L'inglese come sempre ci frega. Brand è meglio di marchio, location di posto e via inglesizzando la nostra lingua. In uno storico concerto dal vivo (citazione per under 30) Francesco Guccini, presentando la famosa Statale 17, ricordava che raccontare un viaggio da Piumazzo a Sant'Anna Pelago non aveva lo stesso effetto del viaggio da Omaha a Tucson. Kerouac insegna. Immaginate di vedere lungo la strada o alla fermata della metropolitana un cartellone pubblicitario dove un ipotetico "Centro Odontoiatrico Prezzo Basso" promuove i propri servizi. Concordate che vi "spancereste" dalle risate? Non avrebbe nessun appeal, anzi. Molto meglio l'espressione low-cost. Il presidente di Assolowcost, Andrea Cinosi, ci dice che il termine low-cost vale il 10% della clientela indifferentemente dai prezzi e dai servizi proposti.
E se questo vale per un negozio che vende magliette o oggetti di cui si conoscono la qualità e il prezzo - facile quindi fare il confronto - figuriamoci che cosa possa capitare in un settore come quello dei servizi professionali o quelli odontoiatrici in particolare, dove non esiste un tariffario di riferimento o meglio dove non è usuale conoscere a priori le tariffe delle principali prestazioni odontoiatriche offerte da quello studio. Su questo numero del Giornale dell'Odontoiatra abbiamo cercato di presentarvi il fenomeno low-cost odontoiatrico alla nostra maniera, portandovi il parere dei protagonisti in modo da permettere a voi lettori di farvi un'opinione in merito.
Cercando di sintetizzare le tante voci sentite, la prima considerazione che mi sono fatto è stata proprio quella che citavo prima: low-cost rispetto a che cosa? Dal punto di vista del paziente, uno studio sarà meno caro rispetto a un altro cui si è chiesto il preventivo, ma qualcuno può indicare con certezza la tariffa sopra o sotto la quale possiamo dire che una prestazione è cara o economica? Ovviamente no. Non lo potevamo fare prima della Bersani, quando era l'Ordine a indicare le tariffe minime, perché prima della loro abolizione erano ferme al 1992. Una seduta di igiene costava 70 mila lire (35 euro circa), un'otturazione semplice in amalgama (il composito non era citato) 130 mila lire (65 euro circa), una corona in ceramica su impianto un milione e 70 mila lire (500 euro circa), una protesi totale per arcata un milione di lire (500 euro circa). Oggi mi direte che il tariffario di riferimento è quello dell'Andi che però ha creato molte polemiche quando fu presentato. Nella discussione sulla riforma degli Ordini si chiede, avvocati in testa, la reintroduzione delle tariffe minime anche per dare delle indicazioni ai clienti come per dire: "sotto quella cifra, fai attenzione". Anche se la qualità scadente può essere proposta anche dai professionisti più cari. Quando compro una maglietta di marca posso facilmente individuare qual è il negozio che mi offre lo stesso prodotto al prezzo migliore, ma quando devo decidere se il prezzo di una determinata prestazione professionale, sia l'otturazione del dentista o la consulenza legale dell'avvocato, non riesco a valutare, a paragonare. Per quelle odontoiatriche le capacità del professionista e i materiali utilizzati fanno la differenza a partirà di prezzo. E proprio su questo punto che le associazioni dei professionisti, nel cercare di salvaguardare il proprio modello di odontoiatria di riferimento cercano di far scattare il dubbio nel paziente.
Anche se poi lo stesso metro di giudizio, i dubbi sulla professionalità, sui materiali, valgono per ogni dentista; dalla grande clinica low-cost al piccolo studio vicino a casa. Un paziente più attento, comunque, fa bene a tutto il settore, costringendo gli operatori ad alzare la qualità e migliorare la trasparenza. Ma c'è anche un'altra considerazione che si deve fare parlando di low-cost, soprattutto di turismo odontoiatrico. Si può scegliere in base al prezzo quando si parla di salute? Certo, capisco bene che di fronte alla scelta di stare senza protesi perché lo stipendio, il bilancio familiare non consente la spesa sia giustificabile cercare dove spendere meno ma sono convinto che non sia sempre e solo una questione di disponibilità economica. L'odontoiatria, ma anche la chirurgia estetica, altra branca della medicina che porta i pazienti a rivolgersi all'estero, non è percepita come prestazione medica. Altrimenti non si spiegherebbe neppure il fenomeno dell'abusivismo. Il dentista è ancora oggi, da molti, considerato quello che risolve un problema non che cura una persona. Il dentista "tappa" il buco nel dente, mette la protesi che costruisce l'odontotecnico.
Bisogna quindi intensificare le campagne informative che puntano a far capire che la parodontite, la carie sono malattie, che le protesi che il dentista prescrive e installa sono dispositivi medici necessari per riabilitare una funzione persa. Sono convinto che molti dei pazienti che si affidano a dentisti oltre confine, quando vanno dal proprio medico di famiglia solo per farsi prescrivere medicinali e trovano il sostituto, tornano in un altro momento. Riuscire a convincere il cittadino che il dentista e il proprio medico di base o il proprio cardiologo assolvono alla medesima funzione - li curano -, tutelando allo stesso modo la salute potrebbe essere un passo fondamentale per l'odontoiatria italiana.
n.maccagno@d-press.it
GdO 2010;12
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