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22 Novembre 2010

La deontologia sia determinante nella pratica odontoiatrica di tutti i giorni

di Norberto Maccagno


La deontologia professionale e la clinica non possono essere separate. è questo il concetto forte che emerge dal lavoro realizzato dalla Cao nazionale, inserito nelle raccomandazioni cliniche in fase di elaborazione da parte del gruppo di lavoro coordinato dal ministero della Salute. A presentarlo a Giardini Naxos è stato Valerio Brucoli, membro della Cao nazionale, che ha ricordato come in questa fase il ruolo dell’Ordine “non è stato quello di entrare nel merito dei suggerimenti clinici, ma di coordinare il lavoro autonomo delle varie sottocommissioni, entrando nel merito degli aspetti etici e deontologici di propria esclusiva pertinenza alla conclusione del percorso”. La deontologia, spiega Brucoli, deve avere un ruolo determinante nell’odontoiatria, soprattutto oggi, in tempi in cui crisi e profondi mutamenti, rischiano di minare il ruolo del libero professionista. In questo senso, i principi, continua Brucoli “si stanno rivelando l’unico baluardo contro la crisi e ci ricordano come l’odontoiatria sia un’arte che, analogamente alle altre specialità mediche, trova la sua compiutezza nell’unione tra un rigoroso piano formativo e doti di umanità, creatività, responsabilità.
È questo il senso etico del Codice deontologico, vissuto dai dentisti italiani soprattutto in contesti libero professionali e sinonimo per molti di un esercizio in libertà di scienza e coscienza. Ed è proprio ciò che ha permesso alla nostra odontoiatria di primeggiare nel mondo”. D’altra parte, “tutte le componenti della professione odontoiatrica che hanno concorso alla definizione delle raccomandazioni cliniche” si legge nel testo eleborato dalla Cao “hanno tenuto conto del pericolo di ingabbiare l’attività dell’odontoiatria in definizioni o percorsi troppo stretti, frenando la normale diversificazione e la continua evoluzione dei trattamenti. Ciò che va evitato è che uno strumento scientifico diventi un obiettivo al servizio di interessi diversi: alla base c’è lo stesso rischio che si corre quando si vuole sostituire la prestazione alla cura. La prestazione è solo una parte della cura, a cui bisogna aggiungere la deontologica sensibilità umana.
Tutto ciò fa parte integrante di quella che viene definita alleanza terapeutica. All’interno di questo concetto, il compito primario del medico è la ricerca del bene di chi ha davanti (l’esercizio in scienza e coscienza). La ricerca di un minimo comune denominatore è, però, apparsa necessaria per consentire alla professione di incentivare comportamenti individuali virtuosi nel rapporto di trasparenza con il cittadino e per permettere l’effettuazione di una prestazione odontoiatrica (parte integrante della cura) aggiornata, efficace e sicura. In un’ottica di tutela della salute pubblica la diversità dell’organizzazione dell’offerta di prestazioni effettuate in regimi differenti non può, infatti, prescindere dal conseguimento di irrinunciabili obiettivi clinici scientificamente accertati e verificati.
Questo perché, pur offrendo l’odontoiatria la possibilità di una riabilitazione orale corretta con sistemi differenziati (sia nei costi che nei risultati funzionali ed estetici), permane eticamente prioritario l’obiettivo di una terapia consona per qualità ed efficacia, così come non deve essere delusa l’aspettativa da parte del paziente di un risultato adeguato alle proprie necessità e possibilità. L’elaborazione di linee terapeutiche ben definite può poi facilitare la condivisione delle finalità terapeutiche tra medico e paziente, e permettere al paziente il controllo dell’efficacia della terapia praticata. è fondamentale però che questi strumenti rimangano al servizio della persona e non il contrario, la persona al servizio degli strumenti, come potrebbe succedere in caso di distorti utilizzi in campo giudiziario, mutualistico o assicurativo”. “Il presupposto - conclude Brucoli - è sempre quell’alleanza terapeutica fondata sulla fiducia, sulla condivisione di valori, sulla chiarezza di rapporto che devono vedere il medico prendersi la responsabilità di un’autonomia di programmazione, di scelta e di applicazione dei presidi diagnostici e terapeutici”.

GdO 2010;15

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