiane testimoniano il declino e le pericolose derive di questa impostazione commerciale: aumento del contenzioso, dequalificazione e demotivazione degli operatori, sempre più giovani, inesperti e sottopagati, stanno facendo deflagrare il sistema, soprattutto in Spagna, dove il fenomeno ha avuto origine.

GdO 2010; 5

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